Il SudEst

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Chiarello, le ragioni sociali del reddito di base

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di MARCO SPAGNUOLO

A quasi una settimana dal voto, continuiamo a interrogarci sul tema del reddito –

 

 

 

a maggior ragione se la prima forza politica del Paese lo ha posto come elemento cardine e centrale del suo programma. La scorsa settimana abbiamo chiesto a Giacomo Pisani le ragioni ideologiche e uno sguardo filosofico, prima che politico, sul reddito. Oggi, invece, discutiamo con Franco Chiarello, sociologo e docente UniBa, sulle nuove figure del lavoro e sulla riorganizzazione della società che hanno portato a elaborare il concetto e la rivendicazione del reddito di base.

«Ci sono alcune questioni strutturali» che conducono alla necessità di un’economia e di una politica redistributive. «Viviamo in una società in cui la nostra identità è basata sul lavoro, ma di lavoro ce n’è sempre meno» perché «mentre gli altri paesi hanno investito massicciamente in ricerca e sviluppo dell’educazione superiore, e sono riusciti a mantenere aperte possibilità lavorative nei settori più avanzati, l’Italia è rimasta fuori da queste possibilità». «La seconda questione è che anche il lavoro poco qualificato tende a perdersi» perché «negli ultimi 25 anni, il lavoro è diminuito nell’agricoltura per via dell’innovazione tecnologica, così come nell’industria, e si è concentrato soprattutto nel settore dei servizi – ma anche qui il lavoro umano tende a diminuire a favore di quello delle macchine». «C’è poi un fenomeno altrettanto importante della globalizzazione: il lavoro si è trasferito massicciamente fuori dall’Occidente», fenomeno che avrebbe dovuto «suggerire già serie misure di sostegno al reddito» perché «anche il lavoro è cambiato».

«Quali sono le nuove forme del lavoro che stanno emergendo? Qual è il loro legame con il reddito di base?»

«Sono i contorni di ciò che definiamo “lavoro” che sono cambiati». «Il reddito di base trova le sue radici in questa situazione storica», ma questo non significa che «non ci sarà più lavoro». «Se uniamo il reddito al condizionamento del lavoro, trovo che l’unico settore in cui ciò è possibile sia quello dei cosiddetti “lavori socialmente utili”, in cui il datore di lavoro è lo Stato» perché «i profitti degli imprenditori aumenteranno usando sempre meno lavoro “vivo” (i lavoratori) e sempre più lavoro “morto” (macchine, big data, ecc.)». «Nel Mezzogiorno, questa situazione è amplificata, perché la domanda di lavoro nei settori tradizionali è particolarmente debole e quindi il RED (la forma di sostegno al reddito elaborata dalla Regione Puglia) si rivela impossibile: si forma chi usufruisce del sostegno, creando forza-lavoro qualificata quando la domanda di lavoro è scarsa». «Dal punto di vista economico, il RBI (reddito di base incondizionato) consente di far circolare virtuosamente l’economia, aumentando il potere d’acquisto, favorendo il consumo e quindi la produzione: se le persone hanno un reddito da spendere, aumentano la domanda di produzione». Invece, «le forme di reddito o di sostegno al reddito, approvate ultimamente, non bastano a far fronte alla situazione nella quale ci troviamo: non sono universali, quindi non tutti coloro che si trovano in povertà possono usufruirne; non bastano a coprire il fabbisogno, non consentendo la dignità che si vuole ridare agli utenti». Infatti, «più che di contrasto alla povertà, possiamo parlare di gestione della povertà: le persone rimangono povere e, finito il periodo massimo di 18 mesi, ritorneranno indigenti», mentre «ci vorrebbero risorse (circa 15 miliardi all’anno) per estendere il sostegno al reddito e il reddito di base anche ai poveri relativi». Inoltre «per chi si trova in povertà assoluta o relativa, le forme di sostegno al reddito o un reddito di base dovrebbero partire automaticamente e dovrebbero essere adeguate economicamente alla fuoriuscita dalla povertà».

Per quanto riguarda le nuove forme del lavoro, «il lavoro di cura ha rappresentato la base di un welfare privato, appannaggio di forza-lavoro femminile e migrante», mentre un’altra forma – quella del lavoro cognitivo – aleggia nella nostra economia. «In molti produciamo valore senza che questo ci sia riconosciuto: dal lavoro gratuito all’alternanza scuola-lavoro fino al nostro tempo passato nei social network. Ognuno di noi, accedendo ai social, potenzia un algoritmo che raccoglie i nostri dati e, successivamente, questi dati vengono venduti. Siamo, quindi, forza-lavoro inconsapevole, perché partecipiamo alla valorizzazione senza che la nostra prestazione sia riconosciuta». Per questo, «è giusto che se contribuiamo alla produzione di valore, riceviamo un reddito che ci retribuisce del nostro lavoro».

«Possiamo affermare, quindi, che il reddito può essere slegato dal lavoro?»

«Attraverso il lavoro, noi definiamo la nostra identità, la nostra posizione nella società e nei rapporti con gli altri», ma «l’idea della destra che il reddito aumenta l’ozio è infondata». Invece, «per quanto riguarda la proposta dei 5stelle, penso a due cose: il lavoro deve essere retribuito secondo contratto; l’unica area dove c’è possibilità di creare occupazione, anche qualificata, è quella di difesa, riqualificazione, manutenzione del territorio» («sta quindi allo stato creare piani di lavori pubblici che potrebbere costituire un corrispettivo del reddito di base»).

«Moltissime ricerche dimostrano che l’idea secondo la quale “chi usufruisce del reddito, pur potendo lavorare, si dedica all’ozio” sia infondata perché le persone che possono lavorare continuano a farlo». Per questo, «nelle nostre condizioni, il reddito può essere legato ad una prestazione, ma a patto che il reddito non sia scambiato con il salario e che la prestazione lavorativa sia remunerata al di fuori del reddito». Rispetto le recenti misure regionali e statali, «è inutile aumentare “l’occupabilità” delle persone quando la domanda di lavoro non c’è, quanto invece è importante progettare piani di intervento pubblico, à la New Deal, nella riqualificazione e nella gestione dei territori (parchi, biblioteche, reti di musei, siti archeologici, manutenzione delle coste, ecc.), creando occupazione anche qualificata».

«Il profitto delle grandi multinazionali sta assumendo sempre più la forma della rendita, mentre sempre più persone considerano il reddito come forma di remunerazione dei nuovi lavori. Tuttavia, continua a sembrare impossibile un reddito di base all’interno dell’organizzazione politica e sociale del Paese. Cosa dovrebbe cambiare?»

«Intanto, l’idea che il reddito derivi direttamente dalla prestazione lavorativa sta mutando», mentre «si sta già diffondendo l’idea che il diritto al reddito corrisponda al diritto all’esistenza». «Sganciare l’erogazione del reddito dalla prestazione lavorativa è un obiettivo verso il quale già si sta viaggiando, anche se c’è molto da fare». «Inoltre nei paesi dove questo è già fatto, si è visto che chi usufruisce del reddito è anche più motivato a lavorare» concludendo, «c’è bisogno di un clima culturale per garantire l’universalità del reddito e la sua indipendenza dal lavoro».