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La donna nella società romana (seconda e ultima parte)

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di MARIA PACE

Ma qui si  inserisce  assai  bene la  figura di Ortensia, il primo grande avvocato-donna della storia,  con  la famosa  “Orazione”  pronunciata  nel Foro  in  difesa  di  un  gruppo di  benestanti donne  romane chiamate a  pagare tasse per sostenere  operazioni  belliche; da  premettere,  che  si  trattava della figlia  del grande oratore Ortensio Ortalo, unico e  solo grande avversario del celeberrimo Cicerone.

Le straordinarie capacità  oratorie, l’arte  del  “saper  ben  parlare”, la resero celebre già ai  tempi  del Primo Triumvirato, quando, alla presenza dei Triumviri Ottaviano, Antonio e Lepido, Ortensia pronunciò un coinvolgente discorso in difesa  dei  diritti  delle donne romane.

All’epoca  alle donne non  era concesso  parlare  in pubblico, ma Ortensia  seppe  astutamente  aggirare l’ostacolo  e giustificare la sua  presenza  in  quel  luogo riservato a  soli  uomini. Ci riuscì accusando amabilmente i Triumviri di non aver ascoltato le istanze  delle  proprie mogli  e  aggiunse   che  le guerre in corso tenevano  lontano mariti, padri  e  fratelli, lasciando le donne  esposte ai  soprusi e con  la necessità di  difendersi.

Concluse l’arringa con una domanda che  convinse i Trumviri a cedere  su  molte  delle richieste: perché mai  avrebbero dovuto essere le donne a  pagare le tasse, dal momento che  guerre, magistrature, pubblici  uffici  e  ogni genere  di  comando erano nelle  mani  degli uomini?

Fu  quella una  grande  vittoria per le donne romane. In epoca imperiale la pressione morale andò   rallentando e così il costume, che divenne sempre più libero e libertino.

Assistiamo ad un grande mutamento: abbiamo lasciato una donna sottomessa e fedele e la ritroviamo capricciosa ed indipendente. Le donne appartenenti a ricche famiglie si occupano sempre meno di casa e figli ( lasciati nelle mani di schiavi e precettori) e sempre più di feste e banchetti; banchetti e festini, però, sono occasioni per ostentare ricchezze e potere, anche da parte dei maschi.

La donna romana d’epoca imperiale veste di seta e splende di ori e gioielli. Dedica almeno metà della giornata, attorniata da schiave, alla cura del corpo e dell’abbigliamento. Per nascondere la bassa statura esibisce tacchi vertiginosi e per assecondare l’irrefrenabile vanità, si affida a belletti, cosmetici ed elaboratissime acconciature cosparse di polvere d’oro.

Letteralmente coperta di gioielli da capo a piedi, la donna romana ostenta le ricchezze predate ad altre donne in terre lontane; compreso le pellicce, diventate un accessorio indispensabile.

Al contempo, però, proprio in età imperiale ecco rivivere alcuni aspetti della “virtù repubblicana”  ed ecco gli esempi di eroiche, virtuose matrone romane che seguirono i mariti  anche nella disgrazia e nella morte, come la nobile Passea che si tagliò le vene assieme al marito, Pomponio Labeone o come Paolina, la giovane moglie di Seneca, salvata in e   xtremis per volere di Nerone. Ed infine il famoso episodio di Arria che volle precedere nella morte il marito, Peto,  uccidendosi lei per prima,

La parità con l’uomo… beh…

Nonostante il lusso sfrenato, l’apparente o reale indipendenza economica, non c’era proprio alcuna parità di sesso. Giuridicamente non contava nulla, però, proprio in materia giuridica arrivò un primo segnale di cambiamento: non diritti politici, ma diritti civili  e precisamente, “diritto matrimoniale.

Il matrimonio romano, detto  cum manus, prevedeva il passaggio della tutela della donna dal padre al marito; nel secondo secolo dopo Cristo, invece, si diffuse il matrimonio sine manus che prevedeva il consenso di entrambi i coniugi: primo passo verso l’emancipazione reale… almeno in seno alla famiglia.

Il secondo passo, di conseguenza, fu la legge che regolamentava l’adulterio, reato di cui rispondeva solo la donna, fino alla condanna a morte, decretata dallo stesso marito il quale, invece, non rispondeva affatto dello stesso reato.

Con la  Lex Julia de adulteriis  coercendis, 18. A.C., che  rendeva giustizia anche ai diritti della donna, entrambi i coniugi rispondevano in egual misura di fronte a tale reato; anche riguardo l’istruzione, non si riteneva più inutile o addirittura dannoso per la donna l’istruirsi, ma , al  contrario, che la donna istruita fosse una  migliore  madre e padrona di casa.

La parità  con l’uomo?

Quella proprio non c’era!