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Alberto Moravia, il “Balzac italiano”

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di MARIA PIA METALLO

“Non ho partito, odio i partiti. Non mi ci iscriverei neppure morto.

Diventerei uno strumento e non potrei essere utile a nessuno, neppure al partito al quale aderissi. Non partecipo ad alcun monopolio culturale e tantomeno economico. Ho sempre protestato nei miei libri. Protestate anche voi … provate a scrivere un romanzo contro il monopoli”. (Moravia)


Così come è accaduto con altri grandi autori della letteratura moderna italiana, anche Moravia è scivolato misteriosamente nell’oblio, mentre in altri paesi, in particolar modo in Francia, viene considerato un classico da approfondire per la modernità del suo stile e l’acuta analisi della crisi senza via d’uscita della società borghese. Pessimismo e disincanto pervadono i protagonisti della narrativa di colui che era stato definito “il Balzac italiano“, non si intravede mai la presenza di un personaggio positivo; Moravia descrive l’inquietudine dell’uomo comune dinnanzi alle miserie del suo mondo. Non in grado di ribellarsi, o impossibilitato a farlo, precipita in un dilaniante dissidio interiore sprofondando poi nell’indifferenza. I suoi personaggi sembrano rinchiusi in una gabbia e non riescono ad andare al di là di un’ossessione quasi maniacale per il sesso e per i soldi. La società descritta da Moravia è terribilmente ingorda e, a causa di tale avidità, le relazioni umane sono prive di valori. L’uomo, per cercare di sfuggire al malessere derivante da tale freddezza, usa il sesso come strumento per entrare in relazione con un altro essere umano.

La borghesia corrotta e amorale avvolge nelle sue spire l’individuo che, pur consapevole del marciume intorno a lui, non riesce ad attuare una rivolta morale. La difficoltà del protagonista dei suoi romanzi, quasi sempre un intellettuale borghese che percepisce il senso di estraniamento al mondo materialista e superficiale intorno a lui, si rivela nel suo annegare nell’amara consapevolezza di non poter cambiare quella società incancrenitasi già dai tempi del fascismo e sfocia in un distacco che non suona come liberazione, ma piuttosto come profonda sofferenza. Scrittore prolifico, si fa interprete degli avvenimenti storici che hanno profondamente segnato l’Italia: dal fascismo alla guerra, dall’occupazione alla liberazione, fino a giungere ai parametri variopinti del “boom economico”, al consumismo, alla rivolta sessantottina e agli “anni di piombo”. Due saranno i maestri che ispireranno la sua opera: Marx e Freud. Il pensiero marxista gli servirà per esaminare le dinamiche sociali vincolate al possesso, mentre la psicoanalisi lo aiuterà a comprendere il rapporto dell’uomo con la sua interiorità più recondita. Scrittore indubbiamente scomodo, e non solo durante il fascismo, è spesso polemico con gli altri scrittori e, fatta eccezione il suo grande amico Pasolini e pochi altri, non esita a definire la letteratura italiana «provinciale e piccolo borghese». Le sue critiche feroci alla società italiana, dominata da una borghesia cinica e affarista, non risparmia dunque i cosiddetti “intellettuali”. Se potesse vedere in questo momento il desolato panorama letterario e politico italiano penso proprio che lascerebbe definitivamente il paese. Quanto si sente la mancanza di veri intellettuali in questo momento!