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Pasolini e l’omaggio alla terra di Sicilia

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di MARIAPIA METALLO

“Scicli era quello che si dice la Sicilia. Una comunità di gente ricca di vita, compressa, atterrita, deformata da secoli di dominazione, che troppo intesa a succhiare il sangue, non ne ha potuto succhiare la vita : e l’ha lasciata viva, e quanto viva, a soffrire, a dibattersi, a uccidere, anziché a operare, a pensare e ad amare. Quanto al resto, al ritmo intimo e quotidiano della vita, ben poca differenza mi pare ci sia con un paese ciociaro o magari anche piemontese. La storia italiana e quella siciliana, tutto sommato si equivalgono. [...] Qui, a una regressione certo più disperata e massiccia corrisponde ora un risveglio più stupefatto e clamoroso [...] : perciò in Sicilia, nel costume, nei discorsi quotidiani, negli interessi spiccioli, c’è un tono diverso che nel resto d’Italia, infinitamente più antico, è vero, ma anche molto più moderno.” Pier Paolo Pasolini


Pier Paolo Pasolini amava profondamente la Sicilia che vedeva, dunque, arretrata e lungimirante al tempo stesso, vecchia e giovane, paralizzata ed esuberante; e forse non poteva vederla diversamente chi, estraneo a quel mondo e più all’immagine che gli scrittori isolani ce ne hanno consegnato, vi cercava piuttosto isole felici che coniugassero una purezza primigenia con una feroce vitalità. Scelse le falde dell’Etna per ambientarvi una scena del Vangelo secondo Matteo, quella delle tentazioni di Cristo nel deserto. Difficile è stabilire quale insieme di ragioni motivasse la speciale attrazione di Pasolini per quello che egli stesso una volta definì un «tremendo paesaggio lunare». Per Pasolini l’Etna diventò uno dei privilegiati paesaggi simbolici dei suoi film, il luogo dove far brillare la sua poetica visione del vuoto e dell’urlo. E a testimonianza di questa predilezione provvedono le immagini prima delle parole. Nella scena finale di Teorema, lacerante apologo del 1968 sul mistero del mondo contemporaneo che si è desacralizzato al punto da respingere la necessità stessa di una nuova “rivelazione”, quello etneo è un orizzonte mistico e al contempo nullificante nel quale si consuma la straziata perdizione di Massimo Girotti, padre di una famiglia eroticamente visitata da un angelo dell’Apocalisse e poi padrone borghese in cerca di ascetica redenzione. Un uomo nudo che fugge, inscritto in un deserto lavico dove il tempo e lo spazio si sciolgono predisponendo un miraggio d’infinito: per Pasolini è solamente in un set come quello, così reale e così astratto, che può adeguatamente consumarsi il gesto epocale (e intimamente autobiografico) di «un urlo in cui in fondo all’ansia si sente qualche vile accento di speranza, oppure un urlo di certezza dentro a cui risuona, pura, la disperazione» (come scrive egli stesso). Nient’altro che uno sberleffo malinconico, un triviale quanto affettuoso omaggio a quel set siciliano nel quale Pasolini seppe rintracciare uno dei crocevia più visualmente fertili del suo fare anima attraverso il cinema.