Il SudEst

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Aug 03rd
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Lucio Lucinio Lucullo

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di MARIA PIA METALLO

Passò alla Storia come l’uomo dei banchetti e dei simposi, dedito al lusso più sfrenato, agli sfarzi esagerati e magnificamente ricercati.

 

 

Trascorse gli ultimi anni della sua esistenza dedicandosi totalmente ai piaceri del corpo e della mente, rinchiudendosi in dorate gabbie e rifuggendo dalle ambizioni che gli erano state compagne fedeli spesso difficili da soddisfare. Sto parlando di Lucio Licinio Lucullo, aristocratico romano della potente Gens Licinia da parte di padre e a quella dei Metelli da parte di madre. Trovare nella Roma dell’epoca un aristocratico più aristocratico di Lucullo è impresa ardua. Egli era un perfetto esempio di nobile altezzoso, di fine intelletto, persino idealista in alcuni frangenti, appassionato di filosofia, talentuoso oratore della tribuna forense in grado di padroneggiare alla perfezione la lingua greca oltre che il latino. Servì come tribuno nella Guerra Sociale scrivendoci persino un saggio in greco. Fu l’unico ufficiale tra quelli di Silla ad appoggiare la marcia in armi su Roma del futuro dittatore, un atto scellerato, inconcepibile fino a qualche anno prima, inquadrato nell’ottica dell’immane scontro civile che si tenne nell’Urbe tra i “populares” dell’homo novus Gaio Mario e gli “optimates”, ovvero la fazione aristocratica conservatrice di Silla e compagnia bella. Si dice che Lucullo, da ottuso classista perso nei suoi ideali oligarchici, incantato dalla personalità carismatica e rabbiosa del suo capo, abbia messo anima e corpo a disposizione di Silla senza nulla chiedere in cambio. A ben guardare però da questa alleanza fu proprio il nostro ad uscirne arricchito di carriera e sesterzi. Non sto qui a descrivere tutte le imprese che lo videro protagonista; per usare ciò che gli storici romani scrissero delle strategie di Lucullo “egli sapeva colpire con la velocità di Scipione difendendosi con l’accortezza di Fabio Massimo il Temporeggiatore”. In pratica ci troviamo dinanzi ad un genio della lampada. Che poi la cosa divertente è che Lucullo partì per l’Asia con un baule pieno zeppo di papiri che narravano delle battaglie di Alessandro Magno, di Scipione Africano, di Annibale etc etc e si narra che lungo il tragitto marittimo, si fece una tale cultura di strategie tattiche e militari che sulla nave salì da recluta e ne discese condottiero. A dirla tutta l’aristocratico di raro concesse ai propri legionari di far man bassa, saccheggiando a destra e a manca. Anzi si contraddistinse tra le popolazioni locali per magnanimità e clemenza, amministrando i nuovi territori come un buon padre e non come un pessimo padrone. Sta di fatto però che le uniche a riempirsi di ori furono le sue saccocce nel generale malcontento dei legionari che sgamando che qualcosa non quadrava, cominciarono ad odiare quel pedante condottiero. Dall’alto del suo scranno inoltre Lucullo si distingueva anche per la severità delle pene, l’applicazione di un duro codice marziale e la convinzione che il suo esercito di plebei combattesse al fine di tornarsene a casa a zappare la terra come all’epoca della prima Repubblica. Peccato che i legionari, tutti nullatenenti o quasi, si erano arruolati solo ed unicamente per un futuro migliore e per comprarsela la terra grazie ai frutti di bottini e concessioni. Tra i primi borbottii e avvisaglie di ammutinamenti, Lucullo mosse contro l’Armenia, dichiarando guerra ad un regno senza l’approvazione del Senato. Non considerò inoltre che l’Armenia stessa era una sorta di confine naturale, una terra di nessuno posta tra i possedimenti romani ed il potente impero dei Parti. Chi avrebbe conquistato l’Armenia si sarebbe cacciato in un tale ginepraio che Roma iniziò a seguire con mal celato timore le gesta luculliane. Come spesso succede, la dea bendata concede molte occasioni per poi chiedere il conto; le legioni in questione furono scosse da diversi ammutinamenti che arrestarono la marcia trionfante di Lucullo permettendo al redivivo re del Ponto di riprendersi tutti i suoi territori. La commissione romana giunta in Oriente altro non fece che riferire dei gravi disordini tra gli uomini e di come la situazione fosse sfuggita di mano al generale in carica. Rientrato a Roma gli fu negato il trionfo e fu coinvolto in tantissimi processi, alcuni inventati solo per fargli danno, e la sua carriera politica e militare ne uscì distrutta. Da qui il conseguente ritiro nelle sue meravigliose ville, coltivando quello sfarzo che solo nelle corti orientali aveva potuto gustare, con particolare attenzione per le prelibatezze culinarie come per le opere d’arte. Morì intorno ai 60 anni, avvelenato lentamente da una pozione che un suo schiavo gli somministrava giornalmente per avere il favore del padrone. Lucullo fece sicuramente il massimo profitto della guerra combattuta in Oriente, ammonticchiando una quantità immensa di ori e tesori. Prolungò il conflitto all’inverosimile sopperendo con il proprio tornaconto personale al fatto di non riuscire mai a chiudere la partita contro nessuno dei suoi avversari. Si potrebbe considerare l’ipotesi che Lucullo abbia per cupidigia opportunamente ricercato una guerra eterna? Oppure l’andare ogni volta così vicino alla vittoria senza mai conseguirla potrebbe aver determinato in lui una sorta di ossessione da trionfo? Una personalità di grande intelletto ma dal comportamento, condito di una particolare ottusità mai fine a se stessa. Alle grandi prese di posizione in danno persino agli interessi di Roma, non corrispose egual sorte quando in ballo furono i suoi interessi personali o desideri di sorta. Stesso discorso si potrebbe applicare al presunto “odio di classe” nei confronti di tutti coloro che non appartenevano al suo rango e dei “populares” in particolar modo, osteggiati all’inverosimile fin quando la brama di ottenere il comando non calpestò ogni principio ed etica morale. La sua colpa più grave fu quella di non aver favorito nessun tipo di rapporto di fiducia con i propri legionari, rimanendo un condottiero da piedistallo, sprezzante nei confronti della plebaglia arruolata, errore che, anni dopo, non avrebbe compiuto Cesare che a suon di lasciti e comportamenti “da caserma” si sarebbe guadagnato la fedeltà delle proprie truppe fin oltre il Rubicone. Lucullo può essere archiviato come un uomo dalle eccessive contraddizioni. Da molti fu additato come carente in personalità in seguito alla sua fuga dalla vita politica dell’Urbe con quel ridicolo rinchiudersi in un’esistenza artefatta che lo consegnò alla Storia come un tipo bizzarro e curioso, appiccicandogli un’immagine che non è quella del talentuoso e un po’ spocchioso condottiero romano.