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Giambattista Belzoni: “Il Titano di Padova”

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di MARIA PACE

La storia dell’archeologia, in Egitto, ha conosciuto non solo archeologi esperti e coscienziosi, ma anche violatori di tomba alla ricerca di tesori, come fu il francese Amélineu e come inizialmente fu accusato di essere lo stesso Giambattista Belzoni, uno dei più famosi archeologi italiani. La devastazione di templi, tombe e città sepolte, in realtà, era iniziata già all’epoca dei Greci e dei Romani, ma solo nel XIX secolo raggiunse il massimo, allorquando il commercio di antichità divenne un’attività assai florida. Belzoni fu uno dei protagonisti di quell’illecito commercio. Accusato di essere stato inizialmente solo un archeologo dilettante, più motivato dal facile guadagno che da una seria ricerca, andò, invece, in seguito, appassionandosi così tanto,, da riuscire a compiere numerose scoperte tutte importanti, tali da offrire un contributo fondamentale per la conoscenza dell’Antico Egitto e dell’Egittologia. I suoi scavi, è vero, non sempre furono condotti con metodi professionali e talvolta produssero anche dei danni, come quelli nella tomba del re Ay, dove praticò un buco nel muro per passare dall’altra parte, che distrusse un pezzo di opera d’arte originale, ma all’epoca, tali pratiche erano la norma. Erano le prime esperienze archeologiche e prima ancora che archeologi, quelle persone erano avventurieri disposti solo ad arricchirsi. Lo stesso Champollion si portò via diversi bassorilievi dalla tomba di Seti. In realtà, molti sono i meriti che gli si possono riconoscere e tra questi una scrupolosa precisione nello stabilire la datazione di un monumento, una precisione nelle descrizioni, un grande impegno nel ricopiare ssorilievi delle tombe, ecc..


Giovanbattista Belzoni nasce a Padova, il 5 novembre del 1778, da una famiglia di origine romana. All’età di dodici anni entra in bottega dal padre barbiere, ma quattro anni dopo la lascia con il fratello e si trasferisce a Roma, dove si occupa di commercio di oggetti sacri. Viaggia molto. Il primo viaggio lo fa a Parigi, dove, però, non ha molto successo; il secondo è in Olanda, Amsterdam, dove perfeziona le sue conoscenze di idraulica; nel 1803, infine, sempre insieme al fratello, parte per Londra. Qui si ferma per nove anni. Con le nozioni di idraulica raccolte ad Amsterdam e grazie alla sua straordinaria forza fisica, si inventa dei giocibisce nelle fiere ed in un teatro londinese dove crea lo spettacolare numero della “Piramide umana”, in cui solleva fino a dodici persone e che lo rende famoso e gli avvale il nome di “Sansone di Patagonia” per l’abbigliamento appariscente e di “Titano di Padova”per le straordinarie proporzioni fisiche: è alto, infatti, oltre i due metri. Sempre a Londra conosce anche Sarah, sua moglie che lo accompagnerà nelle sue spedizioni archeologiche.

A Malta, invece, nel 1815, avviene l’incontro con Ismael Gibraltar, emissario del pascià d’Egitto ed egli lo convince a portarlo con sè in Egitto per apportare delle migliorie al sistema idraulico del Paese. Si tratta di una macchina a forza animale, con un complicato sistema di ruote e corde, che avrebbe dovuto ridurre costi e sprechi. Con il ricavato, Belzoni vorrebbe finanziare una ricerca nella vasta zona archeologica della Valle del Nilo dove ci sono numerose aree inesplorate che, si presume, nascondano ingenti ricchezze archeologiche.

Il progetto idraulico non va a buon fine, soprattutto perché i tempi si allungano e spazientiscono il pascià, ma in Egitto Belzoni conosce molte persone, tra cui il console britannico Henry Salt e l’egittologo italiano Drovetti, che diventarà; in seguito suo grande avversario; stringe anche amicizia con l’esploratore italiano Caviglia, noto per le sue ricerche sulla Sfinge.

Il Drovetti per primo gli mostra oggetti e statuette egizie, che accendono il suo entusiasmo e lo spingono verso le sabbie del deserto e verso una nuova attività: quella di cercatore di tesori, ma comincia il bisogno di denaro. ed ingaggi. Ed è il console inglese Salt ad offrirgli il primo incarico e cioè, lo spostamento di un grosso reperto. Si tratta di una gigantesca testa di granito di un re chiamato il “Giovane Memmon” , che giace per terra nel “Palazzo di Memmon”. Questo Memmon era un mitologico Re, nipote di Priamo di Troia, di cui Diodoro Siculo aveva scritto nel I secolo a.C…. In realtà ,si tratta di una delle due colossali statue di granito di Ramsete II e del suo Ramesseum . Il reperto pesa oltre sette tonnellate e nessuno riesce a spostarlo. Egli ci riesce. Con l’aiuto di leve e di una base che infila sotto il grosso peso; una volta caricato, si tratta solamente di trasportalo pian piano e in sicurezza fino al fiume..

