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Perché non possiamo non dirci marxiani

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di GIUSEPPE ROTONDO

L’importanza di un ritorno “filosofico” al pensiero di Marx

Non si può salvare il cuore del pensiero marxiano senza tornare apertamente alla “filosofia per la filosofia”. Con buona pace dei fautori della “teologia scientista” e della gran parte della storiografia “marxista” non è possibile oggi recuperare Marx senza ritenerlo a tutti gli effetti un filosofo classico, e non semplicemente uno scienziato della politica, della sociologia o dell’economia. Se infatti si considerasse il pensatore di Treviri come un semplice scienziato, lo si dovrebbe senza alcun dubbio abbandonare al suo destino: un Marx autore di una teoria positivista “ e previsionista” sul necessario superamento del capitalismo nel comunismo verrebbe facilmente scartato dal mercato delle idee, in quanto le sue previsioni risulterebbero invalidate dalla storia e dal fallimento del comunismo storico novecentesco, nelle sue svariate e concrete applicazioni. Opponendosi a questo mantra, fortemente consolidato anche nell’immaginario comune, si tenterà di dimostrare come quella di Marx fu una vera filosofia ed un pensiero ancora oggi vivo, capace di mettere in discussione i contraddittori assetti economici, sociali e politici vigenti. D’altra parte il carattere oppositivo rispetto al nostro “spirito del tempo”, l’ostinato anticapitalismo  che contraddistingue ad ogni latitudine la sua filosofia, possono essere spiegati soltanto attraverso un fondamentale “riorientamento gestaltico”: solo  rovesciando la maggioritaria categorizzazione materialistica di Marx  e considerando quest’ultimo fautore di un radicale “idealismo” si potrà corroborare l’attuale fecondità del suo pensiero, nonché il suo carattere preminentemente filosofico.

Questo rischiosa ma al tempo stesso necessaria operazione teorica può essere meglio decriptata riprendendo uno dei più importanti assunti della psicanalisi freudiana: secondo quest’ultima la percezione che un individuo ha di sé risulterebbe sempre influenzata ed oscurata dal suo inevitabile coinvolgimento emotivo, facendo in modo che siano altri individui posteriori nel tempo a dover giudicare con più obiettività il soggetto in questione. Ora, nonostante Marx si concepisse come materialista, vi sono una serie di ragioni per poter a posteriori asserire che la sua filosofia sia profondamente idealista. In primo luogo, infatti risulta evidente che il concetto di materia ha in Marx un significato metaforico e dunque non così essenziale e caratterizzante. La materia può nel pensiero marxiano assumere tre significati metaforici:

-In primo luogo per materialismo si può intendere ateismo. Marx era infatti chiaramente ateo e, come Feuerbach, considerava la religione una forma di alienazione;

-In secondo luogo per materia si intende il primato della struttura sulla sovrastruttura, ossia dei rapporti e dei modi sociali di produzione rispetto alle forme ideologiche e sovrastrutturali del diritto, della religione,  della filosofia stessa, ecc..;

-In terzo luogo materialismo è sinonimo del cosiddetto realismo gnoseologico, ossia della teoria del rispecchiamento del mondo esterno da parte di un soggetto solipsisticamente inteso come conoscente.

In tutte queste tre valenze il significato di materia ha un valore del tutto secondario e ciò pone Marx in netta contrapposizione al materialismo francese del Settecento o a quelli greci di Epicuro e Democrito. Resta da chiedersi: se Marx non è un pensatore materialista, in che modo si può connotare la sua filosofia? Pur essendo caratterizzata da un andamento spesso aporetico e asistematico, ci sono almeno tre ragioni per mettere Marx in una linea di continuità rispetto all’idealismo di Fichte e Hegel:

-Al di là del parricidio, che secondo alcuni marxisti, sarebbe avvenuto nei confronti di Hegel, di quest’ultimo Marx riprende senza dubbio l’idea della filosofia come scienza della totalità. Nonostante recepisca gli insegnamenti dell’economia politica, egli è convinto che essi non siano sufficienti e che solo facendo ricorso all’olismo hegeliano sia possibile pervenire ad una comprensione adeguata della realtà sociale. La filosofia di Marx potrebbe dunque essere interpretata come un’applicazione dell’idealismo hegeliano ad un oggetto specifico, ossia alla “totalità ontologica della società umana”;

-Conseguentemente all’idea della filosofia come scienza dell’intero, Marx condivide con Hegel una comune concezione della verità filosofica: “Per Marx, come per Hegel, la verità non coincide più con il corretto accertamento dell’oggetto da parte del soggetto, ma si identifica con il processo storico di progressiva autocoscienza del soggetto stesso (l’umanità), della sua posizione nel cosmo sociale e delle contraddizioni che lo animano.”[1] Non corrispondenza della realtà con l’intelletto, ma autoconsapevolezza del soggetto, inteso come comunitario e come agente della storia universale. In quest’ottica il soggetto individuale arriva a comprendere se stesso e a pervenire alla verità, solo ponendosi all’interno della totalità sociale di cui è abitatore e riconoscendo nelle concrete istituzioni sociali e politiche il terreno di realizzazione dell’universale e della libertà.

-Da ultimo, ma in modo non meno significativo, Marx è un “filosofo della prassi” proprio come lo sono Hegel e più decisamente Fichte. La concezione marxiana dell’oggetto come esito del fare e del porre di un soggetto è senza dubbio di marca fichtiana. Per Marx come per Fichte la filosofia deve concepire l’oggetto non già come un qualcosa di esterno da rispecchiare nel pensiero, quanto piuttosto come il prodotto storico di una prassi umana in continuo divenire.

Il parallelismo con Fichte è molto evidente nelle Tesi su Feuerbach: “la prima tesi si configura come una critica-in perfetto stile fichtiano- del materialismo come dogmatismo che accetta il mondo nella sua statica e inerte datità, concependo l’oggetto come un Objekt, come una realtà data a prescindere dal soggetto e da esso recepita passivamente nell’intuizione.”[2]

Non si potrebbe trovare una rappresentazione più calzante circa il carattere idealistico della filosofia della prassi marxiana. Giacchè è solo l’idealismo a concepire l’oggetto della filosofia come prodotto di un soggetto, Marx è da considerare a tutti gli effetti idealista ed in modo più radicale un pensatore anti-materialista. Rovesciando gli assunti del pensiero dominante, che intende Marx come materialista, nemico dell’idealismo e della filosofia in quanto tale, occorre oggi recuperare la filosofia idealista marxiana, riprendendo il suo valore critico ed antiadattivo. E’ stato in fondo Marx ad averci insegnato, da perfetto pensatore idealista, che il mondo fuori di noi non è dato o fatalisticamente immodificabile, ma prodotto dal nostro sforzo e perciò sempre soggetto alla nostra attività migliorativa e trasformatrice.



[1] Diego Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani,p.347

[2] Ibid