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"Jazz italiano:Stefano Di Battista"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Dedicando l'articolo di questa settimana al sassofonista romano Stefano Di Battista intendo dare un personale contributo alla conoscenza di un jazzista talmente definito da essere, a mio giudizio, già un classico, un punto di riferimento cioè assoluto per quanti si propongano lo studio del suo strumento.

Di Battista nasce Roma nel 69, da una famiglia di musicisti ed appassionati di musica ed incomincia a suonare il sax a tredici anni, ispirato dal suono di Art Pepper e stimolato da Massimo Urbani, che sarà da subito suo mentore. Frequenta il Conservatorio dove perfeziona la conoscenza della tradizione classica, diplomandosi all'età di ventun’anni. È a questo punto che nella sua carriera si verifica un fatto di cruciale importanza per la definizione del suo percorso: il trasferimento a Parigi, dove Di Battista troverà da subito quell'accoglienza che invece in Italia gli sembra negata. A Parigi la sua vita cambia e la sua carriera decolla. Partecipa stabilmente al progetto di Aldo Romano ed al sestetto dell'indimenticato Michel Petrucciani, non trascurando produzioni a suo nome come il cd " Volare " del 97 ed "A prima vista" del 98, con la Blue Note. È del 2000 invece "Stefano Di Battista" l'eccezionale lavoro con Elvin Jones, Jacky Terrasson e Rosario Bonaccorso che gli varrà il riconoscimento entusiasta di critica e di pubblico. Tra i tanti progetti a suo nome e le infinite collaborazioni con le figure più prestigiose della cultura non solo musicale e del jazz internazionale vale senz'altro la pena ricordare "Round about Roma" del 2002, sempre con la Blue Note ed il  lavoro "Sole cuore amore" del 2017. Questa, in estrema sintesi la sua storia musicale. Per quanto riguarda invece la sua cifra stilistica non si può non sottolineare che in questo maestro del jazz sono mirabilmente fuse la lezione del jazz americano, dei suoi "voli" imprevedibili e sorprendenti e quella della melodia classica, sebbene sia impresa ardua stabilire dove finisca l'uno ed incominci l'altra, avendo egli una padronanza assoluta tanto dei due generi quanto dello strumento. Perché definire Stefano Di Battista già classico? In primo luogo per la ragione a cui ho appena fatto riferimento, che però non è in grado di esaurire da sola il discorso. Converrà infatti aggiungere che la musica di questo jazzista non soffre della sindrome di cui per troppo tempo ha sofferto il jazz del nostro paese e cioè di un respire provinciale e dunque corto per un genere che deve negare già nella sua definizione tale limite. Il suono di Di Battista è talmente padrone dei linguaggi da saper colloquiare con chiunque. È cioè proprio la sua interpretazione di quanto appreso a farne un artista libero, che non si confronta con un numero limitato di interlocutori ma con tutti quelli che il mondo della musica gli mette a disposizione. Il messaggio che ci veicola è quello di una bellezza alta e malinconica, con una sintesi intrisa di occidente, che coinvolge profondamente l'ascoltatore per grazia ed intelligenza e che diventa significativa anche quando la sua presenza all'interno di una composizione è minima in termini di spazio o di tempo. Da quanto detto potrebbe sembrare che Di Battista non abbia avuto mai l'intenzione di essere latore di una certa italianità ed in effetti la sua storia ci parla di una cultura e di una volontà di fare arte diversa e ben più ampia. Tuttavia a ben guardare la sua grandezza sta proprio nell'aver consentito al jazz italiano un salto in avanti, slegandolo dai propri limiti ma esaltando il meglio della tradizione che gli appartiene. Anche e soprattutto per questo converrà ringraziare il geniale musicista romano.