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Da Hebron l'indignazione dilaga sul web

Da Hebron l'indignazione dilaga sul web

 

di ROSSELLA PERA

Da domenica 14 febbraio sul web impazza un discusso filmato che mostra un poliziotto israeliano rovesciare un uomo su una sedia a rotelle.

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Le schiave sessuali yazide pronte a vendicarsi delle violenze dello Stato islamico

Le schiave sessuali yazide pronte a vendicarsi delle violenze dello Stato islamico

Molte delle donne yazide  che i miliziani neri dello Stato Islamico/Daesh hanno utilizzato come schiave sessuali  si sono arruolate nella milizie kurde irakene o dl Rojava Siriano per partecipare alla riconquista di Mossul, la città a nord dell’Iraq che è uno dei principali capisaldi del Daesh e dove presto arriveranno un migliaio di soldati italiani con il compito ufficiale di difendere i lavori di consolidamento di una grande diga.

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UIKI: Lo Stato turco ha massacrato 60 civili usando armi chimiche

UIKI: Lo Stato turco ha massacrato 60 civili usando armi chimiche

Uiki

Un altro massacro dello Stato turco contro i curdi

Da due mesi davanti agli occhi del mondo lo Stato turco sta conducendo un massacro sistematico a Cizre. Decine di migliaia di civili sono stati oggetto di pesanti bombardamenti e di uccisioni nelle strade.
Per diversi giorni le forze dello stato hanno bombardato diversi edifici al cui interno si trovavano civili feriti, ora hanno uccisi quasi 60 persone usando armi chimiche.

Secondo rapporti da Cizre le persone sono state uccise da armi chimiche e i media del governo dell’AKP (TRT-News) ne hanno dato notizia annunciandolo come una vittoria.

Di fronte alla significativa resistenza del popolo curdo lo stato fascista dell’AKP ha commesso un genocidio a Cizre, mettendo in atto metodi non etici e illegali.

• Chiediamo all’UE e all’ONU di dichiarare con urgenza sanzioni militari ed economiche contro la Turchia.

• Chiediamo che la Turchia venga processata per i suoi crimini di guerra e contro l’umanità.
• Chiedamo a tutte e tutti di mostrare solidarietà con il popolo curdo.

Regeni

Regeni

 

di ROSSELLA PERA

Lividi. Lividi su occhi e zigomi, fratture multiple e incisioni su petto, braccia e gambe.

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TTIP: la dirittura di arrivo

TTIP: la dirittura di arrivo

di MAURO POGGI, Ars Liguria

Le trattative per il TTIP, l’accordo di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti fortemente voluto da Obama, stanno ormai per concludersi.


Gli obiettivi dichiarati sono lodevoli: promuovere gli scambi e gli investimenti tra i paesi aderenti, per stimolare l’innovazione, la crescita economica e lo sviluppo, e per sostenere la creazione e il mantenimento di posti di lavoro. Esattamente gli stessi perseguiti dal trattato omologo dell’altro oceano, il TPP, chiuso nell’ottobre del 2015 dopo dieci anni di negoziati, e ora all’esame dei parlamenti dei singoli stati per la ratifica.

Il TTIP è in fase negoziale da soli tre anni. Negli anni ’90 c’era già stato un tentativo di introdurre fra i paesi OCSE delle deregolamentazioni che limitassero la sovranità degli stati a vantaggio degli investitori (MAI, Multilateral Agreement on Investment), ma era abortito nel 1998 a causa delle forti resistenza dell’opinione pubblica, sensibilizzata grazie a Internet – di cui per la prima volta si erano scoperte le potenzialità non solo di informazione ma anche di mobilitazione.

Bisogna però tenere presente che a quell’epoca i popoli erano più reattivi, perché ancora non avevamo subito il trattamento di shock economy che ci viene sapientemente inflitto dal 2008. Oggi siamo tutti molto più arrendevoli; condizionati a una mansuetudine ovina accettiamo con rassegnazione, quando non con riconoscenza, il doloroso ma salvifico percorso di redenzione che ci viene indicato.

Allo stesso tempo, e di conseguenza, oggi i nostri decisori sono molto meno preoccupati di dover rispondere politicamente delle loro azioni: un conto è avere a che fare con cittadini consapevoli, un altro è gestire inconsapevoli sudditi.

Non è per caso se questa volta, a differenza del MAI nel 1998,  il negoziato si concluderà felicemente.

