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Le discriminazioni nelle comunità umane

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di CARMELO PIO CASTIELLO

Ecco come il labile confine fra individui della stessa specie ha prodotto distanze sociali abissali

“Black lives matter”, parafrasando le vite nere contano: è questo il monito che riecheggia dal 25 maggio nelle strade delle città americane e nelle capitali globali. Gli Stati Uniti sono, assieme all’America Latina e al Brasile, uno dei territori che maggiormente si vede colpito dalla lotta al coronavirus, e la sua popolazione vede in minor misura aumentare le proprie libertà personali rispetto all’Italia e all’Europa in generale, anche se a seguito della morte di George Floyd la mobilitazione di proteste e opposizioni, seppure in mascherina e guanti, ha fatto crescere esponenzialmente i contatti umani e la vita pubblica: traspare da queste reazioni la voglia, in una nazione figlia dell’immigrazione, di una forte rivalsa per un conflitto sociale mai risolto piuttosto che per la caporetto sanitaria.

Dopo otto minuti di asfissia il rapper e buttafuori “Big Floyd”, nome d’arte dell’uomo deceduto di questo controverso caso di cronaca nera, muore per mano dell’agente Derek Chauvin per aver utilizzato una presunta banconota contraffatta da venti dollari nel comprare un pacco di sigarette a Minneapolis. Al di la di facili conclusioni, nel loro storico fra vittima e sospettato corre una conoscenza personale, risalente al tempo in cui entrambi lavoravano presso la discoteca El Nuevo Rodeo, che, seppure smentita dalla proprietaria del locale, potrebbe aver nutrito ostilità fra Floyd e il poliziotto. Questo caso di efferata brutalità, però, fa rievocare in coloro che posseggono un minimo di senso civico come nonostante valorosi uomini di pace si siano battuti contro ogni sorta di discriminazione forse queste arcaiche dinamiche psicosociali non siano state realmente superate nella mente degli uomini.

I pregiudizi razziali sono vecchi quanto il mondo e molti studiosi si sono prefissati l’obiettivo di classificarli e motivarli. I primi popoli del neolitico soffrivano di un conflitto fra differenti comunità. Per via dei limitati contatti fra genti anche il vicino appariva come un diverso etichettabile perché non inserito nella gerarchia sociale delle piccole città-stato e non contribuiva al bene comune dell’economia di sussistenza di quei tempi. Lo straniero non era ben conosciuto all’epoca e con il progressivo aumento della popolazione che comportava la necessità di più terre da coltivare per l’alimentazione iniziarono gli scontri fra villaggi, talvolta cruenti e feroci, tristi scenari di campanilismo e prevaricazione.

Nell’antichità, invece, soprattutto nella cultura greco-romana ostracizzare un altro individuo era maggiormente legato al credo religioso, alle ideologie di pensiero e alla cittadinanza: prevaleva un razzismo ideologico piuttosto che una netta distinzione di etnie “inferiori”. Ad esempio i barbari, nemici storici dell’Urbe e avversi anche agli Ellenici erano visti come modelli di perfezione fisica e costitutiva, ma erano emarginati in quanto rozzi, sporchi e privi di un potere centralizzato che regolasse la loro vita in comunità, mentre Settimio Severo sarebbe stato il “Barack Obama” degli imperatori. In civiltà aperte e cosmopolite anche una delle aberrazioni dell’animo umano era colmata dall’indossare toghe o parlare fluentemente greco o latino, infatti era risaputo come l’impero romano non fosse limitato all’Italia e all’Europa, ma metteva insieme un crogiolo di popoli estremamente differenziato sotto il punto di vista fenotipico, accomunato però dall’essere cives, e in pochi sanno che ad Atene, specialmente nel periodo ellenistico, era consuetudine tingersi di biondo per assomigliare di più a quei popoli ritenuti ideologicamente inferiori e primitivi, mentre altri grandi condottieri erano discendenti di schiavi affrancati. Lo stesso Socrate affermava che “nella dinastia di un re sicuramente c’è uno schiavo e nell’ascendenza di uno schiavo c’è sicuramente un re”, mentre Aristotele supportava la schiavitù solo come sistema sociale, e non una netta distinzione cristallizzata fra censi. Sparta, a differenza di altre città-stato, poi, era molto razzista e uccideva circa 2000 iloti per mano di giovani spartiati come divertimento ogni anno. Gli iloti rappresentavano la classe meno privilegiata, eredi delle antiche popolazioni micenee, mentre gli spartiati e i perieci erano riconducibili all’invasione dorica, e costituivano l’oligarchica classe dirigente che sfruttava il lavoro dei primi per il proprio tornaconto.

