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La Donna nella Società Romana (1 Parte)

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di MARIA PACE

All’interno di una società fortemente maschilista,  la donna romana viveva in assoluta condizione di inferiorità rispetto all’uomo, da cui finiva sempre per dipendere: come padre o come marito e perfino come fratello o figlio maggiore, quando restava vedova. Non conobbe mai, però, la sorte del gineceo, in cui veniva confinata la donna greca.

Soprattutto in età repubblicana, la sua sottomissione al maschio fu totale: il marito aveva sulla moglie diritto di vita e di morte. In caso di adulterio e perfino se fosse stata sorpresa a bere vino, poteva essere punita con la morte. (la sbronza era considerata il primo passo verso l’adulterio).

La posizione economica era fortemente penalizzata essendo, la sua dote, completamente integrata con quella del marito, che poteva disporne a piacimento, come disporre poteva di ogni altra cosa:  schiavi e perfino figli, che poteva anche esporre, se non desiderati.

La sua esistenza si svolgeva tra le mura domestiche;  mai sola, poteva uscire, ma vigilata e sempre accompagnata, sia per le proprie esigenze che per accompagnare il marito nei banchetti o altro.  Il suo solo scopo di vita, infatti, era la cura della casa e dei figli.( in caso di mancanza di figli, poi, era sempre lei quella sterile e mai il marito che, per quella “mancanza” poteva chiedere il divorzio). L’adulterio femminile, infine, era punito assai severamente, al contrario di quello maschile, essendo considerata, la fedeltà della donna, il principio su cui si basava la famiglia.

La donna della Roma repubblicana, soprattutto  se  aristocratica e di buona famiglia, era, dunque, una donna virtuosa, educata ai valori della riservatezza e del pudore, completamente dedita alla casa e alla famiglia.

Un po’ meno rigida, la condizione della donna  del popolo la quale, lavorando come lavandaia, panettiera, tessitrice, era  leggermente più indipendente; assai peggio, naturalmente, la condizione della schiava.

La donna repubblicana, però, era anche  sobriamente elegante e suo è il merito di aver indossato per prima la biancheria intima.

La società e la famiglia romana, però, non erano statiche, ma in continua evoluzione; vediamo, così, nel corso dei secoli, la donna romana migliorare la propria posizione economica e la propria indipendenza. E’ sempre in condizione di inferiorità rispetto al maschio, (che arriva perfino a discutere se ella possieda oppure no un’anima), ma la vediamo sempre più impegnata a riscattare la propria condizione. Come avvenne nel 195  a.C., quando un nutrito gruppo di donne scese in piazza per manifestare contro la Lex Oppia, una legge che stabiliva che le donne non potessero possedere più di mezza oncia d’oro, indossare abiti ornati di porpora, e altro ancora. Condannate, dunque,  ad una condizione di  dipendenza da   leggi  e   dalla morale, le  donne romane  seppero sfruttare  le  lacune  delle leggi  medesime  ed ottenere  diritti  e riconoscimenti.

Già nell’ultimo periodo repubblicano le donne videro migliorate le proprie condizioni e riconosciute una autonomia e una dignità conquistate a caro prezzo: potevano disporre dei propri beni, applicarsi alle lettere, ecc. Condizione, però, non da tutti ben vista.

Ecco la “sferza” di Giovenale verso le donne che si

danno all’atletica:

“Quale pudore aver potrà la donna che il suo sesso rinnega e cinge l'elmo?»

Ancora più sferzante nel giudicare la donna che si appassiona alle lettere ed in favore, invece, di quelle che si conservano ignoranti:

“… la dotinuanna che non usa un lambiccato stile...e non conosca le istorie tutte: poche cose sole sappia dai libri, e che neppur capisca.»

Ma  qui si  inserisce  assai  bene la  figura di Ortensia, il primo grande avvocato-donna della storia,  ((continua)