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L' incomprensibile età del tempo

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di SARA D'ANGELO

 

Un quaderno, un taccuino, un foglio.

 

E inchiostro, tanto inchiostro per cristallizzare il tempo dentro una pagina, sfiorando i margini di un rigo. Il tempo è un padre, una guida paziente dal nostro avvento al mondo, mentre noi figli ingrati di esso ne facciamo un gioco superfluo, lo maneggiamo come un regalo da scartare in fretta, perché nell'altra stanza c'è un altro regalo che attende, e nell'altra un altro regalo ancora.
È così che si ignora il nostro avere più prezioso, è così che all'improvviso, si perde.
I colori dell'alba non sono mai tutti uguali, il sole di oggi è più caldo di ieri, poi nel pomeriggio si abbatte un temporale e cancella il tepore conquistato al mattino.

Adesso e ora è l'unico tempo che ci appartiene, lui è la preda, noi i cacciatori, non ci può sfuggire, è in trappola. Ogni attimo felice è una fotografia custodita nell'album mentale da sfogliare nella malinconia del domani.

Tutti i nostri ricordi sono figli di un tempo ingiallito dal tempo. Sì, il tempo uccide se stesso, è un suicida logorato dalle sue rughe, dalla sua pelle raggrinzita e stanca, troppe ore lo hanno stremato, al riposo della lancetta più corta non vuole proprio rinunciare.

C'è da chiedersi se il tempo sia mai stato giovane, il secondo di questo 'adesso' sarà tra poco un minuto adolescente che guardandosi indietro rivede il suo coetaneo diventato all'improvviso adulto. Da questo istante ogni momento diventa memoria. Tutto accade in un lampo. Da presente a passato inizia un cenacolo dal nome 'Vita'.

Lo specchio crudele si presta al gioco dell'inganno, sadica illusione di una sosta del tempo, una fermata alla stazione di un infinito presente. Invece no, i binari hanno fretta, corrono all'impazzata, sono sordi al fischio del capostazione. Il viaggio rifiuta la pausa, il senso della vita è costretto a inseguire se stesso. Scarpe comode per passi sicuri, dietro la collina si presenta la montagna, il prato fresco di rugiada ci mette poco a diventare pozzanghera.

Padre tempo si diverte a sorprendere, talvolta a meravigliare, apparecchia la tavola per i suoi commensali inconsapevoli dei suoi disegni.

Nel cuore del tempo vive la bellezza di ogni cosa, una carezza consacrata al viso e senti che la luna non è poi così lontana, in un incantevole tramonto puoi contare le gocce dell'oceano, è uno spirito calmo l'amnesia del tempo.

Fragile come il tempo non lo è nemmeno un filo d'erba, ha bisogno di molta cura per resistere e nessuna distrazione per non morire, troppo spesso si traveste da serpente per strisciare nella roccia senza lasciare traccia.

Nel 2009 lo scrittore Antonio Tabucchi, pisano di nascita ma portoghese d'adozione per aver dedicato anni della sua vita alla traduzione e alla critica letteraria delle opere di Fernando Pessoa, dirige la sua penna sul valore del tempo.

"Il tempo invecchia in fretta" , le lettere impresse sulla copertina sembrano voler offrire accoglienza ad un trattato di filosofia, o un saggio breve sulla società.

Nove racconti imperlati da personaggi vivaci, tutti assorti a recitare da attori protagonisti in un film dalla sceneggiatura surreale, attori testimoni della corsa travolgente del tempo, sguardo in avanti, nessuna distrazione che lo rallenti.

Lo stile narrativo di Tabucchi è riconoscibile, il lettore s'immette in un corridoio interrotto da porte blindate dalle quali si esce esausti, l'apertura di ciascuna di esse ha richiesto una forza mentale importante.
Lo scrittore affonda la penna da cui emergono ritratti di storie forti che hanno cementato le radici nel tempo appassito, inutile è ogni sforzo, non vogliono proprio saperne di staccarsi. Avvicinare Antonio Tabucchi allo scrittore Erri de Luca è naturale, Erri ha una scrittura spedita, diretta, l'ultimo rigo di ogni sua pagina chiude, non ci sono finestre, nè spifferi di storie da serrare. Erri resta dentro il suo pentagramma che dà asilo ad una voce trasparente, Tabucchi è un gabbiano esploratore. Il suo oltre è la sua norma. Tabucchi concede al lettore metà del suo libro affinché lo interpreti secondo la sua vocazione.

Nove racconti attorno all'Europa, Svizzera, Romania, Germania, Kosovo, sono teatro di storie intime e personali, la memoria è un frutto di tutte le stagioni, il ricordo è un figlio unico che accompagna la vita dalla culla alla morte.

C'è la storia di un ufficiale italiano consapevole di essere in pericolo di vita per aver subito le radiazioni di uranio impoverito durante la guerra in Kosovo, ciò nonostante diventa il maestro di una giovane fanciulla insegnandole a leggere il futuro nelle nuvole.

Un uomo vittima della solitudine crea per sè visioni notturne, allucinazioni, storie di immagini e di parole che non gli sono mai appartenute, perchè costruite durante una notte insonne.
"Yo me enamorè del aire" , le note di questa canzone evocano in un uomo il risveglio della sua intimità addormentata da tempo, la danza sinuosa di una giovane donna impegnata a stendere i panni su una terrazza di un edificio della città assomiglia a un'onda leggera e trasparente, l'imitazione di un velo di cipria impalpabile sulla pelle di un sogno a occhi aperti.

"In vita sua aveva cercato sempre il mezzogiorno, e ora che era arrivato in quella città del sud gli pareva giusto continuare nella stessa direzione. Però, dentro, sentiva una brezza di tramontana. Pensò ai venti della vita, perché ci sono venti che accompagnano la vita: lo zefiro soave, il vento caldo della gioventù che poi il maestrale si incarica di rinfrescare, certi libeccio, lo scirocco che accascia, il vento gelido di tramontana. Aria, pensò, la vita è fatta d'aria, un soffio e via, e del resto anche noi non siamo nient'altro che un soffio, respiro, poi un giorno la macchina si ferma e il respiro finisce".
Realtà e immaginazione spesso hanno una sola voce, ciascuna ha compassione della fragilità dell'altra, apparentemente vivono distanti ma il tempo sa come scompigliare la notte inesperta nelle mani di nessuno, tic-tac tic-tac l'orologio sussurra, "clof clip cloffete cloppete" ripete la goccia, intanto
i granelli della clessidra scendono ubbidienti senza protestare, perché sanno che solo raggiungendo il fondo, in silenzio, il tempo del frattempo è vissuto appieno.