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Sovranismo contro globalismo

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di GIUSEPPE ROTONDO

Un confronto tra Hegel e Kant


Nell’infuocato dibattito politico odierno, tutto incentrato sui temi, economici e sanitari, legati all’emergenza coronavirus, l’alterco ormai duraturo tra sovranisti e globalisti è passato apparentemente in secondo piano. Prevale piuttosto un atteggiamento “emergenziale”, nella convinzione che le ideologie ed i colori partitici vadano lasciati in secondo piano, preferendo l’unità del “fare” alla discordia della chiacchiera e delle schermaglie politiche. SI può però ritenere che quella del “fare” sia da considerare come una, se non la più pericolosa, delle ideologie presenti sul mercato delle idee. Essa si fonda infatti sulla neutralizzazione di una posizione a suo tempo ideologica: in base all’idea che il fare sia sempre migliore della sterile discussione si neutralizza un preciso indirizzo politico, nascondendo maldestramente il suo reale contenuto ideologico. In tal modo la pandemia coronavirus, pur non essendo stata architettata per questo, permette ad una classe politica di far passare come necessarie ed incontrovertibili delle misure che in una situazione normale probabilmente non sarebbero state accettate. E’ il caso delle diverse restrizioni poste in atto dal governo Conte, per arginare la diffusione del contagio, che hanno causato una parziale riduzione di alcune libertà un tempo considerate inoppugnabili. D’altra parte, in maniera più grave, il mainstream e l’opinione pubblica tendono nella maggior parte dei casi ad accettare supinamente dei provvedimenti economici insufficienti ad arginare una crisi di dimensioni epocali. E, l’aspetto ideologico che fa passare come “buone” queste riforme, risiede sempre nella convinzione che il governo stia “facendo” comunque qualcosa e che in una situazione così grave e complessa è sempre più difficile agire che dibattere e criticare sterilmente. Ancora una volta l’ideologia del fare domina incontrastata, mascherando dietro il velo di maya, una ben precisa convinzione politica. Infatti, al di là delle posizioni assumibili, non si può certo negare che l’attuale governo abbia intrapreso una via di totale passività e remissività nei confronti delle regole e dei vincoli europei: nonostante nell’ultimo periodo la Ue abbia fatto intendere un certo allentamento dei vincoli restrittivi riguardanti le regole di bilancio, palesando la possibilità di concedere fondi a sostegno delle economie più in difficoltà, va comunque precisato che da un lato persiste una corrente “nordica” ancorata all’austerità e che dall’altro la gran parte dei fondi messi a disposizione dei singoli Stati consistono in prestiti piuttosto che in liquidità a fondo perduto.

Insomma i capisaldi su cui si è fin ora retta l’unione europea non sembrano in procinto di essere cambiati. Ma ciò nonostante vi è ancora una maggioranza europeista e globalista, non solo negli Stati più forti e quindi difensori dello “status quo”, ma anche in quelli più deboli e quindi propensi, almeno teoricamente, ad un cambiamento degli attuali equilibri europei, ma anche mondiali. Di fatto però l’europeismo continua a farla da padrone, anche e soprattutto in Italia, dove il governo “giallo-fucsia” presieduto da Giuseppe Conte non sembra minimamente disposto, né a mettere in discussione i vincoli e i trattati europei, né tanto meno ad un ripristino della sovranità monetaria e al tempo stesso politica della nostra nazione. Lungi dunque dall’essere oscurata in nome dell’emergenzialismo e dell’ideologia del fare, il tema dello scontro tra sovranisti e globalisti merita di essere posto in evidenza, vista la necessità attuale e impellente di mobilitare una quantità di risorse economiche forse mai vista fino ad ora. Qualunque posizione si prenda, è infatti innegabile che la questione della sovranità dello Stato sia centrale per comprendere che strada intraprendere per il finanziamento degli investimenti da effettuare massivamente per affrontare l’emergenza covid-19 e le sue conseguenze socio-economiche.

Si proverà dunque a capire, tramite il confronto tra due posizioni paradigmatiche, quale sia, sul piano filosofico, l’alternativa migliore tra sovranismo e globalismo. A tal fine si interrogherà due filosofi per certi versi agli antipodi nella tradizione del pensiero occidentale: Kant ed Hegel; il primo sostenitore di un cosmopolitismo radicale che potremmo oggi chiamare anche globalismo, il secondo sostenitore della sovranità dello Stato.