Anche l’oscuro Medioevo, con i suoi fanatismi e moti repressivi, marcò fortemente la differenza fra popolazioni, ma mai sotto il profilo genico. Il cristianesimo si riteneva fiero dei valori del proprio credo e non accettava di buon grado osservare nei propri territori la professione di altre religioni. È questo il caso della Spagna, che da nazione multiculturale dove convivevano ebrei, mori e cristiani si ritrovò nel giro di poco tempo ad essere lo scenario di una pulizia etnica senza precedenti, tanto che da allora sarà noto come Paese cattolicissimo che aveva sconfitto i moriscos e in Terra Santa gli stessi crociati non condividevano nulla se non la devozione al pontefice. Tuttavia vi erano anche casi di predicazione di uguaglianza e teorie filosofiche che coadiuvavano questa tesi. È questo il caso di Bartolomeo de Las Casas e San Francesco, che attraverso la loro opera volevano smuovere la moralità degli uomini del loro tempo. Vi era una netta distinzione infatti fra la socialità e la moralità: un servo cristiano era superiore solo moralmente ad un principe islamico, mentre socialmente era più in alto nella scala sociale il secondo. Se ad esempio il principe si fosse convertito al Cristianesimo avrebbe raggiunto gradini dell’ordine morale ben più importanti di quelli del servo.

La questione della razza, invece, apparve per giustificare diverse anomalie che si stavano verificando in un mondo in repentino cambiamento a partire dal XVI sec. I colonizzatori europei incominciarono a spodestare sovrani e a occupare vaste aree delle Americhe e dell’Africa, dove invece vi erano già civiltà più o meno evolute, che presentavano tratti somatici differenti poiché erano rimasti isolati per millenni. Ad esempio il re Mansa Musa, dell’impero del Mali, è stato forse la persona più ricca mai esistita e il conquibus di Montezuma era altrettanto sostanzioso, per cui le ricchezze di altri popoli facevano gola all’avida Europa, che voleva estendere la sua egemonia al globo. La politica nazionalista e capitalistica, poi, dopo aver sterminato le popolazioni indigene ricercava una sofisticazione che permettesse la spiegazione della tratta dei neri negli Stati del Nord America. Fu il conte de Gobineau, alla seconda metà del XIX sec. , il primo a mettere nero su bianco presunte teorie antropologiche atte a spiegare la discriminazione fra gli uomini, traslitterando i modelli positivisti e darwiniani per i propri scopi, e in seguito anche l’inglese Chamberlain impiegò queste considerazioni per giustificare l’imperialismo vittoriano in Paesi come l’India o il Sudafrica.  È in questo clima che maturarono le feroci atrocità che porteranno alla Guerra di Secessione Americana, la conversione forzata in Sudamerica e la mercificazione dell’essere umano. Alcune società segrete, come il Ku Klux Klan, ancora esistente in forma clandestina, compivano rappresaglie per intimorire la popolazione nera nei moti dei diritti civili appigliandosi anche a pretesti. Uno di questi spunti proveniva dalla Bibbia, infatti la Genesi recita: “Sia maledetto Canaan! Servo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!” , con un riferimento ai discendenti di Canaan, ossia le popolazioni dai tratti negroidi e il loro rapporto nei confronti del resto dell’umanità.

I casi di persecuzione per motivazioni ideologiche, religiose e etniche continuano poi nel secolo breve. Oltre al razionale genocidio semita, ben congeniato dal Nazismo nei minimi particolari, sono stati innumerevoli i casi in cui la discriminazione razziale ha raggiunto apici macabri e truculenti. La degenerazione del comunismo maoista ha prodotto in Cina violente persecuzioni, come quella dei Boxer che causò la morte di 30000 cristiani o le purghe sociali portate a compimento da parte del Dragone nel Grande Salto in avanti, programma che prevedeva tra l’altro campi di lavoro forzati come quelli nazisti, fascisti e staliniani. Anche nel moribondo Impero Ottomano il popolo armeno e quello curdo erano costretti a peregrinazioni senza fine in vari territori mediorientali, sempre con il timore dei massacri compiuti dai Giovani Turchi, ufficiali nazionalisti, tanto che alla fine il funesto bilancio fu di più di un milione di vittime. Meno noti e forse dimenticate sono le persecuzioni dei khmer rossi di Pol Pot, dei gulag sovietici in cui finirono circa venti milioni di oppositori politici e il cruento genocidio dei Watussi cantati da Vianello nel Ruanda e nel Burundi, frutto di scontentezze politiche causate dal mal governo belga e dalla distribuzione arbitraria delle cariche istituzionali, mentre meno cruenti ma altrettanto ingiuste furono l’apartheid e la segregazione dei neri perorate dal pensiero comune in Sudafrica e USA, formalmente sconfitte grazie alla valorosa azione di uomini di pace, ma de facto ancora presenti spesso nel pensiero della classe dirigente o della popolazione ritenuta “superiore”.

