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Le Idi di Marzo

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di MARIO GIANFRATE

Roma, 15 marzo dell’anno 44, idi di marzo secondo il calendario romano, presso l’aula del Senato nella tarda mattinata.

 

 

 

Caio Giulio Cesare, uno tra i più potenti generali e uomini di Stato che l’Urbe abbia mai espresso, ha da poco fatto il suo ingresso nella sala affollata di senatori e gente al seguito, benché abbia avuto sentore che, contro di lui, è nell’aria una congiura ai suoi danni. Ci sono tutti ad attenderlo: Marco Giunio Bruto, Caio Longino Cassio… Gli si fanno incontro per riceverlo, lo attorniano, con sorrisi e saluti. Lo pugnalano: La scena è rapida, impressionante, davanti agli occhi terrorizzati degli anziani senatori.

Ed ecco, quando la lama di Bruto, suo figlio adottivo, si conficca nella carne di Cesare, Cesare lo fissa negli occhi che vanno ormai spegnendosi e pronunzia quelle parole rese poi celebri da Shakespeare: Tu quoque Brute, fili mi”, anche tu, Bruto!

La frase esatta, secondo le cronache del tempo riportate da Svetonius, pronunziata in greco che era la lingua dominante in Roma, potrebbe avere un significato diverso da quello attribuito dal commediografo e potrebbe essere interpretata come una minaccia, quasi profetica, da parte di Cesare, nel senso “anche a te, Bruto, toccherà di essere ucciso”.

Ora il corpo insanguinato di Giulio Cesare giace a terra, ai piedi della statua di Pompeo. Ventitrè  pugnalate, sferrate in modo bestiale, lo hanno trafitto abbattendolo al suolo. Esultano soddisfatti i congiurati che, per fini personali, hanno assassinato l’uomo che concentrava tutto il potere nelle sue mani, pur avendo respinto, in un barlume di coscienza, la corona imperiale più volte offertagli da Marcantonio.  Per altro verso, proprio Marcantonio sta già preparando i suoi piani, da intelligente demagogo confidando – e ci riuscirà – di trarre profitto dal delitto speculando ambiguamente sulla stessa morte di Cesare.

La tragica fine di Cesare viene, quindi, archiviata e consegnata alla storia come la logica conclusione dell’accentramento del potere da egli perseguito nelle sue mani, prefigurando in tal modo la trasformazione dello Stato in un regime totalitario inviso ai repubblicani e all’aristocrazia senatoriale, mutilata nei suoi privilegi. Ma è solo così?

Recenti ipotesi di studiosi acclarati fanno trapelare l’idea che a sostenere l’organizzazione del complotto non fossero estranei esponenti della fazione cesarea che mal digerivano l’ascesa prepotente di Cesare che offuscava, di contro, proprio gli uomini a lui più vicini destinati a brillare, non di luce propria, ma di quella riflessa da Cesare. Diremmo oggi, una lotta senza esclusione di colpi, all’interno dello stesso partito per il conseguimento della sua leaderschip. E, per raggiungere tale obiettivo, interessata a fomentare le proteste della parte avversaria per liberarsi dell’ostacolo alle proprie ambizioni. Ricostruiamo gli ultimi istanti della vita di Cesare.

Al cospetto di una folla immensa, ai Lupercàli Cesare rifiuta la corona di imperatore tesagli da Marcantonio. Di fronte al diniego,  Marcantonio insiste e ripropone il gesto anche dopo il successivo rifiuto. Sembra voglia far passare l’immagine di un uomo che ambisce alla carica volendo dare l’impressione di una falsa umiltà. Così non è. Forse perché consapevole che l’accettazione della corona possa realmente scalfire la sua immagine e renderlo impopolare finanche tra il popolo che è il suo maggiore alleato, Cesare rinuncia responsabilmente all’offerta caparbiamente avanzata da Marcantonio. Il quale, pochi istanti dopo, quando Cesare viene massacrato dalle lame dei congiurati, si tiene accuratamente in disparte, nascosto dietro una statua, invece di correre in soccorso dell’uomo che più lo ha amato e più gli ha dato, magari immolando la propria vita nella difesa di Cesare. In realtà Marcantonio, tradendo vilmente la fiducia in lui riposta da Cesare, manovra abilmente, da scaltro politicante quale egli si dimostra, perché possa trarre dalla situazione personale vantaggio.

Unica figura che, in qualche modo, ne esce pulita è proprio Bruto il quale non agisce come i suoi compagni cospiratori per puro calcolo ma per il riscatto della libertà di fronte al pericolo di dittatura che, di fatto, Cesare intende imporre.

E’ ancora Shakespeare a mettere in bocca a Bruto le parole che sintetizzano e meglio esprimono i motivi che lo spingono all’atto: “Non ho ucciso Cesare perché non lo amassi – afferma lealmente Bruto – ma perché amo Roma di più”.

L’opera shakespeariana sulla vicenda ripropone in ultima analisi, la contrapposizione tra un modo di concepire la politica come servizio in nome di principi rigorosi e quello come perseguimento di ambizioni e tornaconti personali, in fondo tra due visioni opposte, inconciliabili: tra “chi vive per la politica e chi, invece, di politica vive”.

Una riflessione quanto mai attuale.