All’inizio dell’Ottocento l’Egittologia era ancora in una fase iniziale, ma il titano di Padova mostra di che tempra è fatto: è determinato e pratico ed anche diplomatico ed è, forse, il primo ad interrogarsi sulle tecniche di costruzione e di trasporto di grandi massi, adottate dagli Antichi Egizi. Egli scrive, disegna e annota e i suoi appunti sono dettagliati e precisi e costituiranno da lì a breve, il fondamento della moderna Egittologia. Raggiunto il fiume, dopo 14 giorni di marcia, nell’ attesa dell’arrivo della nave che caricherà il prezioso reperto, Belzoni decide di raggiungere il tempio di Abu Simbel, scoperto da Burckhardt pochi anni prima, in cui, però, nessuno è riuscito ancora ad entrare. Vuole provarci lui ma, dopo sette giorni di inutili tentativi, riprende la via del ritorno verso Luxor e si ferma all ‘isola di Philae, al Tempio di Iside, vicino Assuan, dove gli affidano un obelisco le cui iscrizioni serviranno in seguito alla decifrazione della scrittura da parte di Champollion. Belzoni riuscì a trasportare il monumentale reperto a Luxor, ma per questa impresa si fa nemico il Drovetti, che da anni progettava di essere lui a portarlo in Europa. Quando lo vede, infatti, l’archeologo italiano si arrabbia fino ad arrivare alle mani con lui. Tornato a Luxor, prima di imbarcarsi col colosso, Belzoni conduce le sue ricerche di scavi nella zona di karnak, dove tiporta alla luce preziose statue e si sposta poi nella Valle delle Porte o Valle dei Re, sulla riva opposta del Nilo, dove scopre la sua prima tomba, quella del faraone AY, su cui incide in inglese: “scoperta da Belzoni-1816”. Finalmente la nave parte, accompagnata da una seconda imbarcazione con a bordo il carico di tutti i suoi reperti. Arriva al Cairo il 15 dicembre del 1816.

Gli anni delle grandi scoperte sono sostanzialmente due: 1817 – 1818, proprio nel periodo in cui il Louvre e il British Museum, ossia la Francia e l’Inghilterra, si contendono il primato delle collezioni museali e poi, c’è anche il Museo Egizio di Torino. Nel 1817, l’area di Tebe viene praticamente suddivisa in due parti: Francia ed Inghilterra ottengono l’esclusiva e potranno scavare nella zona assegnata. A Belzoni non resta molto, ma non si scoraggia e comincia a studiare il terreno.Palmo per palmo. Egli cerca anomalie che gli diano qualche indizio. E’ un nuovo sistema di sondare il terreno. Scrive, annota, disegna e con questo sistema riesce ad individuare, là dove ad altri era sfuggito, quattro tombe, tra cui la tomba del principe Mentuhirkhopeshef del XX dinastia, la tomba di Ramses I, il primo re della dinastia XIX. Nota anche un cumulo di calcare in una parete rocciosa, un discontinuità non naturale; quel blocco, infatti, nasconde un parete di pietre che protegge l’ingresso di un tunnel. E’ il 18 ottobre del 1817 e Belzoni ha fatto la più grande scoperta mai fatta fino a quel momento: si tratta della tomba di Seti I, il padre di Ramsete II. E’ la più grande tomba della Valle dei Re e gli archeologi ancora oggi la chiamano “tomba di Belzoni.”. Belzoni, a questo puntom si dedica alla mappatura della tomba; fa l’inventario di tutto quello che c’è al suo interno ed esegue calchi grafici dei bassorilievi . Terminato l’inventario e la descrizione della tomba, di cui viene fatto scempio per le asportazioni di numerosi reperti, Belzoni parte alla volta di Berenice. Risale il Nilo sino a Edfu e da qui attraversa il deserto. Quando arriva sul posto, però, trova solo le rovine di un vecchio insediamento minerario, ma non si arrende e procede verso sud e qui scopre la vera Berenice, ma deve rinunciare agli scavi e tornare indietro per mancanza di viveri. Ha fatto di nuovo una grande scoperta, ma non può condurla a termine. Decide di tornare al Cairo e cominciare a studiare la piramide di Chefren, che si ritiene non abbia nessun in ingresso e di conseguenza, non ci sia alcuna camera funeraria. Belzoni non è convinto di questo e inizia ad osservare attentamente il terreno circostante. Non parla a nessuno delle sue ricerche e si convince, dalla rilevazione di certi segni, che sotto il terreno sabbioso ci sia davvero l’ingresso della piramide: egli, al contrario degli altri ricercatori, è convinto che una parte della piramide sia sotterrata dalla sabbia e che si debba scavare per arrivare all’ingresso. Scavare, però era un lavoro faticoso e non tutti sono disposti a farlo. Ma quel Titano infaticabile, si é guadagnato il rispetto delle popolazioni locali, non solo a causa del suo carattere e della sua forza, ma anche per il rispetto mostrato sempre per le tradizioni, gli usi e i costumi del posto. Era l’epoca di quel fenomeno conosciuto con il nome di “Orientalismo”, che aveva spinto molta gente a travestirsi da arabi senza però rispettarne i costumi. Non il Belzoni, però. Egli impara la lingua del posto, indossa abiti locali e si fa crescere la barba alla foggia araba. Tutto questo gli è di grande aiuto nel convincere la gente del posto a lavorare per lui ai ritmi da lui imposti, cosa che non era riuscita a nessuno dei suoi colleghi europei. Il lavoro, molto duro, si protrae per quasi un mese, tra lo scetticismo generale, ma infine, proprio là dove egli aveva indicato, appare l’apertura e per la prima volta, dopo 4500, un uomo può finalmente mettervi piede: si tratta della tomba del faraone Kefren e Belzoni per primo entra nel suo Tempio Funerario e vi lascia la sua scritta: “Scoperta da G. Belzoni. 2. mar. 1818.”

