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Cesare Pavese e il suo mal di vivere

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di SARA D'ANGELO

La notte del 27 agosto 1950 nella camera 49 dell'Hotel Roma a Torino, Cesare Pavese, l'uomo innamorato della letteratura e infatuato della vita chiude la sua esistenza vissuta sotto una breve sfumatura di cielo.

 


 

Fu trovato disteso sul letto completamente vestito ma senza le scarpe. Accanto a lui un tubetto vuoto sul comodino si offriva alla vista come un trofeo (o reliquia) della sua sfida esistenziale.
Guerra combattuta, lui vinto. In una pagina del suo diario gli ultimi spasimi letterari: "Non parole. Un gesto. Non scriverò più".

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, un paesino delle Langhe dove vive con la sua famiglia fino alla morte del padre nel 1914. Con la madre, Consolina Mesturini, non ha un rapporto sereno, la donna è concentrata sulle fatiche del lavoro, poco conta la fragilità emotiva di quel figlio che di amore ha tanto bisogno. Vedova e con due figli, veste in silenzio la responsabilità di mandare avanti la famiglia "senza baci nè parole superflue" come Pavese scriverà negli anni a venire.

Per il giovane Cesare assistere impotente alla sofferenza del padre provocata dalla grave malattia è un trauma che lo cambierà per sempre. Il filo di una ragione claudicante si spezza in un attimo, si rafforza in anni. Il pensiero del suicidio si fa strada nella sua mente, un paio di volte fallisce il tentativo di accontentare quella che ormai è un'ossessione, un "vizio assurdo", una follia silenziosa, quindi pericolosa.

La natura accorre. Le passeggiate nei boschi lo distraggono da quel pensiero, la solitudine è per Pavese un abbraccio e non un riparo. Nell'isolamento trova tutto ciò che "la vita normale" lo priva. Il desiderio di amare e di essere amato, la costante ricerca del suo posto nel mondo, tutti sintomi di desideri mai espressi, soltanto nell'anima consumati.

Nel 1930 pochi mesi dopo la laurea la morte della madre lo costringe a trasferirsi in casa della sorella Maria, per lei nutre un affetto sincero, ammira il senso del dovere nel suo ruolo di mamma e moglie sebbene intraveda in lei la figura di una donna frustrata e infelice. In quella casa Cesare scandisce i suoi giorni tra pile di libri, un piatto di minestra e un po' di tabacco. Sempre più spesso il necessario gli è perfino superfluo.

Nel 1933 partecipa attivamente alla fondazione della casa editrice Einaudi, ma il suo lavoro è interrotto dall'esperienza del carcere per aver accettato di ricevere al suo domicilio lettere antifasciste. Un errore pagato con tre anni di confino a Brancaleone Calabro, poi ridotti a uno per grazia. Le rocce rosse di Brancaleone sono un duro esilio per Pavese, staccato dal suo mondo fatto di libri e di affetti si sente lontano perfino da se stesso. Durante il suo soggiorno obbligato scrive il suo primo romanzo "Il carcere" e comincia a tenere un diario dal titolo "Il mestiere di vivere". La vita come disagio da sopportare quando ogni cosa ti è ostile perché così la senti, quanta fatica la sera riuscire ad arrotolare il giorno, riporlo vicino ai suoi fratelli "ieri" e lontano da ogni domani.

Tornato in casa editrice si occupa di tradurre la letteratura americana, s'interessa alla mitologia ed etnologia, scrive articoli, saggi, racconti.

Vano è ogni tentativo di condurlo a lasciarsi infiammare dalla bellezza della vita, le fragili atmosfere lo attraggono molto più della solidità della terra, Pavese è consapevole di essere un uomo infelice, un intellettuale protetto dalle pagine elette a scudo dai rumori della vita, odiati, temuti… tanto desiderati.
Cesare Pavese era un intellettuale innamorato dei giovani. Durante le lezioni i suoi allievi riconoscevano in lui la passione per la lettura dei classici, la letteratura greca e latina erano la sua àncora per una vita al limite dal naufragio emotivo. Pavese offriva generosamente il suo talento alle nuove generazioni, tenendo lontano le tentazioni che avrebbero potuto allontanare i suoi protetti dallo studio.