L’antropologia e le scienze moderne hanno definitivamente abbandonato il concetto di razze o di differenze nelle etnie, riconoscendo solamente in alcuni casi l’isolamento di alcune popolazioni e la differenziazione degli epos ed ethos delle varie identità culturali. Traspare anche da questi giorni tuttavia come forse nella mente dell’uomo questi motivi di odio non siano mai cessati. Diversi sociologhi hanno individuato quattro diversi livelli di persecuzione e isolamento legati alle differenze con l’altro. In primo luogo è possibile riscontrare un “infrarazzismo”, che latentemente fa diffondere pregiudizi xenofobi, violenza più o meno frequente e discriminazione fra gli individui. Nel secondo caso, invece, queste ideologie iniziano a espandersi anche per mezzo dell’informazione ed è quantificabile in sondaggi di opinione, e la massa inizia ad essere divisa, fino a divenire il motto di qualche forza politica o parapolitica, causando violenza di massa e strumentalizzando la diversità come mezzo di potere, per poi giungere al picco della climax con programmi di segregazione di massa o imposizione di un pensiero nato dal basso a tutta l’opinione pubblica di qualsivoglia entità nazionale.

Alcuni filosofi e psicologi, invece, hanno pareri contrastanti nella spiegazione della riproposizione in vari tempi, anche in modalità diverse, di questa ideologia all’interno dell’animo umano. Secondo Dollard, ad esempio, nasce nell’uomo la necessità di eliminare il “capro espiatorio”, artefice dei mali della comunità e Freud presentò una fantasiosa spiegazione psicanalitica della persecuzione ebraica ed una sorta di giustificazione a qualsiasi fenomeno di questo tipo. Secondo le teorie più recenti, invece, la psiche influenza l’evoluzione di forme persecutorie specialmente nell’infanzia: traumatiche esperienze in soggetti con un basso qi potrebbero essere alla base della contrapposizione con l’altro, e talvolta il gruppo predominante tende a enfatizzare l’avversione al diverso nella speranza di riuscire a sfogare i propri dubbi esistenziali. In generale, quindi, il razzismo non è mai una dinamica legata unicamente alla fisicità degli individui o ad altri fattori divergenti, ma in larga parte frutto del crollo delle certezze di una classe proletaria e borghese che si vede travolta da un avvenire incerto e caotico. Le classi dirigenti, poi, possono sfruttare questo risentimento come strumento di comando o riflettore grazie a cui mascherare i veri problemi di una civiltà, quella umana, mai equilibrata e spesso ingiusta, che vive per i bisogni di molti ma non soddisfa nessuno.

Senza condannare l’operato di studiosi e pensatori che ci hanno anticipato, troppo invischiati negli idoli baconiani per poter esprimere un giudizio critico a tal proposito, spetta ad ognuno di noi, in egual misura, cercare di non cadere nella cecità dei pregiudizi e di far sì che episodi come quelli che infiammano le piazze globali cessino non con le proteste ma con prima di tutto all’interno di noi stessi, e che le occasioni di difesa di un ideale non si tramutino più nel semplice raggiungimento di un bieco obiettivo personale, ma diventino pacificamente il compimento di un progetto comune che consideri l’humanitas e la pietas nelle azioni quotidiane e, forse, un giorno, tanti sforzi compiuti nell’inutile affermazione di superiorità possano mutare in vive lotte per la risoluzione delle tante piaghe che flagellano il pianeta e minacciano la nostra stessa sopravvivenza. Soltanto il pieno raggiungimento dell’equità sociale e l’attuazione di un progresso sostenibile per tutti può far diminuire tanto odio fra figli della stessa terra e cessare gli interessi particolari che spesso degenerano in rancore e brutalità.