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Donne e indigeni durante l’Indipendenza Sud-Americana

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di MADDALENA CELANO

 

La storia dell’indipendenza furono gli uomini e le donne a “farla”: difatti, è importante considerare anche la partecipazione di gruppi sociali fino a qualche tempo fa poco contemplati dalla storiografia; gli schiavi, i neri e gli indigeni non furono spettatori di quest’avvenimento ma, più che come semplice massa di soldati che agirono nell’una o nell’altra fazione, in diverse occasioni formularono addirittura progetti indipendentisti. Lo stesso accadde si può dire rispetto alle donne e al clero. Oltre all’eccezionale figura di Manuela  Sáenz e di Policarpa Salavarrieta,[1] incontriamo numerose donne che si aggregarono ai patrioti.

 

 

Molte furono fucilate nelle piazze e tali episodi meriterebbero una riflessione molto più profonda sul loro ruolo in quelle gesta. Difatti, la guerra ebbe una forte incidenza nella vita familiare della Nuova Granada e, se la morte ebbe un significato all’epoca, lo ebbe direttamente sulle famiglie: la perdita di un padre, di un marito o dei figli ebbero forti implicazioni per le famiglie. A sua volta, il clero si trovò diviso di fronte alla battaglia. La società di allora era profondamente religiosa e il clero aveva un ruolo essenziale. Con l’arrivo dell’indipendenza, continuò a svolgere tale ruolo, ma a favore dell’una o dell’altra fazione. Vari sono i lavori che nel corso degli anni, e da differenti prospettive, hanno affrontato il tema delle donne durante le guerre d’indipendenza nella Nuova Granada e che hanno documentato la loro partecipazione a questi processi.[2] Le motivazioni delle donne che parteciparono alla rivoluzione furono varie. Indubbiamente, le donne furono influenzate dalle azioni dei membri maschili delle loro famiglie, sia che fossero loro sposi, amanti, padri o fratelli. Inoltre, nel corso del tempo, molte donne avevano preso coscienza del fatto di essere americane e di avere interessi differenti rispetto a quelli degli spagnoli nel Vecchio Mondo. Alla fine del XVIII secolo a Santafé diverse donne tra cui Francisca Prieto Ricaurte, moglie di Camilo Torres, Catalina Tejada e Andrea Ricaurte de Lozano appoggiarono tertulias y reuniones literarias che furono il seme dei nuovi ideali. Seguendo gli esempi di circoli similari in Spagna e Francia, erano considerati spazi privati di conversazione e discussione, che si sviluppavano generalmente nelle case delle famiglie più importanti. In questi spazi si leggevano, si ascoltavano e discutevano tanto gli scritti quanto le opinioni indipendentiste e le sentenze confrontandole tra i partecipanti. Parte importante di queste riunioni era commentare le notizie riguardanti gli avvenimenti europei, l’America ispanica e la politica locale. In queste riunioni dell’élite creola si originò e andò maturando un incipiente nazionalismo, dove uomini e donne, senza distinzione, condividevano informazioni riguardanti i temi d’interesse comune. Sebbene le donne dell’élite fossero state educate con il rigore delle antiche abitudini spagnole, che comprendevano l’apprendimento della lettura (che permetteva loro di leggere le orazioni e conoscere la vita dei santi), si proibivano loro la lettura di manoscritti, così come la scrittura, perché si pensava che facilitasse la condotta peccaminosa.[3]

Manuela dopo il matrimonio con l’Inglese James De Thorne, incontrò a Lima, Bernardo Monteagudo, segretario del Libertador San Martin. Monteagudo era in realtà l’ideologo della Rivoluzione: chi per primo definì l'ambito dei diritti civili e che teorizzò una forma embrionale di democrazia. È stato anche il primo a puntare sui diritti politici delle donne. In questo specifico punto Monteagudo, più di Bolívar, si avvicina alla figura di San Martin.[4] Manuela maturò la sua passione politica collaborando con i due illusti Libertadores, anni prima di conoscere Bolívar.