"La letteratura è una difesa contro le offese della vita". (scrive nel suo diario)
Quando lo scrittore intuiva un talento se ne prendeva cura, così fece nel 1948 con un giovane di Sanremo che rispondeva al nome di Italo Calvino. Lo chiamava "lo scoiattolo della penna" per il suo stile "vivace" di raccontare. Calvino scrisse così di Pavese: "Vero è che non bastano i suoi libri a restituire una compiuta immagine di lui: perché di lui era fondamentale l'esempio di lavoro, il veder come la cultura del letterato e la sensibilità del poeta si trasformano in lavoro produttivo, in valori messi a disposizione del prossimo, in organizzazione e commercio d'idee, in pratica e scuola di tutte le tecniche in cui consiste una civiltà culturale moderna".

L'età anagrafica di Pavese non coincideva con il suo malessere di vita da adolescente, gli anni maggiori avrebbero dovuto destarlo dal tipico turbamento del "non ancora uomo", eppure lui restava chiuso dentro il suo mondo estraneo al mondo, nella voragine del trauma di una difficile infanzia, inoltre non mancavano le voci sulla sua impotenza sessuale, mai certa, mai smentita.
Una guerra con se stesso dalla nascita alla morte. Senza pause, senza respiri leggeri. Se l'anima è pesante i passi non raggiungono alcuna destinazione, stanchi, si arrendono già prima della partenza.
Nella vita di Cesare Pavese le donne sono state molto amate e poco amanti. All'Università conosce Battistina Pizzardo, una donna che lo aiuta a uscire fuori dalla fortezza impenetrabile che si è costruito da solo, non è lontano il giorno in cui crollerà con essa.

A Roma ebbe una storia con Bianca Garufi, una ragazza siciliana segretaria della casa editrice. Per lei scrive i "Dialoghi con Leucò" e le poesie di "La terra e la morte".

Roma era il suo lavoro ma non la sua casa. Di Torino era sempre molto innamorato. Il 17 novembre 1935 le dedicò una pagina di diario.

" Città vergine in arte , come quella che ha già visto altri fare l'amore e di suo, non ha tollerato sinora che carezze, ma è pronta ormai se trova l'uomo, a fare il passo. Città dove sono nato spiritualmente, arrivando di fuori: mia amante e non madre nè sorella. E molti altri sono con lei in questo rapporto. Non le può mancare una civiltà, ed io faccio parte di una schiera. Le condizioni ci sono tutte".
La città eterna fu però spettatrice del suo incontro con Constance Dowling, un'attrice americana arrivata in Italia in compagnia della sorella, entrambe in cerca di fortuna artistica e non solo. Lei povera e ambiziosa, lui privo di ogni progetto per ogni suo domani, una relazione stentata fino a quando lei se ne tornò in America e lui sigillò il suo martirio interiore scrivendo la raccolta di poesie "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi". L'opera rappresenta l'inizio del cedimento psicologico nonché della proficua sorgente letteraria di Cesare Pavese. Dieci poesie scritte da un uomo stanco, la sua verità sta per essere confidata al mondo, tutto quel nulla che da sempre lo ha oppresso e logorato sta per riempire la sua zolla di terra eterna. Dentro la poesia Pavese non riconosce più la sua vita.
Arriva il tempo dei successi letterari. Nel 1938 vince il Premio Salento con "Il compagno", nel 1950 pubblica "La luna e i falò" l'ultimo romanzo dove per la prima volta grida il suo tormento esistenziale alle colline piemontesi, il richiamo delle sue origini era solo addormentato, il romanzo è un testamento che forse la donna a cui è dedicato, Constance Dowling, non leggerà mai.

Nello stesso anno si aggiudica il Premio Strega con il romanzo "La bella estate". Il titolo stride con quello che è l'autunno esistenziale del suo autore. La storia racconta il tempo breve dell'innocenza umana, la maturità viene violentata macchiando per sempre il pudore casto della giovinezza. L'amore ha i minuti contati, i fremiti mai dureranno ore.

Accompagnato da Doris Dowling, sorella di Constance, si presentò alla serata finale del Premio. Queste furono le sue parole ai microfoni di Villa Giulia, quasi a scusarsi della vittoria:" Si consolino i perdenti. I libri più importanti di una generazione non prendono premi letterari".
La corsa del suo inverno privato si arresta una notte di fine agosto, la bella stagione alla fine si arrende, l'inquietudine insiste, il sipario chiude un'esistenza segnata fin dal suo primo ingresso nel mondo.
L' addio alla vita giace sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi".

Il vizio assurdo è compiuto.