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Il cuore ha le sue follie, che la follia non conosce: la psichiatria italiana di dine Ottocento

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di ANNA CAPRIATI

Riassumo il saggio di Stefania Nicasi sui modelli di malattia mentale nella psichiatria italiana di fine Ottocento perché è estremamente interessante. La psichiatria tradizionale ha avuto sempre un occhio di riguardo verso il corpo e la misura, ed è stata definita dal paradigma medico-neurologico la scienza che studia le malattie celebrali e nervose visibili in disturbi del comportamento. Tuttavia, “al suo interno” vive una pluralità di modelli e interpretazioni sulla malattia mentale. Ci fu una problematicità tra gli psichiatri positivisti, sottolinea Nicasi, tra chi pensò al cervello in senso organico (neurologia) e chi alla mente o la coscienza malata in senso psichico (psicologia). In questo due sono gli esponenti principali di questo dibattito: Carlo Livi e Enrico Morselli. La studiosa specifica che Livi fu influenzato, insieme ad altri della sua corrente anatomo-patologica, dall’evoluzionismo biologico e filosofico ed è per questo che si occupò degli strati del cervello, delle sue lesioni fisiche e dei suoi disordini molecolari. Il canale privilegiato della psichiatra italiana, appreso dalla Francia e dalla Germania, fu la teoria della degenerazione vale a dire un ritorno alla natura nascosta dell’essere umano in senso ‘regressivo’. Il medico alienista francese Auguste Morel pubblicò a Parigi nel 1857 un “Trattato sulle degenerazioni psicologiche , intellettuali e morali dell’esperienza umana” nel quale l’ereditarietà della follia si legò al darwinismo: il contesto modifica i geni rendendoli a volte normali, altri devianti. “Non esistono dunque razze degenerate ma degenerazioni dentro le razze” (pag. 315), clinicamente approvate dalla presenza quasi costante delle patologie nervose nella famiglia di origine. Questa genesi del Male negli studi di Morel simboleggiò una nuova predestinazione sul “tempo” del malato e della malata: non basta più scavare anatomicamente nelle ferite esteriori, occorre studiare in profondità una certa predisposizione comune nelle generazioni, il fil rouge del “contagio generazionale”(pag. 316). L’”essere e tempo” di Morel getta nel mondo un Da-sein (l’esser-ci heideggeriano) multiplo in quanto ontologicamente sano in alcune essenze e malato in altre (l’isterica, l’imbecille, il paranoico, il demente, l’epilettico ecc.). Questa differenziazione morale ereditaria riscontrò in Cesare Lombroso la sua concretizzazione biologica genetica (nascita dell'atavismo). Non sappiamo se Lombroso stesso discendeva da qualche antenato animale della peggior specie, in ogni caso gli specialisti concordarono nell’idea secondo cui: “Il cervello appare loro l’immenso archivio umano del tempo, lo spazio in cui il tempo si è depositato e sedimentato; il luogo che reca i segni della prima vita infantile e le orme di selvaggi trascorsi animali, il pianto della culla e l’urlo della foresta” (pag. 319). Le prostitute, i criminali, i pazzi, i microcefali verranno definiti tutti sotto il nome di degenerati mentali, o ancor peggio, degradazioni della natura umana (in riferimento agli atavici e ai sudici). Ricordando la scommessa pascaliana e distorcendola, possiamo riassumere la concezione dell’essere umano di questi psichiatri positivisti (dominatori della loro follia, mai sia selvaggi!): una canna fragile sospesa fra l’animale e la bestia. Tuttavia, in Pascal non esiste solo l’esprit de geometrie (la misurabilità delle scienze) ma qualcosa di spirituale, ossia l’esprit de finesse (il cuore), che è l’elemento istintivo che ci spinge a porci domande esistenziali. Da Freud in poi, l’inconscio genererà mostri che la ragione deve scoprire e tirar fuori. Essere paranoici deriva in qualche modo da una forma di delirio costitutivo ed ereditario, si nasce pazzi in sostanza. L’autrice dimostra in questi passi che la follia altro non era che una “progressione verso il nulla” (pag. 330), un progredire in basso nella deficienza assoluta oppure un ritorno antico all'animalità. Infine, chiarisce Nicasi, due sono i modelli dominanti non nettamente distinti: la spazialità (lesioni celebrali) e la temporalità (teorie degenerative) della malattia mentale. Il senso di questo lavoro è ricucire diversi pezzi, senza pretese universalistiche di capire tutto sulla psichiatria e sul sofferente psichico, perché aver cura dell’Altro/a significa saper ascoltare la sua irriducibile umanità e le sue irriducibili ferite. (L’età del positivismo, a cura di Paolo Rossi, Il Mulino, Bologna, 1986, pp. 309-333).