Come affermato nei capitoli precedenti e come rievoca il filosofo argentino N. Kohan, Manuela  Sáenz fu, sin da giovanissima, seguace delle idee del Generale San Martin, e sua fervida e fidata collaboratrice, prima di incontrare il Generale Simon Bolívar. Il Generale San Martin fu uno dei principali fautori dei diritti dei nativi americani sulle loro terre. È noto che San Martin s’incontrò con i capi indiani Pehuenches a El Plumerillo. Secondo Manuel de Olazabal, testimone oculare, San Martin disse ai capi indiani: “…voi siete i proprietari del Paese”. Quest'ultima è la stessa espressione di Bolívar nella sua Carta de Jamaica del 1815 che si riferisce agli indiani come i "legittimi proprietari del paese". San Martin ha continuato in questo modo la tradizione di Moreno, Belgrano e Artigas che ha identificato nei popoli indigeni gli attori politici principali nella lotta per l'indipendenza. 
Poi, arrivato in Perù, San Martin lancia un proclama in quechua, aymara e castigliano abolendo il tributo indiano:

A los indios naturales del Perú: Compatriotas, amigos descendientes todos de los Incas. Ya llegó para vosotros la época venturosa de recobrar los derechos que son comunes a todos los individuos de la especie humana, y de salir del estado de miseria y de abatimiento a que le habían condenado los opresores de nuestro suelo […]. Nuestros sentimientos no son otros, ni otras nuestras aspiraciones, que establecer el reinado de la razón, de la equidad y de la paz sobre las ruinas del despotismo, de la crueldad y de la discordia […] Me lisonjeo de que os manifestareis dignos compatriotas y descendientes de Manco Capac, de Guayna Capac, de Tupac Yupanqui, de Paullo Tupac, parientes de Tupac Amaru, de Tembo Guacso, de Pampa Cagua. Feligreses del Dr. Muñecas y que cooperareis con todas las fuerzas al triunfo de la expedición libertadora, en el cual están envueltos vuestra libertad, vuestra fortuna, y vuestro apacible reposo, así como el bien perpetuo de todos vuestros hijos. Tened toda confianza en la protección de vuestro amigo y paisano el general San Martín”. Allí San Martín apelaba a la memoria de los antiguos líderes insurgentes indígenas y a la de los recientes guerrilleros de las republiquetas como el cura Ildefonso Escolástico de las Muñecas.[1]

Femminismo e Comunitarismo Indigeno come eredità del Bolívarismo

L'America Latina è il Continente più cosciente della sua identità comunitaria e meticcia. Per la sua unità storico-militante, di sangue e utopia, di morte e speranza, essa ha il diritto di parlare collettivamente di alcune cause che le sono proprie. E queste Cause, giacché latinoamericane e poiché assunte come sfida esistenziale e come processo politico, hanno in sé tre costanti, tanto utopiche quanto necessarie e complementari fra loro:[1]

a) la scelta dei poveri, la scelta del popolo;

b) la liberazione integrale;

c) la solidarietà fraterna.

L’America-latina è figlia della cultura indigena, la cultura nera, la cultura meticcia, la cultura migratoria. Ciascuna di esse con la sua caratteristica, in parte conflittuale, secondo i tempi e le latitudini. Oggi, le quattro culture -scheletro e carne, sangue e pelle della Nuestra America - deve affrontare questa "cultura in arrivo", che nega le identità, vieta l'alterità e soggioga in maniera neo colonizzatrice. Devono difendere la loro autoctonia. E per sopravvivere e, soprattutto, per dare un contributo con la loro originalità, devono fare un'alleanza fraterna e difendersi dai nuovi invasori, come un'unica America al plurale. India, nera, meticcia, migratoria, sia sempre più sé stessa, questa nostra America particolare. L'alternativa popolare, il socialismo latinoamericano, la democrazia integrale, la civiltà della povertà condivisa ma militante, la lotta per i diritti umani e per le trasformazioni sociali, la gratuità, la festa. La cultura "popolare", e, per il fatto di essere popolare, "alternativo" - diverso da quello che ci offrono, contrario a quello che ci impongono, creativo di fronte al fatalismo quotidiano, è il programma più realista e la sfida più efficace per i popoli latinoamericani, per i loro leaders e politici, per i loro partiti e sindacati, per le chiese che vogliano essere latìnoamericanamente cristiane e per questo nuovo soggetto collettivo emergente che è il Movimento Popolare.[2]

