Il SudEst

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8 Gennaio: cronaca di una manifestazione

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di LUIGINA FAVALE

Ore 22.30, Brindisi: Luigina, Francesco, Eleonora, Michela, Luana, Valeria partono alla volta di Taranto.

 

 

 

Sosta per prendere altri compagni di avventura e si dirigono verso Andria dove li aspetta   Daniele, un ragazzo come loro, un collega, un diplomato magistrale che ha coordinato tutti gli altri per questo viaggio.

Viaggio verso Roma, non per visitare la caput mundi, ma per manifestare.

Viaggio faticoso, di notte, con tensione addosso che si trascina da quasi 20 giorni: un natale passato con telefono in mano quasi 24 ore al giorno, con pc a portata di sguardo per vedere, sentire, cogliere quante più informazioni possibili. Già, perché durante le vacanze natalizie, periodo d solito dedicato alla famiglia e alla serenità ci si è ritrovati schiacciati invece dai pensieri e delle preoccupazioni della perdita del lavoro. Con un colpo di spugna la plenaria mette fuori i diplomati magistrale dalle graduatorie ad esaurimento e prevede di licenziare i tanti docenti di ruolo che finalmente dopo anni di studio e di sacrificio si erano considerati finalmente "sistemati".

Prima risposta fredda e calcolata: sciopero!

Ecco quindi il viaggio, lo sciopero, la manifestazione. Nel pullman non c'è voglia di cantare, ma di raccontare ognuno la propria storia, fatta di sacrifici, di studio, di nomadismo di scuola in scuola, di provincia del nord al ritorno nella propria terra del caldo sud. Ognuno ha un motivo per manifestare  la propria rabbia, la propria indignazione, il proprio dolore, la propria preoccupazione per uno stato di incertezza e come spesso accade ormai in questo Paese di precarietà.

Sono tutti docenti, molti di loro, la maggior parte, laureati, alcuni specializzati sul sostegno, altri ancora con servizio decennale in barba a chi invece ha fomentato l'opinione pubblica contro i diplomati magistrale classificandoli come semplici diplomati che pretendono un posto fisso.

Non è così  e come giornalisti dovremmo avere il coraggio di guardare  in faccia la verità e di cercarla , di approfondire le storie di ciascuno, di filtrare le informazioni e di veicolare i messaggi nel modo corretto  prima di suscitare un polverone di chiacchiere e di maldicenze che altro non fanno che indurre le famiglie ad una preoccupazione inutile nei riguardi della formazione dei propri figli.

Ore 07.00 : arrivo a Roma. Percorso a piedi, poi metro, filobus ed infine percorso a piedi.

IL Miur è lì, tutto chiuso in un palazzo altissimo, imponente, maestoso come dovrebbe essere l'istituzione che rappresenta, presidiato dai carabinieri, dalla polizia. Ma sono tutti docenti, nessun problema di disordine pubblico. Si è lì col solo obiettivo di tenere alta l'attenzione su un problema che riguarda più di 50mila docenti, persone, madri e padri di famiglia il cui lavoro porta a casa da mangiare e che non è una selezione concorsuale che li rende migliori o più bravi di altri. Sono lì  con striscioni e cartelli al collo per dire che non sono incompetenti ma che portano avanti a scuola pubblica da anni  con amore e con professionalità e nessuno se n'è mai lamentato.

Tra loro molti vincitori di concorso, ma fuori lo stesso perché il doppio canale non esiste più, perché in molte regioni soprattutto del sud, vincere un concorso non è una garanzia di lavoro immediato ( si rischia di restare in una graduatoria di merito che non scorre per moti anni). Sono lì per dimostrare, carte in mano, che il diploma magistrale è stato riconosciuto abilitante al pari della laurea in scienze della formazione primaria, sono lì per dire che non sono stati trattati come il principio della giurisprudenza prevede: " la legge è uguale per tutti" poiché il Cds ha smentito sé stesso pronunciandosi con una sentenza diversa da quella emessa due anni prima. Ma sono soprattutto lì per manifestare lo stato di abbandono da parte di uno Stato che dovrebbe garantire i diritti dei propri cittadini e che dovrebbe tutelare una delle categorie più importanti di un Paese.

Ore 12.00: ci sono circa 3mila persone da quella gradinata fino al piazzale e alla via sottostante il palazzo. Ogni tanto qualcuno accende un fumogeno verde o rosso per caricare gli entusiasmi, molti col proprio fischietto danno fiato come possono, altri cantano cori in rima, alcuni sventolano i propri striscioni.  Si ergono alcune bandiere sindacali (piccolo show in vista delle elezioni delle Rsu nelle scuole).

Ore 13.00 Alcuni avvocati molto noti e responsabili di associazioni che si sono occupati dei ricorsi di questi docenti arrivano per dare conforto. Nulla di nuovo trapela dalle stanze del ministero e la signora Fedeli continua a negare la propria presenza. Ultimo esempio di una linea politica tutta confusa e per niente rispettosa, ultima chiusura da parte di chi ci governa ( senza nemmeno essere stato scelto)verso il popolo che dovrebbe guidare.

Ore 16.00 Presi dalla stanchezza quel piccolo gruppo partito da Brindisi e che era giunto a Roma  in 27 unità lascia il sit-in . Il viaggio di ritorno è lungo e più faticoso dell'andata. C'è la stanchezza fisica che inizia a farsi sentire ed un po' di amarezza nel vedere che a parte le televisioni, chi di dovere, non era presente e non ha voluto mostrare comprensione.

Nel pullman che ritorna verso la Puglia, pochi entusiasmi, molte domande che restano senza risposta, tanta, tantissima incertezza ma anche voglia di non arrendersi. Una giornata così non passa nell'oblio, la sua eco dura dei gironi, radio e TV ne parleranno.

In fondo l'intenzione era quella: riuscire a dimostrare che si parte con poche persone e che si arriva ad un coro di tremila persone e di altre ancora nei diversi capoluoghi delle regioni di questa Italia che resta sempre bella ma che accusiamo costantemente di essere iniqua nella sue leggi e nei suoi provvedimenti.

Ore 01.00: il gruppo si scambia la buonanotte, sul web circolano già le immagini di loro e degli latri colleghi sardi, liguri, laziali, piemontesi, veneti, siciliani, lucani, campani ...in tv qualche servizio è già andato in onda.

Nessuno, per quanta amarezza e preoccupazione possa avere dentro di sé si sente sconfitto, al contrario c'è ancora voglia di combattere e di farsi sentire : il destino non è ciò che viene, ma ciò che ti prendi.