"Il caso Carla Bley"

Stampa

di ROSAMARIA FUMAROLA

La compositrice, pianista ed organista Carla Borg nasce in California nel 1938, ma giovanissima si trasferisce a New York dove entrerà in contatto con i più grandi musicisti jazz della scena internazionale dell'epoca.

 

 

 

Poco più che ventenne sposa il pianista Paul Bley e diventa negli anni sessanta una figura di spicco del free jazz, collaborando con la Liberation Music Orchestra di Charlie Haden, ma anche con Steve Lacy, Don Cherry e Robert Wyatt, solo per citarne alcuni. Dopo il divorzio da Bley, del quale conserverà sempre il cognome, sposa il trombettista austriaco Michael Mantle. Il matrimonio durerà fino al 1992. Nel 1965 pubblica il suo primo disco "Communication", nel 70 fonda la big band tuttora attiva che porta il suo nome, di cui fanno parte anche musicisti italiani. Nel 71 pubblica il celebre " Escalator over the hill", ispirato ai testi del poeta John Haines. Nel 73 con suo marito fonda l'etichetta indipendente WATT Works. Dopo il divorzio da Mantler si legherà al bassista elettrico Steve Swallow. In Italia ha collaborato con Paolo Fresu, Enrico Rava, Gianluca Petrella. Oltre i due album già citati val la pena ricordare " Musique Mecanique" del 79, "The ballad of the fallen" con Charlie Haden del 1983, "The Last Chords find Paolo Fresu" del 2007 e di quest'anno "Life goes on" con Andy Sheppard e lo stesso Swallow. Questa necessaria, breve sintesi della vita e del lavoro della geniale musicista statunitense mi offre la sponda per chiarire la ragione del titolo dell'articolo. Per molto tempo nel jazz le donne si sono espresse esclusivamente attraverso l'uso delle proprie doti vocali ed in questo non vi è nulla di male, se non fosse che tutto ciò che rappresenta una regola troppo rigida finisce per depauperare, mutilare la ricchezza culturale di un genere, ingessandolo inutilmente. Carla Bley al contrario veicola un messaggio preciso e cioè che non è importante il sesso di chi fa musica ma che si tratti di buona musica e nel suo caso non mi pare possano esservi dubbi. La Bley pare infatti assolutamente consapevole della necessità di svolgere un ruolo mettendo in campo le migliori doti intellettuali di cui dispone e che è il prodotto di questo lavoro la sola cosa che conti davvero. Ritenere quest'obiettivo scontato per una donna era, all'epoca in cui esordì ed infondo in parte anche oggi, un errore di valutazione suffragato dai fatti: quante Carla Bley lavorano oggi nel jazz con il suo ruolo e la sua consapevolezza? Più di prima ma pur sempre poche. La Bley è un'intellettuale che può essere infatti valutata esclusivamente per la sua musica, che è poi appunto la realizzazione del suo progetto artistico. La sua qualità compositiva ed esecutiva la rendono un'autorità indiscussa al pari dei grandissimi nomi che nel jazz si possono fare, sebbene non la si ricordi con altrettanta frequenza dei suoi colleghi maschi. Ed è per questa ragione che trovo utile spendere qualche parola anche sull'universo estetico di questa musicista, del suo racconto poetico, sempre diverso e "laterale" come certo jazz sa essere nella sua capacità di accompagnare la vita senza travalicarla. La bellezza della musica della Bley è una musa "saggia", che sa parlare all'uomo mentre cammina e sa dare ai suoi passi esattamente ciò che essi non hanno né possono avere. Infine non si può non sottolineare l'assoluta padronanza dello strumento di cui il  pianismo della Bley ci parla e che diventa Carla più di quanto Carla stessa non sia. Di fronte a figure dotate di genio e che tracciano nuove strade per interpretare l'uomo ed il suo universo siamo soliti usare  l'espressione "Maestro" per sottolinearne l'indiscussa autorevolezza. Peccato però che "Maestra" in questo caso non riesca a restituirci il medesimo senso.