3. La donna. Proprio essa, né più, né meno. Secolarmente emarginata in quasi tutte le culture, e anche in questa maschilista America Latina che di per sé è più "Matria" che "Patria" Grande, Abia Yala - terra vergine, madre in costante fecondità.[3] Le donne, tutte le donne - anche le nere, anche le indie, anche le povere, le "usate", le sottomesse - stanno scoprendo una coscienza collettiva, si organizzano e sono, con molta frequenza, supporto e maggioranza nelle diverse sfere del movimento popolare. E lo saranno sempre più. E non soltanto nella pratica, ma anche nel pensiero, non solo come militanti, ma anche come leaders. E gli uomini, la Società e la Chiesa dovranno riconoscere, rispettare e dialogare, perché la donna latinoamericana ha scoperto la dignità, esige il rispetto dell'eguaglianza e accetta il dialogo a livello fraterno. Non vuole gli stupidi privilegi di un certo femminismo del primo-mondo e non accetterà facilmente che la Società o la Chiesa continuino a dichiarare come dogma di fede la presenza e l'azione della donna sempre in un secondo piano di sottomissione.

4. L'ecologia integrale. La comunione armoniosa con la Natura, madre e sposa, habitat e veicolo. Un’ecologia contemplativa e allo stesso tempo funzionale. Senza le distanze interessate con cui facilmente il primo Mondo difende l'ecologia lontana... Una "intersolidarietà" ecologica, dei diversi Popoli del Continente, dei Continenti fra loro perfino nella quotidianità del vicinato. Eredità ancestrale dei Popoli indigeni che han saputo così bene amare e rispettare la Natura, l'America Latina può e deve dare al mondo questa lezione attualissima di ecologia integrale. Non la Terra come un museo intoccabile, ma nemmeno la tecnica, l'industria e il mercato come legge e futuro onnipotenti. Il primo elemento essenziale dell’ecologia latino-americana è l'essere umano, la specie viva più minacciata dall'ambizione della stessa specie. Nuestra America desidera essere ecologia cosciente, convivenza pacifica, terra coltivata, utopia sognata.[4] L'incredibile miracolo della resistenza indigena dimostra che l'etnia è una delle forze più prodigiose della storia. Un’etnia è, infatti, indelebile e sopravvivrà purché i genitori possano educare i loro figli nella tradizione in cui essi stessi furono educati. Di fronte a questa resistenza, al volte incredibile, la questione che prima di tutto si pone è sapere con certezza chi sono i carnefici, verificare fino a che punto i latinoamericani di ieri e di oggi, i veri oppressori che, come successori degli avi iberici, continuiamo a perseguitare e massacrare gli indios. La verità è che le lotte della post-conquista non hanno avuto come principali protagonisti gli spagnoli e i portoghesi: siamo stati e continuiamo a essere noi, i neo-americani, i carnefici degli indios. Sia di quelli già sterminati, che di quelli sopravvissuti, ma che continuano a essere trattati come stranieri ed esotici nella loro stessa terra.[5] I cinquecento anni sono cinquecento milioni di latinoamericani, la presenza giovane più rilevante nel corpo dell'umanità. In realtà il processo civilizzatore provocato in questi cinque secoli ha avuto come effetto essenziale la nostra nascita. Questo è il risultato reale, palpabile, del movimento iniziato con l'espansione europea, che, per far posto a noi, ha estinto e cancellato migliaia di "popoli" con le loro lingue e culture originali, e ha sterminato per lo meno tre grandi civiltà. I latino-americani sono i figli della moltiplicazione prodigiosa di pochi europei e di ancor meno africani, su milioni di ventri di donne indigene, sequestrate e poi stuprate. Figli infedeli che, benché rifiutati dai padri quali meticci impuri, mai si sono identificati con i loro progenitori; al contrario, sono diventati i loro i più efficaci e odiosi oppressori e castigatori. Se ci indignammo per il dramma della Conquista, lo dobbiamo fare anche con il dramma, non certo minore, della dominazione che ne è seguita, che si è prolungata per secoli e secoli e continua a tutt'oggi. È su questo dominio che sorge e cresce la solidarietà latinoamericana, e ne trae la sua vita, il suo sostentamento e la sua prosperità a scapito dei popoli indigeni. Nati da meticci figli di nessuno, culturalmente impoveriti, e in un continuo etnocidio guidato dal più sporco eurocentrismo. Modellati da mani e voleri estranei, rimodellati da noi stessi, con la coscienza spuria e alienata dei colonizzati, fatti per non essere, né sembrare, né riconoscerci quelli che realmente sono. Sta in questo la ricerca senza fine della loro stessa identità, come gente ambigua che, non essendo indigena, né africana, né europea, non accetta ancora di riconoscersi come quel Popolo Nuovo che in realtà è. Popolo, se non meglio, per lo meno più umano della maggior parte dei popoli, visto che è stato fatto dalle più diverse "umanità". Popolo che ha sofferto per secoli la miseria e l'oppressione più brutale e continuata, ma molto contaminato da elementi europei, ancor molto segnato dal marchio della schiavitù e del colonialismo, molto mal servito, ancora, da un'alienata e infedele intellettualità ma popolo che si apre già al futuro e si mette in marcia per creare la sua civiltà, mosso da un'insaziabile fame di abbondanza e di allegria.[6] Ma un'ecatombe ancor più grande della conquista fu quella che seguì, nei secoli seguenti, e che produsse due nuove categorie del genere umano. Ambedue impressionanti sia per il volume di popolazione, sia per la spaventosa omogeneità delle loro culture. Una di queste, la neo-britannica, non offrì niente di nuovo al mondo: era essenzialmente il trapianto e l'espressione delle forme di vita e dei paesaggi dei loro paesi di origine nell'immensità del Nuovo Mondo. La neo-latina, invece, fu tutta una novità, perché ebbe origine da una mescolanza razziale e culturale con i nuovi popoli americani originali, cui si aggiunse un'immensa massa nera. Sono diventati, così, Popoli Nuovi: nati dalla “disindianizzazione”, dalla “diseuropeizzazione”, dalla desafricanizzazione delle matrici latino-americane. Tutto questo in un processo guidato dall'assimilazione al posto di "'hapartheid". Qui il "mestizaje" non è mai stato considerato un peccato o un crimine. Al contrario, il punto debole sta esattamente nel fatto che tutti si aspettano che i neri, gli indios, e i bianchi non se isolino, ma si fondano insieme per formare una società morena, una civiltà meticcia. Confrontati con i "popoli trapiantati" (che sono puri europei di là dal mare) o con i "popoli testimoni" (che portano con sé due eredità culturali distinte), i Popoli Nuovi sono una specie di "tabula rasa", privata delle proprie origini. Non legati a passati senza gloria e grandezza, essi hanno solo futuro. La loro grandezza non sta nel passato, ma nell'avvenire. La loro unica grande impresa è di essersi costruiti, in mezzo a tante vicissitudini, come grandi popoli linguisticamente, culturalmente ed etnicamente omogenei. Poiché riuniscono in sé la genialità e le tare di tutte le caste e razze di uomini, sono chiamati a formare una nuova condizione umana, forse più solidale. Quegli orrori di cinquecento anni fa furono le doglie del parto da cui siamo nati. Quello che è importante ricordare non è soltanto il sangue che fu sparso, ma soprattutto la creatura che da lì è nata e ha preso vita.