TTIP e TPP formeranno così un colosso economico con epicentro gli USA, in grado di imporre le proprie le regole al resto del mondo. Alain Benoist li definisce una NATO economica a governance americana, che toglierà alle altre nazioni il controllo dei loro scambi commerciali a favore di multinazionali la cui unica responsabilità è quella verso i potentati finanziari che le controllano. Un parallelo non peregrino, dal momento che insieme essi costituiscono anche una cintura di contenimento economico delle due potenze escluse, Russia e Cina, in conformità alla visione unipolare dell’ordine mondiale che la “missione manifesta” americana impone.

I termini del Trattato Transatlantico sono stati elaborati in segretezza, sia sul versante americano che su quello europeo. La strategia iniziale, seconda una prassi di neo-demokràtia ormai consolidata, era di procedere nel modo più sommesso possibile fino a che i lavori fossero arrivati al punto di non-ritorno, cioè alle ratifiche parlamentari, senza alcun previo dibattito nell’opinione pubblica o nei parlamenti. Peraltro, chi avrebbe da obiettare ad accordi illuminati che mirano alla promozione degli scambi e degli investimenti fra i paesi, all’innovazione, alla crescita economica e alla creazione e mantenimento dei posti di lavoro ?

Questa strategia ha dovuto essere rivista a partire da un paio di anni fa, a causa della fuga di alcune allarmanti notizie, prima in rete, e poi su alcuni organi del circuito mediatico ufficiale (dove però la questione non ha mai fatto oggetto di vera attenzione). All’inizio dell’anno scorso la Commissione Europea ha cominciato a pubblicare sul suo sito comunicati che sanno più di propaganda che di informazione, e lanciato nello stesso tempo apologetici spot televisivi molto convincenti, specie per chi ne sentiva parlare per la prima volta, cioè la maggioranza delle persone.

Secondo la rappresentazione della Commissione Europea, obiettivo dell’accordo è la rimozione dei dazi sulle merci e le restrizioni in materia di servizi, per consentire una maggiore accessibilità ai mercati e una maggiore facilità degli investimenti. Le regole che finora hanno bene o male garantito il consumatore europeo non verrebbero sostanzialmente alterate ma tutti beneficeremmo dei vantaggi che inevitabilmente produce la libera concorrenza in termini di prezzi, qualità e scelta dei consumi, occupazione e benessere generale.

Le cose non stanno esattamente così.

Come è stato già osservato, le tariffe sono ormai a un livello minimo e non costituiscono alcun ostacolo significativo all’interscambio commerciale fra le due aree. I veri obiettivi possono essere riassunti in due punti:

a) abolizione delle barriere “non tariffarie”, cioè quei vincoli e norme di carattere tecnico, giuridico, commerciale e politico a tutela di produttori,  lavoratori e  consumatori nazionali;

b) adozione di misure a salvaguardia delle multinazionali, alle quali viene conferita la facoltà di contestare per via legale qualunque iniziativa politica uno stato voglia assumere (si tratti di materia ambientale, sanitaria, sociale o altro)  ove ritenessero lese le loro aspettative di profitto. È la famigerata clausola  ISSD – Investor State Settlement Dispute: in pratica una drastica riduzione di sovranità a loro favore.

Ne ho scritto a più riprese, e per chi avesse voglia e tempo di approfondire rimando in particolare a questo articolo.

Chi non volesse entrare nei dettagli, invece, può dare un’occhiata al disegnino che segue; dovrebbe bastare per capire l’orientamento generale dell’accordo e indovinare chi ne è il principale beneficiario. Vi si spiega graficamente che la Commissione europea, su 597 riunioni a porta chiusa con le parti interessate, 525 (88%) sono avvenute con i vari gruppi lobbistici delle multinazionali e solo 54 (9%) con rappresentanti di interesse pubblico (il restante 3% sono incontri con gruppi parlamentari).

Volendo si può anche ascoltare lo spezzone di tre minuti dedicati all’argomento da  Joseph Stiglitz, durante il suo intervento nella Sala Regina di Montecitorio:

Sulla democraticità dell’intero processo Cecilia Malmstroem,  Commissario europeo per il commercio – quindi colei che presiede alle trattative per parte europea – è stata adamantina.
Intervistata dal giornalista John Hilary, alla domanda come si conciliava il suo entusiasta appoggio all’accordo con le massicce manifestazioni contrarie che si sono avute in tutta l’Europa nel corso del 2015, ha risposto che non era dal popolo europeo che aveva ricevuto il suo mandato: “I do not take my mandate from the European people“. Un modo brutale ma sincero per dire che non ha alcuna responsabilità politica nei confronti del popolo europeo (tanto lei quanto ogni altro membro della Commissione, peraltro: la Commissione, nonostante sia l’organo esecutivo della UE, è “al riparo dal processo elettorale”).

