Carlo Levi e Cesare Pavese

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di MARIAPIA METALLO

Entrambi gli autori hanno tradotto l’esperienza del confino in materia narrativa e pubblicato le loro opere a pochi anni di distanza e per lo stesso editore, Giulio Einaudi. Entrambi appartenenti all’ambiente intellettuale torinese, accusati di attività antifascista, vengono arrestati e, dopo un breve soggiorno in carcere, vengono condannati a tre anni di confino. Fino a qui gli elementi in comune, ma l’analisi comparativa delle opere rivela profonde diversità.


Levi riferisce, con attenzione quasi sociologica, delle condizioni di miseria e asservimento dei contadini lucani; Pavese concentra l’attenzione su se stesso, sulla solitudine radicata in ogni uomo, di cui l’esilio diventa metafora significativa.


Nell’opera di Levi, Cristo si è fermato a Eboli, non è riconoscibile un genere letterario preciso, poiché essa ha i caratteri insieme di un diario e di un libro di memorie, di un saggio di etnologia e sociologia, ma anche di un romanzo. Il mondo chiuso di Aliano è simbolico della distanza tra due Italie: quella della “civiltà” che sembra essersi fermata nel suo sviluppo là dove finisce la ferrovia, a Eboli appunto, e quello emarginato e asservito in cui si stenta a sopravvivere tra miseria, fame e malattie. L’idea centrale del libro si basa sulla scoperta del mondo contadino come passato arcaico individuale e collettivo in cui lo spazio e il tempo mantengono una sacralità che il mondo borghese, artificiosamente banale, ha perso. Al contrario l’opera di Pavese è indirettamente autobiografica.

Il protagonista del primo dei due romanzi, “Il carcere”, l’ingegner Stefano, è un personaggio di fantasia e i riferimenti al contesto storico-politico, alle motivazioni della condanna al confino, sono rari, generici e non influenti. L’attenzione dell’autore, piuttosto che alla realtà umana che lo circonda, è rivolta all’introspezione del protagonista, unico personaggio tratteggiato in profondità. Nella solitudine trova la condizione che più lo appaga e, ad esempio nel rifiuto di incontrare l’altro confinato, anticipa il difficile rapporto con l’impegno politico che verrà ampiamente rappresentato nel secondo romanzo, “La casa in collina”. Protagonista e narratore è, in questo secondo romanzo, Corrado, un insegnante che, rifugiatosi in un primo tempo sulle colline torinesi per sfuggire ai bombardamenti, dopo l’8 settembre sceglierà di ritirarsi nelle Langhe di cui era originario, sottraendosi alla lotta partigiana.


I due romanzi saranno pubblicati insieme con il titolo Prima che il gallo canti che allude alla paura e all’incapacità dell’uomo di fronte alle proprie responsabilità. Entrambi i protagonisti sono intellettuali condizionati dalla propria solitudine, per i quali le condizioni storiche (la prigionia per Stefano, la guerra per Corrado) offrono il pretesto all’inazione, al ripiegamento su se stessi, all’isolamento. Ecco che il confino di Stefano diventa metafora dell’incomunicabilità, mentre la collina di Corrado rappresenta il tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità con la fuga.