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In ogni epoca storica si incuneano nella società gli scettici…

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di MARIAPIA METALLO

Dalla lettera di Alvise Zen, medico della peste a Venezia durante l’epidemia del 1630, a monsieur d’Audreville “Eccellentissimo monsieur d’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune“.


Alvise Zen si riferisce al racconto della pestilenza del 1630/1631 e all’edificazione della grande Basilica della Madonna della Salute, a Punta della Dogana, che festeggiò la fine dell’epidemia che in 17 mesi aveva sterminato il 40% della popolazione veneziana, con un numero di morti pari a 80.000 persone.

I medici della peste erano dei dipendenti pubblici assunti dai villaggi o dalle città quando una pestilenza colpiva la popolazione. Durante le fasi acute delle epidemie erano gli unici a poter girare liberamente per le città, nelle quali, solitamente, vigeva il coprifuoco perenne con pena di morte, per occuparsi della compilazione dei registri funebri in modo da avere una stima completa della conta dei morti, trasmettendo la memoria storica degli eventi e ricordando alla città cosa era successo durante l’epidemia.

Essi operarono nelle diverse zone d’Europa colpite dalle pestilenze fra la metà del XIV secolo e la fine del XVIII secolo, e hanno permesso a noi moderni di conoscere nel dettaglio le modalità di diffusione dell’epidemia, il numero di morti che provocavano le diverse ondate di “morte nera” e anche la socialità modificata di quei terribili periodi, quando, sempre con le parole di Alvise Zen: “Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “Chi gà morti in casa li buta zoso in barca”. Per le strade cresceva l’erba. Nessuno passava“.

Anche allora si incuneavano nella società gli scettici, come li definisce il medico: “Illustrissimi medici dell’università di Padova, chiamati per un consulto, disconoscevano addirittura l’esistenza del morbo; guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calato su Venezia“.

Medici della peste, ma soprattutto cronisti di un lungo periodo della storia umana durante il quale il dilagare di un’epidemia ha sterminato piccoli villaggi e ridotto di centinaia di migliaia di persone la popolazione delle città più grandi.