Tucidide, Guerra del Peloponneso, dialogo fra Melii e Ateniesi

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di MARIAPIA METALLO

Fra i grandi iniziatori della storiografia d’ogni tempo, Tucidide, letterato e militare ateniese vissuto e operante in piena epoca periclea, ci regala questo spaccato di logicità storica, filosofica ed antropologica che resterà un punto di riferimento miliare per quanti verranno in seguito, dal giusnaturalista Hobbes, allo stesso Nietzsche, che lo definirà “terribile dialogo”.


Accadeva nel momento di massimo ...splendore imperiale ateniese, che la piccola isola di Melo, rimasta neutrale nella guerra contro i Persiani, a giochi fatti, venisse puntata da Atene per esserne conquistata, in parte per punirla di tale neutralità, ma soprattutto per la sua evidente impossibilità a difendersi.
Gli Ateniesi inviano sull’isola un’ambasceria incaricata di convincere i Melii ad arrendersi con le buone, data l’evidente sproporzione delle forze in campo; questi ultimi decidono di ricevere tale delegazione non in piazza, come gli Ateniesi avrebbero auspicato per incutere soggezione agli isolani, ma a porte chiuse e all’interno d’un ristretto consesso di magistrati cittadini che potessero, appartati dall’emotività del popolo mèlo, gestire più tecnicamente la delicata questione diplomatica.
Tucidide ci tramanda l’ipotetico dialogo della partita a scacchi giocata fra le due delegazioni: un prezioso documento dal quale evincere i basilari equilibri di un rapporto di forze impari. Quali argomenti può contrapporre, infatti, una formica all’elefante che la sta schiacciando? Pochi, ma saldi: il timore della punizione divina verso l‘ingiustizia, il “chi la fa l’aspetti”, la logica sacralità dell’unico titolare d’una giustezza d‘azione, l’eroismo di chi difende il proprio territorio, l’orgoglio della propria stirpe.

Ora, gli argomenti a propria volta contrapposti dagli invasori a tale tentativo di difesa diplomatica non saranno altro che quelli tipici della prepotenza di chi, al momento della circostanza, è il più forte: perché mai costui dovrebbe rinunciare alla concretezza di una vittoria certa e attuale, sulla base di incerti e futuri presagi infausti scaturenti dall’ingiustezza della propria invasione?
Infine, ribatteranno a loro volta gli invasi: a che cosa gioverebbe rinunciare a difendersi da un invasore, se non a favorirne la nefasta azione, che in ogni caso sarebbe calare il proprio tallone?