Il successivo suo tentativo di ridimensionare la dichiarazione ha finito per darne sostanziale conferma.

L’intervista cadeva nella stessa settimana (10 -17 ottobre 2015) nella quale erano state indette centinaia di manifestazioni in tutte le principali città europee (decine in Italia), con Berlino – fulcro dell’iniziativa – che aveva visto sfilare 250.000 persone.

Non mi risulta che stampa e TV italiane abbiano dato all’evento un rilievo adeguato: in Italia, molto più che altrove, i media ufficiali hanno sempre trattato l’argomento TTIP con la stessa scrupolosa riservatezza adottata dai negoziatori, e i risultati ahimè si vedono.

La petizione contro l’accordo, lanciata da Stop-TTIP, ha ricevuto quasi 3,4 milioni di adesioni in tutta Europa. Ho cliccato sulla mappa interattiva del sito per sapere in che misura abbiamo contribuito noi italiani, e risulta che le nostre adesioni sono state 78.234, il 2,3% del totale. Un po’ pochino, considerato che la nostra popolazione rappresenta il 12% dell’Unione.

Firmato l’accordo, la battaglia si sposterà nei parlamenti dei singoli Stati. Ma se i nostri parlamentari non sentiranno la pressione di un’opinione pubblica determinata e consapevole, è prevedibile che lo ratificheranno con la stessa bovina indifferenza di cui hanno già dato prova in passato, approvando a cuor leggero riforme e leggi della cui portata letale sembra che ancora oggi non si siano resi conto.

Fonte: Appello al popolo Rivista Sovranista

Clamori dalla Colombia: Cartello di giudici reintegra in servizio poliziotti e militari corrotti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La rivista Semana di recente ha denunciato l'esistenza di un “cartello del reintegro”, costituito da giudici, procuratori, avvocati e lobbisti che si adoperano per reintegrare e indennizzare ufficiali e sottufficiali delle Forze Militari condannati per narcotraffico, paramilitarismo, intercettazioni illegali,


Negli ultimi due anni, oltre 5000 uomini in divisa coinvolti in delitti sono stati congedati; di questi, ben 1800 hanno visto le sentenze ribaltate, riottenendo i gradi perduti e la fedina penale pulita.

Secondo quanto riferito dal settimanale, i servigi del “cartello del reintegro” costano fino a 300 milioni di pesos (circa 82.000 euro), a seconda del grado del militare o poliziotto sotto processo.
Gli indennizzi che lo Stato, in funzione delle sentenze manipolate, è costretto a versare agli imputati, rimborsano il cartello e permettono di alimentare l'intera catena.

L'impunità, da sempre garantita ai militari e poliziotti al servizio di oligarchia e multinazionali, si perpetua grazie agli innumerevoli intrecci ed alle complicità occulte fra un sistema politico putrefatto e un sistema giudiziario tutt’altro che imparziale. Solo la disarticolazione dello Stato colombiano, e una sua rifondazione su nuove basi, permetterà di districare questo intreccio e ristabilire la giustizia. E per ottenere questo risultato, lo strumento è, e resta, l'Assemblea Costituente.


ONU appoggia cessate il fuoco bilaterale in Colombia


< http://www.nuovacolombia.net/Joomla/clamoridallacolombia/6418-onu-appoggia-cessate-il-fuoco-bilaterale-in-colombia.html>

Lo scorso 18 gennaio l'ONU ha confermato di aver ricevuto la richiesta della Colombia per organizzare una missione per la verifica del cessate al fuoco bilaterale e definitivo fra l'insorgenza rivoluzionaria delle FARC e lo Stato.

Attraverso un comunicato, il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-Moon, si è congratulato con le parti per “un altro passo significativo verso la risoluzione pacifica del conflitto armato”, appoggiando la richiesta della “Comunità degli Stati Latinoamericani Caraibici (CELAC) perché contribuiscano con
osservatori internazionali alla missione”.

