L’Ara Romana

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di MARIA PACE

L’Ara Romana, termine latino per indicare l’altare, era, generalmente, di forma quadrata e rivolta verso Oriente.  Doveva, inoltre, trovarsi in posizione meno elevata rispetto a quella del Tempio davanti al quale era collocata, per permettere al fedele di avere la visione della Divinità a cui rivolgeva la sua preghiera.


Variavano, però le dimensioni: quelle delle divinità celesti erano più alte rispetto a quelle delle divinità terrestri; numerosissime, però, furono le Are erette in Roma ed alcune vanno davvero ricordate:

-          Vulcanal o Ara di Vulcano. Una delle più antiche e venerate dalla gente romana, costituita da una roccia levigata e dipinta di rosso. Rappresentava qualcosa simile ad un “Focolare pubblico” intorno al quale, nel rovente mese di Agosto, si celebravano le Vulcanalia, festività in onore del dio  del fuoco.

-          Ara di Conso, altro altare oggetto di grande venerazione per i Romani, eretta all’estremità del Circo Massimo. Quest’ara segnava uno dei quattro punti essenziali del tracciato del Pomerio della Roma Quadrata. Gli altri tre erano l’Ara Maxima di Ercole, nel Foro Boario, le Curiae Veteres, presso l’attuale Arco di Costantino e il Sacello dei Lari, sulla Via Sacra.

-           Ara Maxima… è la più antica Ara dedicata ad Ercole, fra l’Aventino e il Palatino. Così antica da farsi risalire ad Evandro, eroe dell’Arcadia, proveniente da Pallantio e stabitosi in Italia sul colle Paltino, dove fondò un’altra Pallantio ed insegnò alla popolazione la scrittura, la musica e il culto degli dei.  Qui accolse Ercole, cui dedicò l’Ara Maxima, il cui sacerdozio affidò alle famiglie dei Pirarii e dei Potitii.

L’AraMaxima venne distrutta per ordine di papa Sisto IV nel XV secolo.

-          Ara Carmenta. Altra Ara antichissima e veneratissima; fu innalzata ai piedi del Campidoglio in onore di Carmenta, madre di Evandro grande profetessa. Le donne soprattutto le erano assai devote e durante le festività in suo onore, le Carmentalia, ne invocavano la protezione per i figli che sarebbero nati durante l’anno.  Carmenta giunse a Roma prima ancora della Sibilla Cumana, la quale vi arrivò, stabilendosi a Cuma, dopo la distruzione di Troia.

-          Ara del Genius Loci (nume tutelare del Luogo). Questo altare fu dedicato al Genus Loci dal Pretore di Roma, Caio Cestio Calvino, nel 129 a.C. con la seguente iscrizione: “

“Sacro a te, Dio o Dea”, in riferimento al Nume Tutelare del luogo. In realtà, proprio nel posto in cui sorgeva l’Ara, nei pressi del   Clivus Victoriae, in precedenza sorgeva un sacello innalzato da Camillo, nel 390,  al dio Aio Locuzio detto anche  “Dio parlante”,  per aver avvisato i Romani dell’attacco dei Galli (avviso rimasto inascoltato.)

-Ara d Giuturna,. Sorge nel Foro Romano ed era, strettamente legata ad una sorgente cara a Giuturna,, Ninfa delle  Fonti, ai piedi del Palatino, nei pressi della Casa di Vesta, dove tutti si recavano a raccoglier  acqua sorgiva fin dai tempi arcaici.

Sul bordo della fonte sta scritto: “Sacro a Giuturna…

Chi era Giuturna? Era una bellissima fanciulla amata da Giove, da cui ebbe il dono dell’immortalità e del potere sulle acque dolci del Lazio. Sorella di Turno, re dei Rutuli, la bella ninfa era  legata al fratello da un affetto molto profondo. Quando Turno si trovò ad incrociare il ferro con Enea, nel famoso duello che decretò la sconfitta dei Rutuli, Giuturna fece di tutto per proteggere il fratello. Il destino di Turno, però, era segnato e voluto dagli Dei. Lo stesso Giove le ordinò di abbandonare il fratello al suo destino. La disperazione di Giuturna fu grandissima, tanto grande da non desiderare più il dono dell’immortalità e cedere alla disperazione per  aver perduto il privilegio di morire con il fratello..

“Immortalis ego”  (Io immortale?)  andava singhiozzando, profondamente  rammaricata,  per la sorte del fratello, ben consapevole di non poter  evitargli il destino finale. Lei, immortale, non si sentiva più privilegiata, ma condannata al dolore perpetuo per quella perdita.

A quella fonte, racconta la leggenda, andarono ad abbeverare i loro cavalli i Dioscuri, figli di Giove e Leda, di ritorno dalla battaglia contro i Latini, presso il lago Regillo,  nella quale avevano guidato i Romani alla vittoria.