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Antica Roma, spettacoli & divertimenti (Terza parte)

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di MARIA PACE

Il Reziario

Era così chiamato per via della sua insidiosa arma, la rete, munita di pesi come quella dei pescatori, con cui avvolgeva l’avversario e che portava fissata alla cintura con una estremità. Coperto soltanto di un perizoma sorretto in vita da un ampio cinturone, il reziario, dal fisico elegante e snello, quasi effeminato, lottava con armamento leggero: niente elmo in testa, ma un micidiale tridente (fascina) che reggeva con il braccio sinistro e che, con la rete ed un altrettanto micidiale pugnale, costituiva il suo armamento di offesa. Occasionalmente e secondo il capriccio del lanista, altra arma di offesa poteva essere una lancia.

Quasi sempre, però, il reziario esibiva un grosso cinturone in vita, in cuoio o altro materiale ed una spessa manica imbottita a protezione del braccio armato.

Tipica arma di difesa di questa specialità di combattente, che fece la sua prima comparsa in una arena solo nel primo secolo dopo Cristo, era il galerus, un piccolo scudo appoggiato sulla spalla sinistra protezione della testa e del collo.

I Romani amavano e prediligevano i combattenti pesanti, fra combattenti pesanti e probabilmente, soprattutto all’inizio della sua apparizione in un’arena il reziario non era la figura preferita e il suo rango era piuttosto basso. In seguito, però, gladiatori molto bravi e resistenti, capaci di ribaltare in campo la posizione, fecero ribaltare anche l’opinione pubblica quella del reziario divenne una delle discipline più conosciute.

Il Secutore

Era fornito di equipaggiamento pesante, affrontava, di norma, il reziario, avendo cura di non aver addosso nulla che potesse offrire appigli alla sua rete. Il suo armamento tipico consisteva, dunque, in un elmo di forma tondeggiante, con calotta e cresta lisce. Piuttosto pesante, in ferro o bronzo, questo elmo, chiamato galea, era internamente imbottito, per una migliore vestibilità, ma offriva una visibilità limitata per la presenza di fori molto piccoli nella visiera.

Gambe e braccia erano protette, da gambale o schinieri e manica. Il primo, a difesa della tibia, era in metallo e con una fasciatura di lana, adatto anche ad attutire i colpi; il secondo, in cuoio o metallo, era costituito da placche che, consentendo una certa manovrabilità, permetteva al braccio esposto, di solito il destro, di evitare i danni di attacchi ed affondi.

Altra arma da difesa era l’enorme scudo, lo scutum,, rettangolare e leggermente concavo, anche questo privo di ogni forma di appiglio per la rete dell’avversario, ma provvisto di fori per la visuale, avendo come funzione, quella .di proteggere il lottatore, dal ginocchio alla testa.

La sua arma di offesa, invece, era il piccolo, maneggevole, ma micidiale gladium, diventato per questo motivo, l’arma preferita di tutti i gladiatori.

Il Mirmillone

Straordinarie proporzioni fisiche, alto di statura, figura salda e possente, il mirmillone era tra i gladiatori, la figura più appariscente e scenografica. Doveva il nome al cimiero a forma di pesce che ornava il grande elmo a calotta dalle decorazioni marine: ossia la murma o murena. Come la murena, infatti, prima dell’attacco si nascondeva dietro l’enorme scudo gallico, lo scutum, ricurvo e rettangolare che gli proteggeva quasi per intero il corpo, fino alle ginocchia. Da qui, però, partiva lo schiniere, ocrea, lungo fino al ginocchio. Uno solo, alla gamba sinistra. Anche il braccio, quello armato, era dotato di protezione, che consisteva di un parabraccio o manica. Quale arma d’attacco e come unica arma , il mirmillone aveva il gladio.

Era tra i beniamini delle arene e tra i nomi famosi di gladiatori appartenenti a questa specialità, troviamo quello del più famoso dei gladiatori: Spartaco.

