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Antico Egitto La decifrazione dei geroglifici: La Pietra di Rosetta

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di MARIA PACE

Antico Egitto

Seconda parte

 

 

La prima istruzione (a Jean Francois Champollion, n.d.r.)gli era stata impartita dal fratello Joseph, segretario del Funzionario governativo di Grenoble, grande matematico e studioso dell’Egitto.

Era l’anno in cui la “Pietra di Rosetta” veniva confiscata dagli Inglesi e Francois, in visita al funzionario ed alle sue collezioni private, si appassionò di geroglifici e di storia egizia.

Genio e costanza gli permisero di raggiungere quel risultato inseguito da decine di colleghi più o meno illustri. Fu soprattutto l’intuizione, però, a guidarlo verso il successo ed alla interpretazione di quei segni misteriosi: l’intuizione che i segni di quella scrittura avessero anche un valore fonetico.

Una sola certezza c’era stata fino a quel momento: si

trattava di un unico testo scritto in tre lingue diverse. In verità, all’inizio, decifrarlo era sembrata impresa facile, in realtà, occorsero più di trenta anni e il genio multiforme di Champollion. Occorsero tanti anni a causa di un errato presupposto, un problema fondamentale, un ostacolo che rallentava la decifrazione.

Qual era questo ostacolo?   Quale la domanda ricorrente?

Ecco la domanda e Champollion doveva porsela ogni giorno: la scrittura egizia era una scrittura alfabetica?  Il dubbio nasceva dal fatto che, se alcune lettere dell’alfabeto erano raffigurate da più segni, altre, invece, rappresentavano la stessa lettera. Senza considerare certuni segni che parevano essere del tutto estranei alla lettura (oggi sappiamo che si trattava di determinativi).

A complicare le cose, pare che gli antichi egizi fossero  veri appassionati di rebus e come se ciò non fosse bastato, si scoprì che molti brani letterari non erano opera di scribi e studiosi, ma semplici esercizi di calligrafia di scolari non troppo diligenti.

In aiuto della ricerca, invece, c’era la conoscenza del contenuto: poiché il greco era perfettamente noto, il senso generale di tutto lo scritto era facilmente in-tuibile.

Champollion iniziò i suoi studi dai geroglifici d’epoca tolemaica e romana. Riuscì presto a decifrare  il nome Tolomeo nella forma di ”Ptolmais”, aiutato in questa scoperta dal nome Cleopatra, già trascritto su  un obelisco.

Egli trovò tre geroglifici comuni in entrambe le iscrizioni e cioè: p – l – t ; riuscì a decifrare altri sette geroglifici e, grazie alla sua geniale intuizione, tra-dusse il cartiglio con il nome di Ramsete o Ramseth All’interno del cartiglio reale egli riconobbe  gli ultimi due geroglifici, ma non i primi due; gli venne incontro, però, ancora una volta la straordinaria  intuizione: nel primo riconobbe il Sole che, sapeva perfettamente, grazie alla lingua copta, che gli Antichi Egizi chiamavano “Ra”. Intuì anche che il secondo avrebbe potuto essere “nato o nascita” che, sempre in lingua copta, si dice “mas” ed ecco la traduzione: “Ramses”.

Più facile, invece, si rivelò la traduzione della parola “Thotmes”, essendo l’ibis, che è il primo geroglifico presente nel cartiglio, il simbolo di Thot.

Si rese conto, a questo punto, che il metodo usato era valido anche per la decifrazione di geroglifici d’epoca più remota.

Genio e costanza, dunque, gli permisero di raggiungere quel risultato inseguito invano da decine di colleghi. Fu soprattutto l’intuizione, però, a guidarlo verso il successo ed alla interpretazione di quei segni misteriosi: l’intuizione che i segni dei geroglifici avessero anche un valore fonetico e la decifrazione fatta dieci anni prima da Yung.

Partendo da quei segni e confrontandoli al demotico, scrittura assai più fluida e lineare, ed al greco, Champollion riuscì a trovare la corrispondenza tra i diversi gruppi di segni.

Fu chiaro a tutti, però, che la scrittura geroglifica era assai più complicata di quanto i primi studiosi avessero creduto. La scrittura geroglifica non era semplicemente alfabetica.  Alcuni segni lo erano, ma altri potevano indicare due o anche tre lettere o addirittura un’intera parola; il mistero, però, s’era squarciato e si era giunti finalmente  a tradurre la “Scrittura Sacra”.

La conoscenza della scrittura geroglifica, infatti, s’era persa da quasi due millenni.