La critica hegeliana al cosmopolitismo enunciato da Kant nello scritto “Per la Pace perpetua” può assumere ancora oggi una valenza significativa, nonostante il realismo del pensatore idealista possa sembrare cinico e in un certo senso pessimistico. Ma poiché in filosofia le categorie di pessimismo ed ottimismo hanno uno scarso valore teoretico, conterebbe piuttosto mettere in risalto la profondità di certe tesi filosofiche. Ebbene la spietata tesi di Hegel consiste nel considerare gli Stati come individui in grande: lo Stato è come un grande organismo; Hegel può infatti essere definito un organicista. Il corpo dello stato corrisponde al corpo o organismo dell’individuo. Se gli Stati sono una specie di individui più grandi, essi instaurano tra loro rapporti simili a quelli che si costituiscono tra più persone di uno stesso Stato. E così come ogni individuo è nella società civile hegeliana portatore di interessi egoistici, allo stesso modo gli Stati difendono la loro sovranità gli uni contro gli arti, in una sorta di “secondo” stato di natura. Qui vi è il carattere realistico e allo stesso tempo spietato della concezione hegeliana del diritto statale esterno, che si potrebbe oggi chiamare diritto internazionale. Kant è per Hegel un utopista, avendo ideato un progetto per la pace perpetua. Il carattere utopico e astratto del cosmopolitismo kantiano risiede nell’idea che gli Stati possano rinunciare ai loro egoistici interessi per sottomettersi completamente ad un organismo sovranazionale più forte rispetto ad essi. In maniera più precisa Kant delinea una confederazione di Stati, i quali devono a loro volta costituirsi al loro interno secondo una costituzione repubblicana. Ma per Hegel non vi può in alcun modo esserci una volontà generale che si stagli sopra quelle dei singoli Stati. Questo aspetto è ben visibile analizzando le modalità con cui il diritto internazionale può imporsi sulle volontà degli Stati. Qui Hegel pone nuovamente un paragone con la situazione che contraddistingue gli individui. Nel rapporto tra questi ognuno è aggressivo verso l’altro, ma in seguito subentra la morale, l’eticità e il diritto e la situazione si armonizza. Ma tra gli Stati ciò avviene con delle difficoltà. Per Hegel infatti il diritto è reale solo quando ad esso subentra la pena, fungendo da momento sintetico: c’è una norma giuridica, se essa viene negata il giudice interviene e manda in galera il reo. Ma, continua Hegel, tra gli Stati non vi è un pretore: mentre infatti tra gli individui la pace si può instaurare perché c’è il diritto e se viene violato può esser fatto valere con la forza, gli Stati si ritengono autosufficienti e sovrani e non si sottomettono al diritto internazionale. Nell’ambito di quest’ultimo vi sarebbe poi l’assenza di una forza armata adeguata a ristabilire la norma violata. Sarebbe in altri termini necessaria la presenza di forze armate più forti dei singoli Stati. Ma ciò, specie nei conflitti di ampia portata, diverrebbe impossibile.

Si possono a questo punto trarre alcune conclusioni:

Anche se non vi è un forte fondamento teorico nella tesi hegeliana del diritto statale esterno (diritto internazionale), si può certamente affermare che essa sia stata validata storicamente: l’odierna unione europea essendo stata incapace di costituire una cultura, una politica, una società comuni è diventata ben presto lo strumento per la legittimazione degli interessi delle nazioni più forti economicamente e ha addirittura acuito le differenze economiche e gli squilibri commerciali tra i diversi paesi membri. Ed anche in una situazione di emergenza come quella attuale non sembra disposta a garantire politiche economiche e sociali degne di nota.

La volontà di potenza dei singoli Stati europei non è stata affatto appianata dagli organismi e dalle istituzioni comunitarie. Anche se il mainstream continua a difendere la tesi secondo cui solo in un Europa unita (tramite le attuali istituzioni) le singole nazioni possono trovare le risposte alla crisi e che l’uscita dall’Ue comporti un isolamento politico ed economico irreversibile, si può (con Hegel) affermare il contrario: non solo non vi possono essere che Stati miranti esclusivamente al proprio tornaconto particolare, ma anche e soprattutto l’equilibrio e i rapporti politici ed economici tra le nazioni possono funzionare anche (o forse esclusivamente) in assenza di organismi ed istituzioni cosmopolitiche come quelli delineati da Kant.