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La vita degli uomini infami, di Foucault

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di ANNA CAPRIATI

Scritto in origine come introduzione agli archivi degli internamenti, della polizia, delle suppliche al re e delle lettres de cachet dall’Hôpital Général e della Bastiglia appartenenti al secolo tra la fine del Seicento e metà Settecento, “La vita degli uomini infami” è un’antologia delle esistenze (1977), un’ “erbario” dei miserabili e delle miserabili reali pensato da quel Michel Foucault “umano, troppo umano” che merita la giusta attenzione oggi. Dichiara sogno la sua idea di restituire intensità e dignità letteraria a queste vite “infime, divenute cenere nelle poche frasi che le hanno stroncate” (pag. 11). La follia, la rabbia, la povertà, la violenza e tutto ciò che costituiva la ragion d’essere degli “esclusi” ha da sempre suscitato nel filosofo una certa voragine filosofica (lo stupore platonico nel senso di vertigine più che meraviglia) tra bellezza e spavento (pag.15). Simile al lavoro di Roland Barthes sui frammenti di un discorso amoroso, quello di Foucault è il suo speculare oscuro (Foucault scrive “leggenda nera, ma soprattutto ridotta all’osso” pag. 27) dai ritratti più osceni, lasciando alle parole e alle grida la loro autenticità, la loro Storia sconosciuta e invisibile ancor prima di essere stata tracciata. Era necessario, però, che “un fascio di luce le illuminasse anche solo per un istante” (pag.21) strappandole dal silenzio e questa luce è il potere, perché senza i suoi “artigli” non avremmo letto tali sventure. Di quali vite sta parlando? Quelle di un monaco scandaloso, di una donna picchiata o l’ubriacone inveterato e non altri/e lasciate alla fama universale; sono storie di menti “infami” macchiate di odio dallo stesso potere che le ha reso note fino a noi, rese indegne per sempre. Scrive Foucault: “Inutile cercare un altro loro volto, o sospettare in essi una diversa grandezza; sono solo quello per cui li si è voluti schiacciare: né più né meno. Tale è l’infamia nuda e cruda, quella che non essendo mescolata né a uno scandalo ambiguo, né a una sorda ammirazione, non si concilia con nessun tipo di gloria” (pag. 31). Tutti i mali del mondo, alla fine del Seicento, anziché essere solo confessati e tenuti in segreto dal cristianesimo, ad un certo punto diventarono oggetto di sapere-potere delle istituzioni penitenziarie e sanitarie; in breve, trascritte ed esposte al giudizio. Nell’assolutismo francese il compito della polizia era raccogliere le lamentele e le dicerie del popolo (soffiate diremmo oggi), mostrarle al monarca e infine, a decisione del Re, intervenire in modo capillare nel corpo sociale, in particolare sulla reclusione del colpevole. Tutti i legami, inclusi quelli più intimi, si intrecciarono alla politica tale da subire un’accettazione verso il potere sovrano. Chi scriveva quelle lettere contro un comportamento altrui ritenuto inaccettabile per la comunità era complice inconsapevole dell’autorità regia: “quello per cui le variazioni individuali della condotta, le vergogne e i segreti sono offerti dal discorso all’impresa del potere”. Il senso comune è sollecitato, pensiamo alla nostre vite oggi ai tempi del Covid-19 e l’uso delle autocertificazioni sugli spostamenti necessari o meno. Alcuni chiamano questo sistema inutile, altri ‘bio-securitario’, tuttavia la riflessione è più complessa: la nostra giustificazione verso l’atto da compiersi sembra, in un certo senso, delegare parte della nostra privacy alle istituzioni governative? Chi ci controlla davvero? Michel Foucault non è completamente datato come autore, anzi, si rese conto dei potentissimi effetti di condizionamento nei gesti, nelle parole, nel modo di respirare provocati dall’autorità sulle persone. Rispettare le regole dettate dalla sanità pubblica non significa essere burattini senza coscienza critica; non rispettarle, al contrario, non ci rende rivoluzionari. Tutto va ripensato, magari senza scontrarci uno contro l’altro, senza banalizzare l’indifferenza perché ci sono esistenze che stanno soffrendo, in silenzio. (edizioni il Mulino)