L’ Oplomaco

Imponente, massiccio e possente, l’oplomaco, il cui nome derivava dal gigantesco elmo, l’ oplon che gli copriva il capo, apparteneva alla gladiatura pesante, la preferita dai Romani. A larga tesa e con visiera traforata ed ornata di piume, l’oplon accresceva a dismisura la minaccia costituita dalla stessa, intimidatoria struttura fisica.

Un’arma, dunque, quell’elmo enorme, da difesa quanto da offesa.

Arma sicuramente da difesa e protezione era la manica che egli esibiva al braccio armato insieme ad una coppia di schinieri, cnemides, per proteggere gambe e ginocchia.

Le sue armi da offesa erano la lancia o Hasta, da utilizzare negli scontri a distanza e la corta spada romana, il gladium, più utile nei combattimenti corpo a corpo.

Inizialmente l’oplomaco, che letteralmente significa “combattente con armi pesanti” era riconducibile alle figure dei primi gladiatori, il Sannita, ma con il tempo andò perdendo pian piano i suoi connotati, fino alla riforma di Augusto, all’inizio dell’epoca imperiale, quando ebbe inizio la sua progressiva scomparsa.

Il Provocator

Il Provocator, detto anche Sfdante, era una figura di particolare interesse perché era quello apriva i giochi sfidando il Campione, il più acclamato o famoso atleta. Doveva in qualche modo sollecitare… indurre… provocare una reazione.

Una provocazione, infatti, era già nel suo abbigliamento: la testa di Gorgone effigiata al centro di un vistoso pettorale che portava attaccato al busto.

Arma da difesa era invece lo schiniere che gli proteggeva la gamba sinistra. Quale arma da offesa, il Provocator era dotato di uno scudo rettangolare che imbracciava con la destra e di una spada, quasi sempre un gladio. In condizione di inferiorità rispetto all’avversario, Ma agilissimo e soprattutto assai astuto, il divertimento del pubblico era costituito proprio dalle tante trovate ed espedienti che egli metteva in atto per provare, se non cancellare, almeno a ridurre quella sfavorevole condizione. Benché aprisse i giochi con gli atleti più forti e quotati, era con quelli appartenenti alla sua stessa categoria che si misurava durante i combattimenti.

L’Andabata

Era sicuramente la più spettacolare delle specialità gladiatorie, ma non di certo la più ardimentosa o eroica. L’andabata non aveva bisogno di accorgimenti tattici particolari, né di particolare armamentario, poiché era completamente nelle mani del Fato: una situazione che procurava il più sadico dei piaceri ad una folla oziosa ed annoiata, ma in cerca di eccitazioni sempre più forti. L’andabata combatteva alla cieca. Letteralmente. L’elmo che esibiva calato sul capo non aveva aperture, né visuale alcuna. Le stoccate e i colpi erano dati proprio alla cieca. Ed era proprio questo che procurava sollazzo della folla, soprattutto quando il colpo andava a segno e il malcapitato non se lo aspettava.

La Gladiatrice

Figura di combattente discussa e controversa.

Un decreto senatoriale, sotto Tiberio, nel 19 d.C vietava a qualunque persona, uomo o donna, legato da parentela ad un Senatore, di apparire sulla scena in vesti gladiatorie.

Un precedente decreto, in realtà, risalente all’11 d. C. proibiva alle giovani donne al di sotto dei veni anni di esibirsi nelle arene. Poco più di trenta anni dopo, però, in uno degli spettacoli offerti da Nerone, scesero nell’arena uomini di rango senatoriale e perfino donne e nel 66 d.C. in occasione di una visita di Tiridate d Armenia, Nerone gli offrì uno spettacolo gladiatorio in cui si esibivano anche donne e bambini e perfino donne alla guida di carri.

Ne parla Marziale, ma non è il solo. Ne parla Petronio nel suo Satyricon e ne parlano Svetonio e Stazio.

Se in una iscrizione un certo Hodtilinianus dice di essere stato il primo editor, ossia organizzatore di giochi, a portare ad Ostia le gladiatrici, una decisa condanna contro i giochi gladiatori femminili si ebbe sotto la dinastia flaviana e durante il degrado della società romana.

