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Il Gattopardo fu un vero e proprio caso letterario per molteplici ragioni

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di MARIAPIA METALLO

La Mondadori, con la supervisione di Elio Vittorini, scartò il romanzo considerandolo, in un certo senso, opera ottocentesca, poco adatta al nuovo pubblico di lettori.

 

Fu lo stesso Vittorini a rispondere a Tomasi di Lampedusa: «Come recensione non c’è male, ma pubblicazione niente». La previsione era che il testo avrebbe ottenuto probabilmente un buon riscontro della critica, ma sarebbe stata un fiasco presso il pubblico, sulla scia dei romanzi veristi verghiani di fine Ottocento. Per la Feltrinelli, invece, si interessò al romanzo Giorgio Bassani che scese in Sicilia per incontrare Gioacchino Lanza Tomasi, parente dell’autore (nel frattempo deceduto), gli consegnò il manoscritto. Il romanzo Il Gattopardo veniva così pubblicato per conto della Feltrinelli, vinceva il Premio Strega e diventava il primo best seller italiano. Un romanzo considerato ottocentesco per l’argomento, decadente per i toni e per il dilagante senso di crisi che pervade la storia otteneva il consenso di un pubblico di lettori che nel decennio precedente aveva apprezzato opere di stampo neorealista. In pratica, con questi anni si concludeva la stagione del Neorealismo letterario e cinematografico e si apriva un’epoca nuova, quella dei best seller. Con Il Gattopardo il successo delle vendite si coniugava ad un’alta qualità letteraria. Molti critici letterari, mossi da convinzioni ideologiche antitetiche a quelle che emergevano nel romanzo, tacciarono l’opera di essere conservatrice e reazionaria, e per questo non impegnata. La storia non è, però, la protagonista fondamentale del romanzo. Dominano le vicende private, gli amori di Tancredi, che prima corteggia Concetta e, poi, si sposa con la bellissima Angelica, figlia dell’arricchito Don Calogero, i furtivi tradimenti del Gattopardo e i conseguenti sensi di colpa, la gelosia di Concetta, l’atmosfera decadente e seducente della villa estiva di Donna fugata. Un senso di crisi e di decadenza accompagna il racconto. Così, il romanzo, più che epopea di un popolo, quello siciliano, è indagine e perlustrazione dei cuori dei personaggi, che palpitano, desiderano, ambiscono, amano, sospirano per le delusioni. Per questo il successo del pubblico è segno che Tomasi di Lampedusa non si faceva portavoce del milieu sociale aristocratico, cui peraltro apparteneva, ma interpretava la malinconia e la nostalgia dell’uomo che si rattrista per il passaggio del tempo, per il tramonto della vita, per la scomparsa della giovinezza e delle antiche tradizioni. L’autore cantava l’ambizione, innata nell’uomo, di fermare il tempo o di trovare un tempo mitico in cui tutto potesse permanere sempre uguale, che altro non è che il desiderio innato nell’uomo dell’eternità. Ambizione che è destinata a fallire nella dimensione terrena e storica come icasticamente comunica la scena finale dell’ottava parte. Molti personaggi ormai sono morti. Concetta, che ormai vive in «un mondo noto ma estraneo», si vuole liberare del cane impagliato Bendicò, che desta «ricordi amari» ed «è diventato veramente troppo tarlato e polveroso». «Mentre la carcassa» viene «trascinata via, gli occhi di vetro» la fissano «con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare».