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Il 15 aprile 1967 moriva Antonio De Curtis, in arte Totò

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di MARIAPIA METALLO

L’ultima maschera della Commedia dell’Arte

“Amico mio, questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi, la tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli, che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l'hai onorata. Perché non l'hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l'avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui, ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo "esaurito" della sua carriera, e tu, tu maestro del buonumore questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio, Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori, e che non ti scorderà mai, addio amico mio, addio Totò”. (Nino Taranto)

Il 15 aprile 1967 moriva Antonio de Curtis, in arte Totò, “l’ultima maschera della Commedia dell’Arte”, come lo definì Nino Manfredi. Nessuno però lo ha mai dimenticato; i suoi film, le sue poesie, le sue canzoni e, soprattutto la sua grande umanità, sono, ancora adesso, ricordati con ammirazione e rimpianto. Infatti, chiunque si sia trovato a vedere un “film di Totò” è stato catturato dalla sua gestualità marionettistica, dagli equivoci messi su dal nulla, dai tormentoni che era capace di creare: dalla lettera scritta con Peppino alla vendita della Fontana di Trevi, Totò ha creato un immaginario che appartiene a generazioni anche distanti tra loro. Un suo contributo fondamentale è stato quello offerto alla storia e alla coscienza linguistica italiana. La sua creatività linguistica ha infatti consegnato all’italiano neologismi fortunati, come le “pinzillacchere”, esilaranti giochi linguistici, motti di spirito, alterazioni lessicali capaci di corrosive parodie dei più triti luoghi comuni. Attraverso la sua maschera, “incarnò” e visse quei valori culturali, artistici ed etici che, se furono molto apprezzati dai suoi fans, non lo furono altrettanto da coloro che dell’attore pensarono a sfruttarne solo la vis comica e le risorse artistiche. Anzi, per l’intero corso della sua vita, Totò dovette sopportare di sentirsi addosso il cliché di attore anarchico, caotico, senza valori, senza rispetto per nulla e per nessuno, dotato solo di un individualismo ad oltranza, di una vis comica fine a se stessa, di una nebulosa coscienza di classe e di una genialità artistica generica ed indefinita. Perfino un mostro sacro come Federico Fellini, pur senza nascondere la sua grande e tardiva ammirazione per l’attore, ebbe a dire di lui: “Non credo che Totò avrebbe potuto essere meglio, più bravo, diverso da com’era nei film che ha fatto. Totò non poteva fare che Totò, come Pulcinella che non poteva essere che Pulcinella; cos’altro potevi fargli fare? Il risultato di secoli di fame, di miseria, di malattie, il risultato perfetto di una lunghissima sedimentazione, una sorta di straordinaria secrezione diamantifera, una splendida stalattite, questo era Totò”. Giudizio certamente lusinghiero ma che non rende giustizia al valore ed al genio del grande artista napoletano, come dimostrano i suoi ultimi lavori fatti col regista P. P. Pasolini che colse in maniera più vera l’anima artistica e filosofica di Totò. In un suo articolo questo regista, tratteggiando il carattere di tale maschera, sostenne, infatti, che il linguaggio attraverso cui essa si esprime non va banalizzato e sottovalutato, come si è portati a fare nel vederla in opera, ma va sottoposta ad un’operazione di “decodifica” attraverso cui estrapolare la cultura, i valori e la visione filosofica del suo autore; visione nella quale è compendiata e sedimentata tutta la cultura e la filosofia del popolo napoletano. Filosofia che si manifesta nelle grandi passioni di questo popolo e nel suo espressivo linguaggio, in virtù del quale al napoletano basta spesso una sola parola o un solo gesto per tenere un intero discorso. La medesima cosa si può, certo, dire della gestualità e del linguaggio di Totò la cui grandezza consisteva proprio nel fatto che egli sapeva andare oltre la parola: <>(Luciano de Crescenzo). Tra le frasi famose pronunciate da Totò, quella che più di altre si presta ad una riflessione è sicuramente: “Siamo uomini o caporali?”. Si tratta di un’espressione che può risultare poco comprensibile a chi non ha dimestichezza con il linguaggio e la psicologia di Totò, ma lo stesso attore napoletano ne spiegò il significato. “Questa frase, nata durante la mia giovinezza, mi è sempre servita…per misurare la statura morale degli uomini e per classificare l’umanità in due grandi categorie: gli uomini e i caporali. Quella degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quelli che sono costretti a lavorare come bestie per tutta la vita, nell’ombra di un’esistenza misera. I caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno. Li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità, l’abilità e L’intelligenza per farlo, ma con la sola bravura delle loro facce di bronzo, pronti a vessare l’uomo qualunque”. Si tratta, come si vede, di una riflessione in cui può considerarsi compendiata l’intera filosofia etica di Totò, secondo cui il sistema di valori e di norme che regolano le relazioni e i comportamenti umani è sostanzialmente fondato su una falsa ed equivoca applicazione delle regole che dovrebbero governare le relazioni interpersonali. L’essenza del potere, secondo Totò, coincide con l’essenza stessa della vera democrazia che è collaborazione e integrazione tra le classi e non egemonia di una classe sull’altra. Infine, ricordando Totò non si può dimenticare una delle sue poesie, forse la più nota e la più bella: “A’ livella”. Poesia che, al di là dell’incanto dei suoi versi e delle emozioni che suscita, può essere ritenuta una vera e propria pagina di sociologia in virtù della tematica che affronta e del messaggio che trasmette. “A livella” è una poesia che fa parlare i morti ma che è diretta fondamentalmente alla mente e al cuore dei vivi. Il suo messaggio non ha bisogno di tante parole per essere spiegato: la morte è l’unica vera realtà esistente; essa trascende la vita ed ogni altra realtà terrena. Attraverso la morte si annulla qualunque differenza e gli uomini possono finalmente raggiungere la vera uguaglianza; quell’uguaglianza che essi devono sforzarsi di instaurare su questa terra quando sono ancora vivi, senza attendere che sia la morte a darne l’avvio: “ nuje simmo serie... appartenimmo â morte!". (noi siamo seri… apparteniamo alla morte!)…