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Marco Tullio Cicerone

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di MARIA PACE

Correva l’anno 77. a.C.

Nella cella del Tempio di Apollo, a Delfi, non lontano da Corinto, qualcuno stava chiedendo responsi sul futuro: era un giovane uomo sui 27 o 28 anni. Di fronte a lui, al centro della sala, la Pizia, la veggente del tempio, ascoltava le richieste del postulante. In mano un ramo di alloro, immersa negli inquietanti vapori che, salendo da una fenditura nel terreno, la circondavano, ammantandola di suggestione, la veggente ascoltava attenta.

 


Si trattava di una richiesta piuttosto originale e di certo anche molto significativa: cosa fare per raggiungere la gloria.

La risposta, apparentemente ovvia, era, invece, assai indicativa:

“… segui il tuo istinto e non i consigli altrui…”

Quel giovane si chiamava Marco Tullio Cicerone e la gloria un giorno lo avrebbe premiato davvero perché sarebbe diventato una delle  figure di maggiore spicco della storia romana.

Nato in un’agiata famiglia appartenente al ceto equestre, Cicerone era quel che si diceva, un homo novus, non avendo, la sua famiglia, pur nobile e ricca, avuto mai rapporti con il Senato, per cui il suo dovette essere un cursus honorum di grandissimo rispetto.

Cicerone mostrò subito le sue doti di intelligenza e vivacità d’ingegno, distinguendosi tra gli altri scolari; ”bambino prodigio” lo avremmo chiamato oggi. Suo padre lo condusse a Roma  insieme ai  fratelli a Roma per offrìre loro una educazione ed una formazione adeguata, cosicché Marco poté frequentare le scuole e gli ambienti dei migliori oratori, giuristi e statisti del tempo, nonché circoli di filosofia e poesia. Filosofia, soprattutto, da cui si sentiva particolarmente attratto  ed alla quale avrebbe, in seguito, dato il suo prezioso contributo. Si accostò prima alla filosofia epicurea, rimanendone affascinato, per poi restare folgorato dalla dottrina di Platone allorquando ebbe conosciuto il grande Filone di Larissa, a capo dell’Accademia che Platone aveva fondato ad Atene circa trecento anni prima. Subì anche il fascino dello stoicismo, ma lasciandone fuori quella austerità più castigata ed assoluta, per adottare invece una forma più  sfumata e leggera. In altre parole, uno stoicismo del tutto personale.

Fu il primo letterato romano a comporre opere filosofiche in latino, un po’ in controcorrente, poiché in molti ritenevano che non bisognasse dedicare troppo tempo alla Filosofia, ossia alla ricerca di un sapere che non portava né gloria, né ricchezze. Si temeva che la filosofia potesse produrre amore per l’otium ed allontanare dagli interessi della vita reale, salvo, poi, riconoscere che non si poteva diventare veri uomini senza accostarsi a questa disciplina e Cicerone, fin da giovane, studiò la Filosofia, al fine di trarne  valido supporto per la Retorica, verso cui si sentiva irresistibilmente attratto.

Troppo giovane  per ricoprire una qualunque carica  pubblica, ma fremente dal desiderio di “eccellere sugli altri.

Il suo debutto nell’ambiente forense lo vide in contrasto nientemeno che con Silla. Era l’81 a.C. ed egli difendeva un giovane accusato di parricidio, il delitto più esecrabile nella società romana repubblicana. Con una brillante difesa riuscì a far assolvere l’accusato, contro il quale agiva un certo Crisogono, liberto di Silla. Proprio per sfuggire all’ira di questi, egli si recò in Grecia, della cui cultura era grande ammiratore e dove acquisì una maggiore conoscenza della filosofia, che poi trasmise agli studiosi romani, quando tornò a Roma, dopo la morte di Silla avvenuta nel 78 a. C..

Iniziò, con quel ritorno,. la vera carriera di Cicerone, favorita anche da un ambiente a lui più favorevole, benché nei suoi confronti ci fosse ancora quella certa diffidenza verso chi era un  homo novus. Nell’anno 76 a.C. ottenuta la nomina a Questore, fu inviato  nella Sicilia Occidentale dove svolse il suo lavoro con tale scrupolo e serietà che, i Siciliani gli affidarono una causa contro il pretore Verre, accusandolo di malgoverno.

Schiacciato dalle prove, che con zelo Marco Cicerone, il quale con quel processo intendeva colpire  il  malgoverno e le vessazioni della nobiltà, riuscì a produrre, Verre si esiliò volontariamente. Il saggio Cicerone, però, con la sua appassionata arringa voleva colpire solamente la nobiltà corrotta e non l’oligarchia senatoriale, insistendo proprio sulla necessità che il Senato  estromettesse dal suo  collegio, persone indegne.

Generalmente, a favorire il cursus honorum di una persona erano soprattutto due cose: l’arte oratoria e l’attività forense e  Cicerone eccelleva in entrambe le discipline; a 37 anni ricopriva la carica di edile curule ed a 40, nel 66 a.C. quella di  Pretore.

Strenue difensore della Repubblica fino alla fine, ne difese appassionatamente i valori. Soprattutto gli antichi valori, ben lontani dai giochi politici del tempo, fatti di accordi e contrasti tra potenti famiglie, al solo scopo di soddisfare  ambizioni ed  esigenze  personali. Non si rassegnava alla fine della Repubblica, anche se  dei suoi valori restava ormai ben poco.