In realtà, qualcuno lo aveva preceduto; forse nel XII secolo. Belzoni percorre i 37 metri del tunnel per raggiungere la camera funebre, ma non vi trova nulla. Anche questa impresa, al pari di quella di Abu Simbel, si era rivelata per lui infruttuosa. Le camere erano tutte spoglie e in seguito sarebbe stata decifrata un’incisione araba trovata all’interno, secondo cui la piramide era già stata violata 600 anni prima dal figlio del famoso Saladino.

Nel settembre del 1819 Belzoni lascia l’Egitto, ma l’eco delle sue imprese lo hanno preceduto. A Padova gli vengono riservate accoglienze trionfali che egli compensa con il dono di due statue di sfingi; uguale entusiasmo a Londra dove pubblica un libro intitolato “Narrazione delle operazioni e scoperte recenti All’interno del piramidi, templi, tombe e scavi in Egitto e la Nubia ” che lo rende famoso, corredato da splendidi acquarelli e mappe, disegnate dal Ricci. Organizza una grande mostra con reperti portati dall’Egitto e una riproduzione della tomba di Seti I, usando i calchi grafici. Viene invitato nei salotti più esclusivi della città ed entra perfino nella in una Loggia Massonica; qualche anno dopo sarà anche invitato alla corte dello zar Alessandro I° La vendita dei reperti, il successo del libro e delle mostre, però coprono a stento i grandi debiti contratti; benchè i siti da lui scoperti sianot anti, non solo non lo rendono ricco, ma gli prosciugano le finanze. Per di più, la vita domestica non è certamente fatta per un uomo abituato all’avventura e inoltre, in Europa c’è un gran fermento che punta tutto in direzione dell’Africa. Un richiamo irresistibile a cui Belzoni, benché non più giovane, non riesce a sottrarsi. Parte per il Marocco per chiedere al sovrano il permesso di andare alla ricerca di Timbuctù. Parte senza l’amata Sarah, ma non tornerà più . E’ l’aprile del 1823 ed egli pensa di attraversare il deserto per arrivare a Timbuctu; a Fez incontra il sovrano che oltre al permesso di attraversare i suoi territori gli offre anche una scorta; la grande ostilità delle popolazioni indigene, però, lo induce a tornare indietro ed a cercare di raggiungere Timbuctu dal sud. Si imbarca a Gibilterra e arriva nel golfo del Benin, in Nigeria, dove chiede al sovrano una imbarcazione per risalire il fiume Niger. Morirà di dissenteria poco dopo lo sbarco. Qui, a Gwato, viene sepolto ai piedi di un albero da un amico che sulla lapide fece scrivere:

“Il gentiluomo che ha messo questa epigrafe sulla tomba del celebrato e intrepido viaggiatore, spera che ogni europeo che visiti questo posto faccia pulire il terreno e riparare lo steccato intorno, se necessario”.