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Il Pantheon romano

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di MARIA PACE

 

La mitologia romana mancò di quella fervida  immaginazione che fa di quella greca una delle più splendide espressioni poetiche ed artistiche, con un contenuto di commozione e di incantato stupore, ricca di favole piene di allegorie e occulti significati.

 


L’uomo greco creò gli Dei a sua immagine e somiglianza e trasfuse in essi la propria natura umana, rendendoli, però, appagati e felici.

Non così i Romani che, pur attribuendo uno spirito divino a tutti i fatti naturali, non attribuirono loro sentimenti umani. Gli dei primitivi di Roma erano invisibili e senza corpo e all’inizio i Romani non usarono rappresentarli, nemmeno attraverso statue o dipinti.

Dai Latini appresero un animismo astratto e popolato di Geni e Spiriti protettori di ogni cosa, dai luoghi alle istituzioni, dai fatti alle intenzioni: lo Spirito protettore del bimbo nella culla, quello di un buon raccolto o  di un nutrito gregge o  anche di  una casa felice e di un’abbondante figliolanza... Per ogni evento della vita i Romani crearono la divinità specifica e così, arrivò Vagitana, la divinità che traeva dal neonato il primo vagito, e Cumina che lo proteggeva mentre era nella culla, Potina che gli rendeva gradite le prime pappe, ecc..

Case e luoghi avevano la loro divinità protettrice:  campi, fiori, frutta, alberi, greggi, mura, scale, focolari, porte,ecc...  ma  tutti invisibili!

Come scrisse W. Pater, “La religione romana si basa su  costumi e sentimenti, piuttosto che sopra fatti e sopra una fede e si attacca  a oggetti e luoghi precisi: la  vecchia quercia d’età immemorabile, il boschetto ombroso che non si attraversa senza ripetere la frase: Numen inest” (Qui vi è un Dio”

Su questa religione materialistica, ma positiva, fondata, si dice, da  Numa Pompilio,  si innestarono elementi di superstizione e magia etrusca e successivamente miti e leggende greche.

Una mitologia romana vera e propria, si può dire che non esiste: i Romani adottarono quella greca adattandola alle proprie esigenze e conservando le proprie divinità che, poco o nulla avevano di mitologico,  ma che erano piuttosto astrazioni.

Fu solamente verso il VI secolo a.C. che si cominciò a costituire una specie di Pantheon romano  così formato:

Giove, figlio di Cronos e sposo di Giunone, Padre degli Dei e Signore dell’Universo, il Tonante,  Signore dei fulmini. A lui fu eretto un Tempio sul Campidoglio ed alla sua protezione si affidarono Le Leggi, i costumi e  la fortuna dello Stato

Al suo fianco  troviamo Giunone che, con il nome di Pronuba presiedeva ai matrimoni e con quello di Lucina, alle nascite.

A Nettuno, fratello di Giove e dio del mare, si offrivano feste dette Consualia, quanto a Mercurio, figlio di Giove, messaggero degli dei, lo troviamo ancora  protettore dei commerci e dei mercanti, mentre Apollo, figlio di Giove, dio del Sole e delle Arti,  è  sempre  accompagnato dalle Muse.

Altre divinità approdano a Roma, come  Marte, figlio di Giove e Giunone, dio della Guerra, rissoso e attaccabrighe, padre di Romolo e Remo. Particolarmente venerato, non solo per questa ultima peculiarità, ma anche perché era la divinità ideale per un popolo bellicoso come quello romano. Invocato con il nome di Quirinus, “dio della lancia” e di Gradivus, “che si getta nella mischia”, era invocato con solenni cerimonie ad ogni inizio di campagna bellica. Nel suo tempio era custodito l’Ancile, uno scudo favoloso caduto, si diceva, dal cielo sul Palatino e custodito gelosamente dai Salii, i sacerdoti addetti al suo culto. Si diceva anche che i destini di Roma erano legati a quello scudo.

Vulcano, figlio di Giove e sposo di Venere, dio del fuoco e signore dei metalli, nella sua fucina forgiava armi e oggetti divini e nel cui Tempio si teneva desta la fiamma, come per Vesta.

Vesta… antichissima! Il suo arrivo a Roma è incerto; secondo alcuni è di origine greca, secondo altri, invece, sarebbe di origine latina; secondo altri ancora sarebbe di origine sabina. Ipotizzato anche che fosse di origine ctonia e collegata alla fondazione della città. Nel suo penus infatti, il luogo più intimo del santuario, dove si custodivano i Penati, c’era il Palladio, il simulacro della  dea Minerva, trasportato da Enea da Troia e, quindi, il culto della dea guerriera greca. Era la dea del Focolare e in ogni casa la si onorava insieme ai Lari ed ai Penati. Nel suo Tempio le Vestali tenevano accesa in perpetuità la Fiamma Sacra del suo altare, che rappresentava il Focolare di Roma.

Festeggiatissima era Cerere, sorella di Giove, dea dei campi e del raccolto. Era festeggiata il 11 e 12 aprile con solenni celebrazioni, durante le quali i suoi altari si riempivano di fiori e di primizie.  Oggetto di grandi feste e celebrazioni  era anche Venere, figlia di Giove, nata dalla spuma del mare, dea dell’Amore e della bellezza; la si riteneva  madre di Enea, fondatore della grandezza di Roma  e poi c’era Minerva, figlia di Giove, dea della sapienza e della scienza.

Un culto particolare era riservato a Saturno. Secondo un’antica leggenda, la potente divinità era stata ospitata in incognito da Giano, re d’Italia, che ,per la sua  generosità era stato ricompensato con il dono di una grande saggezza e la preveggenza del futuro, oltre alla conoscenza dei misteri dell’agricoltura. In suo onore  venivano celebrate grandi feste e cerimonie.

Particolare anche il culto ad Ercole che, secondo la tradizione sbarcò nel Foro Boario con i buoi di Gerione, che poi gli furono rubati da Caco, a sua volta ucciso. Ad Ercole furono dedicati  diversi Templi,  a seconda delle sue varie funzioni o  munera .