Molti anni più tardi, intorno al 200 d.C. Settimio Severo proibì gli spettacoli gladiatori femminili, ma, una iscrizione di combattimenti femminili risalenti a qualche anno dopo, fa presumere che questo tipo di decreto non fosse, in realtà, osservato.

Quali erano le specialità femminili nei giochi gladiatori? Praticamente tutte, ma le armi, naturalmente, erano più leggere e maneggevoli; inoltre, gareggiavano senza elmo in testa ed a torso nudo.

L’elemento femminile veniva utilizzato ed esibito soprattutto nei combattimenti notturni: le venatories, alla luce di torce e lanterne.

Chi erano queste donne?

Contrariamente a quanto si possa immaginare e credere, non erano schiave, prigioniere di guerra, ecc… o, per l’esattezza, non solamente queste categorie di donna, ma donne libere, appartenenti al popolo e perfino alla nobiltà, mosse , con ogni probabilità, da desiderio di avventura o indipendenza. Questo fa supporre che, essendo interdetto alle donne l’allenamento e la preparazione nelle normali scuole gladiatorie, per loro ci fossero degli appositi Collegia allestiti per la formazione atletica di queste donne e il risultato era davvero stupefacente… come dal brano che segue:

Un poderoso ruggito riportò nell’arena l’attenzione di tutti. La belva comparve d’improvviso sopra un crostone roccioso; un gruppo di avvoltoi si levò gracchiando e lasciò le carogne di cui si stavano cibando. Era una pantera nera e trotterellò per qualche metro, letale, potente, elegante, poi si fermò e fiutò l’aria, avvertendo una minaccia.

Una figura femminile sbucò dal boschetto.

Gli occhi della belva la seguirono, obliqui e feroci. Non ruggì, come avrebbe fatto un leone, nè mosse subito all’attacco, come avrebbe fatto una tigre. Cauta e silenziosa, continuò a seguire da lontano i movimenti della “preda” e l’attese.

La “preda”, una splendida Diana Cacciatrice dalla tunica succinta che poco nascondeva del corpo dalle prorompenti forme, si guardava intorno guardinga.

Al pari della fiera.

In mano aveva un arco e una freccia e al fianco un pugnale: le sarebbe servito se quell’unica freccia avesse fallito il bersaglio.

Quale delle due fosse la preda e quale la predatrice era da stabilire.

“Sabina! Sabina!” dall’arena partì immediatamente un urlo.

La cacciatrice alzò le braccia armate e salutò il pubblico; le trotterellava al fianco un cerbiatto dalle corna appena accennate.

La pantera continuò a ruggire e le grandi pupille rotonde, a restringersi: l’odore del cervo aveva svegliato il suo istinto predatorio. Scattò, agile e silenziosa, ma la Cacciatrice tese l’arco, scoccò la freccia e questa sibilò nell’aria in cerca del bersaglio che raggiunse e colpì. Non a morte, però. Sabina le si accostò guardinga, rimanendo a fissare la punta della freccia che esauriva la sua violenza nella carne, conficcata così profondamente nel muscolo pettorale da vibrare ai palpiti del cuore; il cervo guaiva più spaventato che mai.

“Finiscila! - le gridavano dagli spalti - Jugola! Jugola!

Sabina, esperta cacciatrice, sapeva che proprio quello era il momento più pericoloso e restò immobile con le pupille fisse in quelle della pantera, gialle e iniettate di sangue.

Un guizzo improvviso, poi un lampo nero attraversò l’aria e investì la giovane atleta, trascinandola a terra. Si rotolarono, avvinghiate sulla sabbia.

Nell’urto, la freccia conficcata nella carne della pantera, si era spezzata. Le zampe anteriori della fiera stringevano la ragazza per le spalle e quelle posteriori le serravano il busto; le teste quasi si toccavano. Sabina riuscì a liberare il braccio, sollevare l’arma e colpire al cuore la “nemica”. Una, due, tre, quattro volte. Colpì con precisione e senza esitazione.

La fiera allentò la stretta e abbandonò la testa di lato e Sabina uscì dalla stretta mortale con la pelle lacerata e la tunica a brandelli. (continua)---------