Restava, però, ancora la nostalgia e restava la volontà; per questo, ogni suo sforzo era diretto ad acquisire credito sufficiente per entrare a far parte della classe dirigente. E sempre per questo, si fece propugnatore di qualcosa che in realtà, era solo utopia: entrare a far parte di quella  elite, non tanto per diritto di nascita, ma per meriti personali; anche per questo, forse, il suo operato fu spesso oggetto di critica sia dagli storici. dell’epoca che da quelli moderni

Fedele a se stesso ed ai propri ideali, si guadagnò il titolo di Pater Patriae ( padre della patria) nel processo contro Catilina. Era stato appena eletto Console, nel 63 a.C. e si trovò a dover contestare e demolire la Congiura Catilina in difesa della Repubblica. Venuto a conoscenza della congiura dall’amante di Catilina,  Cicerone spinse il Senato ad approvare una legge che concedesse ampi poteri ai Consoli in caso di grave pericolo e quando riuscì ad ottenere tali poteri, convocò nel Tempio di Giove una assemblea straordinaria durante la quale pronunciò le sue violente accuse contro Catilina, in discorsi conosciuti come  “Le Catilinarie”.

Celebre la frase di esordio:

“Quousque tandem abuutere, Catilina, patientia nostra?” (Fino  quando abuserai,Catilina, della nostra pazienza?”

Catilina riuscì a fuggire in Etruria, ma i suoi uomini di fiducia rimasti a Roma furono arrestati e condotti davanti al Senato che doveva decidere sulla pena da infliggere loro.

In quella circostanza, Giulio Cesare pronunciò un discorso assai convincente in favore dei congiurati, chiedendo per loro l’esilio e la confisca dei beni; anche Catone l’Uticense, dal canto suo, pronunciò un altrettanto convincente e veemente discorso, chiedendo, però, la condanna a morte.

Il Senato si pronunciò per la condanna a morte e Cicerone non concesse la “ Provocatio ad populum”, ossia il verdetto finale del popolo e  la condanna  venne eseguita.

Cicerone, nell’annunciarne l’avvenuta esecuzione, usò solo  una  parola, evitando accuratamente la parola “morte”, di cattivo auspicio:

“VIXERUNT!”

Fu  una scelta che qualche anno dopo gli costò l’esilio.

Che cosa successe?

In virtù di una nuova legge che  condannava all’esilio chiunque avesse mandato a morte un romano senza dargli la possibilità di appellarsi al giudizio del popolo, Cicerone si vide condannato all’esilio. E si trattava proprio della “Faccenda Catilina” per aver negato ai condannati di appellarsi al popolo. Amareggiato, provò in tutti i modi, ma inutilmente, a rientrare in Roma dopo la condanna; in realtà, si trattava di una manovra di Cesare per tenerlo lontano da Roma mentre egli partiva per la Gallia.

Solo più tardi Cicerone riuscì a tornare e riprendere la sua attività sempre in primo piano.  Allo scoppio della guerra civile, nel 49 a.C. egli si adoprò per  invitare le parti, che si servivano di bande assai violente,  alla moderazione, ma senza  risultati, soprattutto per l’inasprirsi sempre più dei rapporti tra Pompeo e Cesare, culminati con il passaggio del Rubicone.

Nella rivalità fra i due, si schierò con Pompeo, che decise di raggiungere  in Albania; si accorse ben presto, però, di aver mal riposto le sue speranze di pace: i due avversari erano mossi soprattutto da interessi personali. Speranze di pace alimentate dalla sua politica pacifista: egli si era posto, in passato, al servizio di Strabone e Silla durante le campagne  della Guerra sociale nonostante non amasse la vita militare ed aspettasse ansioso l’ingresso nella attività forense.

Dopo la schiacciante vittoria di Cesare a Farsalo, tornò a Roma, dove ricevette il perdono di Cesare, ma non la possibilità di collaborare al suo governo: Cesare mostrò subito l’assolutismo del suo potere.

Si ritirò dalla scena pubblica, a questo punto, per dedicarsi  alla sua attività letteraria e filosofica, ma, con la morte di Cesare, alle idi di marzo del 44 a.C. iniziò per lui una nuova fase politica.

Era al corrente della congiura contro Cesare? Probabilmenteanzi, sicuramente, sì, ma preferì tenersene lontano, pur manifestando piena simpatia per Bruto, ritenuto il simbolo della libertà. Tornato ad essere uno dei capi del partito degli  optimates, si scontrò con Marco Antonio, luogotenente di Cesare, alla guida dei populares: l’uno, convinto sostenitore della Repubblica e l’altro, sostenitore di un nuovo potere monocratico.

Un terzo personaggio, però,  saliva alla ribalta: Ottaviano, nipote ed erede designato di Cesare.

Cicerone si schierò contro Antonio e in favore di Ottaviano  che definì l’uomo inviato dagli dei per la salvezza di Roma. I rapporti con Antonio divennero ancora più tesi. Così tesi che questi decise la sua sorte ed inviò dei sicari che lo uccisero, poi, quale monito per gli oppositori, fece  esporre tra i Rostri la sua testa e la mano destra del grande oratore.

Nella vita privata Cicerone fu piuttosto tranquillo e moderato. Ebbe due sole mogli, Terenzia, quella storica, con cui visse per 30 anni e Publilia, da cui divorziò dopo soli sette mesi di matrimonio. Dalla prima, che apparteneva ad una assai facoltosa e nobile famiglia, ebbe due figli Marco, che lo seguirà nella carriera politica,  e Tullia, l’amatissima Tullia, che morirà di parto a 34 anni.

Dopo trenta anni di matrimonio, per ragioni ignote, Cicerone ripudierà Terenzia per sposare la altrettanto ricca Publilia, di cui, peraltro era tutore e ne amministrava le ricchezze; divorzierà dopo soli sette mesi di matrimonio anche dalla seconda moglie perché, pare, avesse manifestato una certa soddisfazione alla morte dell’amatissima Tullia,