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Il Codice nero

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di MARIAPIA METALLO

Appartiene alla storia delle mostruosità giuridiche.

 

 

Come i trattati degli inquisitori o i testi dei processi alle streghe, ma è più recente. Risale a poco più di tre secoli fa, e restò in vigore fino al 1848. È una scrupolosa e minuziosa collezione di leggi che, nella Francia del Re Sole, sancì con tutti i crismi del giure la condizione degli schiavi negri nelle colonie d'America. Proclamato in nome e per conto di Luigi XIV, quel codice consacrava la massima ingiustizia come giustizia, instaurava - con la solennità di una apposita legislazione - un sistema aberrante. Quello per cui, appunto, si nega agli uomini la qualità, l'essenza stessa di esseri umani. Certo la schiavitù non è un fenomeno limitato alle sole Antille e al solo continente americano o circoscritto nell'arco di tre secoli. Essa è di tutti i tempi e di tutti i continenti. La storia di questo crimine contro l'umanità si confonde con la storia stessa dell'umanità. Il mito della maledizione di Canaan da parte di Noè fonda biblicamente la schiavitù dei neri. In seguito, nella polis, Aristotele pone il principio per cui «ci sono persone libere di natura e altre che non lo sono». Nella monarchia assoluta, dove ogni potere deriva dal re, anche il non diritto dello schiavo deve dipendere dall'autorità del sovrano: da questi presupposti nasce il Codice nero. La difficoltà non era da poco: si trattava di definire in termini giuridici la condizione di esseri umani ai quali viene negata dal legislatore la condizione di uomini. Il Codice nero proclama: «Dichiariamo gli schiavi esseri mobili». Il loro regime sarà quello definito dalle consuetudini di Parigi per i beni mobili. Gli schiavi rientrano dunque nella comunità di beni tra coniugi. Se lavorano in una piantagione, gli schiavi dovranno seguire la sorte dell'azienda in caso di confisca e verranno venduti insieme ad essa. Il «Codice nero» fa parte del Grand Siècle. I suoi architetti giuridici costruirono dunque la loro opera secondo i principi che ispiravano l'ordine generale del regno. Il Codice nero viene promulgato alla vigilia della revoca dell'editto di Nantes. È il momento della normalizzazione delle anime. Il re comincia col predisporre un provvedimento significativo: con l'articolo primo il Codice nero bandisce dalle Antille tutti gli ebrei. Poi ordina che tutti gli schiavi vengano battezzati ed educati nella religione cattolica, e per questo fa proibizione ai protestanti di catechizzare i propri schiavi nella loro religione. Potranno sposarsi soltanto gli schiavi battezzati. La sua condizione, così come la stessa sovranità, è permanente ed ereditaria. Nato schiavo, vivrà schiavo, morirà schiavo, genererà schiavi, si sposerà schiavo col permesso del suo padrone. Lo schiavo non può essere niente né avere niente. Non può conquistare la sua libertà, se non attraverso l'improbabile matrimonio con un uomo libero oppure per bontà del suo padrone. La volontà del padrone è sovrana. Lo schiavo è sua proprietà. Libero il padrone di rinunciarvi, cioè di affrancarlo. La sua condizione, così come la stessa sovranità, è permanente ed ereditaria. Nato schiavo, vivrà schiavo, morirà schiavo, genererà schiavi, si sposerà schiavo col permesso del suo padrone. Lo schiavo non può essere niente né avere niente. Non può conquistare la sua libertà, se non attraverso l'improbabile matrimonio con un uomo libero oppure per bontà del suo padrone. La volontà del padrone è sovrana. Lo schiavo è sua proprietà. Libero il padrone di rinunciarvi, cioè di affrancarlo. Ma il re è, per sua natura, buono. Non desidera sofferenze oltre il necessario, per il buon ordine del regno. Così il Codice nero, con una precisione tutta colbertiana, stabilisce che il padrone deve fornire allo schiavo due libbre e mezzo di manioca alla settimana insieme a tre focacce pesanti ognuna due libbre e mezzo, e due libbre di bue salato oppure tre di pesce. Nonché due vestiti di tela all'anno.Ai padroni è fatto obbligo di sostentare gli schiavi infermi, ammalati, anziani. Se li abbandona, verranno assegnati all'ospedale e il padrone verrà condannato a pagare sei soldi al giorno per il loro mantenimento. Al padrone è lecito far incatenare e battere con le verghe o con la corda i propri schiavi. Non può però infliggere torture né fare alcun tipo di mutilazione. Pie raccomandazioni, penseranno gli scettici. Nient'affatto, risponde il giurista del re. Il Codice nero non considera forse ogni tipo di precauzione? Leggiamo: «Gli schiavi che non verranno vestiti e sostentati dai loro padroni secondo quanto abbiamo ordinato potranno avvisare il nostro Procuratore generale e affidare le proprie lagnanze nelle sue mani». E ancora: «Intimiamo ai nostri ufficiali di perseguire criminalmente i padroni che abbiano ucciso uno schiavo sotto la loro potestà». Infatti, ancora più crudeli delle disposizioni del Codice nero si rivelano le pratiche della schiavitù che si pretenderebbe di regolamentare.