[1] Casaldàliga F., Le Grandi cause della Patria Grande, Agenda Latinoamericana 1993, La Piccola Editrice Celleno, Viterbo, 1992 , su internet: http://latinoamericana.org/digital/1993AgendaLatinoamericanaItalia.pdf

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] Ibidem



[1] Kohan Nestor, 9 de julio y la independencia argentina: San Martín y el proyecto inconcluso de la Patria Grande, Fragmento del libro sobre «Simón Bolívar y nuestra independencia», Cátedra Che Guevara, Colectivo AMAUTA, Ediciones La Llamarada, Amauta Insurgente y Yulca, Buenos Aires, 2015. Su internet: http://amauta.lahaine.org/?p=2071&print=1, consultato il 15/05/2017.



[1] Messina Fajardo Luisa, Policarpa Salavarrieta, Dipartimento di Scienze Politiche dell’ Università di Roma3, Lingua e Cultura dei Paesi di Lingua Spagnola, Roma, 2014, su internet: https://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/wp-content/uploads/sites/42/2014/05/Policarpa-Salavarrieta.pdf, consultato il 13/05/2017.

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Mora Méndez Cecilia, Manuela Sáenz: l'insurrezione, la nazione e la patria, Taccuini americani, no. 127 (2009), Università Centrale del Messico, pp. 81-98, su internet: http://www.cialc.unam.mx/cuadamer/textos/ca127-81.pdf, consultato il 13/05/2017.