Il SudEst

Monday
Jul 13th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Cultura Consumatori "Ascensore per il patibolo": l'alba del jazz modale

"Ascensore per il patibolo": l'alba del jazz modale

Email Stampa PDF

di ROSAMARIA FUMAROLA

Non so se a legarmi alla vita siano state  più le cose che ho capito o quelle che non ho capito. Tra queste ultime ve ne sono alcune ad esempio, il cui mistero, l'impossibilità di disvelarsi razionalmente a qualsivoglia analisi, mi ha procurato un legame fatto di nulla eppure fortissimo ed una felicità che mi accompagna tuttora ogni volta che in esse mi imbatto. Tra queste presenze impossibili da definire vi è senz'altro il tema della colonna sonora del film "Ascensore per il patibolo " di Louis Malle, che il regista affidò a Miles Davis.

Credo infatti di aver vissuto sin da piccola per il sapere, per la conoscenza, eppure la bellezza di certe composizioni si è sottratta alla mia indagine e rimane impenetrabile, pur parlandomi e seducendomi irrimediabilmente. È stato questo enigma a farmi ascoltare "Ascensore per il patibolo" ed a fare sì che non fosse come per certi amori, che finiscono col non dirci più nulla, motivando così il nostro allontanamento. No, di  tale tema non si può smettere di essere innamorati ed anche questo ha qualcosa di assolutamente innaturale, che solo l'arte autentica è in grado di creare: un mondo alternativo, con sue regole, che sembra non aver bisogno del resto dell'universo e di ciò che per esso è importante per esistere.

Nel 1957 Miles Davis era in tournée a Parigi. Erano quegli gli anni in cui i jazzisti  erano apprezzatissimi nel vecchio continente ed anche per sfuggire al razzismo americano, oltreché per una relazione con la cantante Juliette Greco, Davis si recò in Francia a più riprese e ci sarebbe rimasto volentieri se non avesse preferito tornare a New York, il solo luogo al mondo nel quale, per sua stessa ammissione, riuscisse a creare musica. Boris Vian mise in contatto Davis e Malle e la colonna sonora  fu composta nell'arco di una sola notte, improvvisando mentre sullo schermo scorrevano le immagini del film ed avvalendosi di musicisti francesi (Renee` Utreger al piano, Barney Wilen al sassofono e Pierre Michelot al basso) ad eccezione del batterista Kenny Clarke. Lo stesso regista dichiarò in seguito che la pellicola acquisì il suo vero valore solo dopo l'aggiunta del commento musicale di Davis e devo ammettere che non stento a credergli.

In questa singolare operazione il divino Miles si allontanò dai ritmi definiti del Bebop e si avvicinò sempre più al jazz modale, accostando una successione di scale che gli consentirono di ottenere un ampio spettro di note e di improvvisare con grande  libertà. Il tempo e l'armonia risulteranno infatti più distesi e Davis in essi esprime in modo magistrale sfumature prima impossibili da tradurre in suono.

L'impressione che ne ho sempre avuto è stata quella di una musica che nell'assenza di vincoli imposti tanto dal regista quanto da Davis e di un rigido progetto iniziale, abbia potuto tradurre una quanto mai  felice ed  autentica ispirazione, che ambiva a dilatarsi in uno spazio libero che l'ambiente americano  non consentiva. Senza un progetto esterno è come se Davis fosse stato costretto ad essere fedele solo a sé stesso, a ciò che sentiva di voler "dire", nonostante la necessità comunque di legarsi alle scene del film, che sono l'unico binario che lui stesso, quasi solo come un gioco, segue. Davis non aveva mai prima di allora, composto una colonna sonora. L'associazione dell'improvvisazione modale del musicista alle immagini della pellicola riempie ogni spazio con un "tutto pieno" che permetterà sempre al tema, anche in assenza delle immagini, di apparire per quello che è e cioè un capolavoro senza pari e che invece qualora non vi fosse stato avrebbe tolto al film tutto il peso estetico, poetico che invece ha acquisito.

Miles Davis non aveva mai prima di allora, composto una colonna sonora. Non ci è riuscito  nemmeno in quell'occasione .