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L’eccidio di Ruvo di Puglia nell’aprile del 1920

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di MARIO GIANFRATE

Nel quadro delle lotte contro il carovita che si sviluppano in Italia nel periodo compreso tra il 1919 e il 1920 – che danno origine al “biennio rosso” – particolare risalto assumono i fatti che si verificano in Ruvo di Puglia a partire dal 5 aprile del ’20.


E’ in quella giornata che i braccianti occupano le terre di diversi proprietari e vi si stabiliscono per alcune settimane. La Colarizi, riferendosi all’episodio, parla di un coinvolgimento di settemila braccianti che, con le loro famiglie, si traduce “in un vero e proprio stanziamento della popolazione nelle zone occupate”.

La situazione di stallo che si determina, si trascina per oltre una mese: lo stesso Prefetto indugia a un intervento della forza pubblica per sgomberare i terreni occupati, consapevole della pericolosità che una tale iniziativa può produrre.

Di fronte alla indifferenza, però, dei rappresentanti governativi rispetto alle legittime richieste del bracciantato agricolo, la situazione precipita.

Il 25 luglio è una torrida domenica. I contadini, ormai stanchi dell’attesa, decidono di far rientro in paese e inscenare una manifestazione di protesta, alla quale prendono parte un migliaio di lavoratori. Tutto si svolge in maniera pacifica e nulla lascia presagire che di li a poco gli avvenimenti subiranno una brusca virata.

Mentre i moti popolari sono in pieno sviluppo, i dimostranti invadono il Palazzo Melodia che è la sede del fascio dei partiti dell’ordine. E’ il pretesto che i proprietari e la forza pubblica cercano per dare origine a una spietata reazione che non si fa attendere: la polizia, asservita alla borghesia agraria, apre il fuoco sulla folla che, presa dal panico, si disperde. Lasciando però a terra, privi di vita, una donna, madre di tre creature già orfane di padre, e un bambino. I feriti nella sparatoria non si contano.

Sul paese scende una cappa di dolore. Nei giorni seguenti l’on. Pilati, inviato dalla Direzione Nazionale del PSI per far luce sui delittuosi incidenti verificatisi in Ruvo, tiene un affollatissimo comizio in Piazza Regina Margherita. Nel corso della manifestazione prendono la parola anche Perillo, Di Terlizzi e Cappelluti.

L’eccidio di Ruvo ha una eco immediata in Parlamento: i deputati socialisti Vella e Pilati, presentano infatti una interrogazione al Ministro degli Interni per conoscere, innanzitutto, l’opinione del Governo sulla condotta tenuta dalle Autorità locali sull’uso delle armi che ha dato luogo all’uccisione di una donna e di un bambino, vittima innocente del fuoco poliziesco, e al ferimento di tantissimi lavoratori, e se “il Ministro del Tesoro non senta il dovere di provvedere all’assistenza dei tre orfani della vedova uccisa non in conseguenza del conflitto, ma per la imprudenza se non incoscienza, dei dirigenti del servizio d’ordine pubblico, e specialmente del comandante di un camion carico di militari con mitragliatrici”.

Ma l’azione politica dei socialisti va oltre la richiesta di punire i responsabili degli assassinii proletari – cosa che, naturalmente non avverrà – e tende a focalizzare l’attenzione della Camera a comprendere le ragioni del malessere e della esasperazione dei braccianti ruvesi e dell’intera provincia di Bari, dovute alle estreme condizioni di povertà di una massa bracciantile affamata e sfruttata.

Con un’altra interrogazione contestuale diretta al Ministro della Pubblica Istruzione, gli on. Vella e Pilati, precisando la situazione di disagio e di abbandono della popolazione scolastica, rilevando come “nella Provincia di Bari, pur essendovi il 70 per cento circa di analfabeti, si lasciano come a Ruvo i maestri senza far lezioni per mancanza di aule, mentre il nuovo edificio scolastico, completo da oltre quattro anni, trovasi tuttora inutilizzato solo perché mancante di porte e finestre.