Il SudEst

Sunday
Jun 16th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Cultura Cultura Oltre Bauman

Oltre Bauman

Email Stampa PDF


di ALESSANDRA NEGLIA

Il mondo ha perso un altro grande intellettuale della nostra contemporaneità.

Si è spento, infatti, qualche giorno fa a Leeds il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, uno dei massimi teorici della postmodernità, il cui nome è accomunato soprattutto alla teoria della “società liquida”. Per quanto di questa definizione si sia abusato fin troppo, tanto da venire a noia anche allo stesso Bauman.

Per lo studioso tutto era diventato sfuggente, inafferrabile, “liquido” appunto, nella società contemporanea, che sfugge alle categorizzazioni cui eravamo abituati nel Novecento. Ideologie, confini, tutto sarebbe crollato di fronte all’inarrestabile avanzata della globalizzazione e del capitalismo, con la sua legge del profitto e del consumo. Tutto questo avrebbe causato, dunque, un vero e proprio spaesamento negli individui, in balìa dell’inafferrabile, dell’incerto e dell’indefinito che caratterizzano la nostra società omologata e omologante.

È chiaro che Bauman avesse una visione per nulla ottimistica rispetto a questo nostro tempo certamente confuso, attraversato da profonde contraddizioni, da un costante stato di crisi (sia questa reale o mediata), ma che pure custodisce delle effervescenze positive, delle alcove in cui si costruisce futuro.

Quando tentiamo di tracciare la mappa del pensiero filosofico e sociologico, in qualsiasi epoca, è inevitabile inbattersi nella dialettica tra le diverse scuole. Quanti in vario modo hanno cercato di indagare le dinamiche societali di questa nostra contemporaneità, che si agita nel segno dell’eterogeneità e della molteplicità, della differenza e della frammentazione, si sono divisi fra catastrofisti ed entusiasti, con qualche rara mediazione. E Bauman non era certo un entusiasta.

Ha contribuito in modo raffinato e con acume fuori dal comune, fino agli ultimi giorni, a scrivere pagine importanti della storia del pensiero contemporaneo, con contributi di altissimo spessore. Ma il suo approccio resta sempre critico, quasi rassegnato e sempre comunque cupo.

Certo avranno influito sulla sua visione delle cose le origini ebraiche, che lo portarono giovanissimo nell’Unione Sovietica (dove si avvicinò al marxismo) per sfuggire alla persecuzione nazista. I totalitarismi moderni sono sempre stati uno dei suoi maggiori oggetti di studio, da quelli della società di produzione primonovecentesca a quelli della società consumistica odierna.

Nel mio percorso formativo, ho avuto modo di trarre maggiore ispirazione da studiosi che, pur assumendo per buone alcune delle chiavi di lettura fornite da Bauman, se ne sono distanziati per quanto riguarda gli esiti.

Di Bauman però ho apprezzato molto, specie nell’ultimo periodo, gli interventi sul tema dei migranti e dell’accoglienza. Il 23 settembre 2015, in un’intervista pubblicata su Repubblica.it, aveva parlato di “ambiente dell’incertezza”, in cui ogni cambiamento avviene così velocemente, che prima di avere il tempo di coglierlo, elaborarlo e metabolizzarlo, è già passato. Da ciò deriverebbe un clima di indeterminatezza, per cui “tutto può succedere, ma nulla può essere fatto”, che necessita di uno stato di crisi permanente, o di un capro espiatorio cui attribuire la responsabilità dell’incapacità ad agire di chi governa; e la conseguente costruzione di un clima di paura alimentato ad arte dai media. Lo straniero, l’immigrato, il diverso che arriva da un luogo ignoto ai più, per ragioni altrettanto sconosciute, invade i nostri territori ideali, inquina con la propria alterità la nostra presunta omogeneità: invece di cogliere  questa incertezza come una condizione della contemporaneità, la politica – diceva Bauman – sfrutta i migranti a suo vantaggio, poiché essi rappresentano, “rispetto al capitale, al commercio, al terrorismo globale o allo scorrere del flusso di informazioni, un qualcosa di concreto, vicino, che può essere mostrato in Tv, e rispetto a loro la politica può dimostrare di essere ancora in grado di fare qualcosa”. Grazie ad essi, cioè, possono dar l’impressione di riuscire a dominare l’ignoto. Ma, ci avverte Bauman, “finché le vittime sono disposte a combattere le une contro le altre, le vere cause dell’incertezza contemporanea restano nascoste e il potere sfrutta il tema dell’immigrazione per i propri fini politici”. L’intervento ben sintetizza il pensiero del sociologo sul tema. Tanti i suoi contributi in tal senso, e di importanza fondamentale in un’Europa che alza muri e vede rinvigorirsi i razzismi.

La nostra è certamente un’epoca di passaggio, caratterizzata, come aveva teorizzato Bauman, da una certa liquidità, incoerenza e indefinitezza, ma che conserva un vitalismo sotteso: il venir meno delle grandi certezze del passato ha eroso il terreno sotto i piedi dei poteri costituiti e, al contempo, ha rimesso in discussione il rapporto tra i vertici e la base, dove, anche grazie alla Rete, si agitano forze ancora inesplose, nate dentro lo stato di crisi permanente, che solidarizzano intorno a interessi altri rispetto al capitale.

Questo probabilmente è potuto sfuggire ad un uomo che ha vissuto tanto e intensamente, in anni certamente complessi, ma il puzzle che si sta tentando di comporre per raccontare cosa è diventato il mondo, i suoi protagonisti, i nuovi immaginari e le dinamiche sociali, risulterebbe quanto mai povero e incompleto se fossero mancati contributi importanti come quelli forniti da Zygmunt Bauman.