La verifica del cessate il fuoco, secondo quanto previsto dal Tavolo dell'Avana, verrà realizzata da osservatori del Governo, della guerriglia e della CELAC, appunto.

Finalmente il governo Santos si impegna nel cessate il fuoco bilaterale, passo indispensabile per la costruzione della Pace. Ma se anche le forze militari regolari del regime colombiano interrompono le
azioni militari contro l'insorgenza, il terrorismo di Stato, attraverso il paramilitarismo, continua imperterrito la sua guerra contro il popolo.



FARC: Le guerrigliere sono donne rivoluzionarie coscienti e libere

< http://www.nuovacolombia.net/Joomla/clamoridallacolombia/6408-0601-farc-le-guerrigliere-sono-donne-rivoluzionarie-coscienti-e-libere.html>

Attraverso un comunicato del Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP, datato 2 gennaio, l'insorgenza rivoluzionaria rispedisce al mittente le calunnie dei media oligarchici nazionali ed
internazionali in merito ad inesistenti aborti forzati cui sarebbero state costrette centinaia di guerrigliere.

“La contraccezione, nella nostra organizzazione, è una norma obbligatoria per uomini e donne, dettata dalle condizioni della guerra”, si legge nel comunicato.

“L'aborto non è considerato un metodo contraccettivo. Rappresenta  l'ultima risorsa cui appellarsi quando, nonostante le misure anticoncezionali adottate, si presenta una gravidanza indesiderata.
In ogni caso si soppesano molto bene i rischi per la madre, la futura creatura e l'ambiente guerrigliero”, chiarisce il comunicato, aggiungendo che “è un diritto fondamentale delle donne decidere sul proprio corpo”, ed in conseguenza di ciò il regolamento interno proibisce “qualunque intervento senza il consenso dellaguerrigliera”.

Il cancan mediatico sul tema mostra tutta l'ipocrisia di oligarchi colombiani e relativi corifei; in un paese dove l'aborto è consentito solo per motivi di salute o in caso di violenza sessuale, e dove il 99,9% delle interruzioni di gravidanza viene effettuato in strutture clandestine, nessun oligarca -men che meno il fascistissimo opusdeista procuratore Ordoñez- ha la decenza di tacere.


http://news.nuovacolombia.net/lists/index.php?p=unsubscribe&uid=98760607b5932ca333778225f093c587

La rivoluzionaria Mariela Castro Espìn, attivista per i diritti-umani delle persone LGBT, racconta la sua Cuba

La rivoluzionaria Mariela Castro Espìn, attivista per i diritti-umani delle persone LGBT, racconta la sua Cuba

Stralcio dell'intervista tradotto e rielaborato da MADDALENA CELANO

 

La figlia del presidente cubano Raul Castro e Vilma Espìn

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Messico, continua il “martirologio” dei giornalisti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Trovato cadavere di Anabel Flores Salazar

Ai margini di un’autostrada dello stato di Puebla, seminuda, percossa, le mani legate. Morta ammazzata. Sembra un libro di Don Winslow e, invece, è pura realtà. E’ la cronaca, vera per quanto inquietante, del ritrovamento del cadavere di Anabel Flores Salazar, giornalista messicana di cronaca nera rapita lunedì scorso dalla sua abitazione di Veracruz da un commando di uomini armati. Rimasti al momento senza volto e senza nome. 32 anni, madre di due bambini (di cui un neonato), freelance del quotidiano El Sol de Orizaba, appassionata voce delle parti più oscure del Messico, la Salazar è la sedicesima vittima in sedici anni a Veracruz (dieci solo negli ultimi cinque anni). Dove informare è un mestiere pericoloso.

Le autorità stanno indagando. Nel mirino del procuratore Angel Luis Bravo è finita una gang con la quale la reporter era entrata in contatto nel 2004. Contatto che aveva portato poi all’arresto di uno dei componenti del sodalizio criminale. Ma muoversi in Messico non è mai semplice. L’altissimo tasso di corruzione e la penetrazione dei cartelli nella politica complicano, e non poco, la ricerca della verità. E non a caso il Comitato per la protezione dei giornalisti si scaglia contro Javier Duarte de Ochoa, colpevole di silenzio, di avere “alle spalle una triste storia di impunità” e di essere ed essere stato “incapace, e poco disposto, a perseguire i delitti contro la stampa”.

E fa il giro del mondo, via web, il forte commento di Sanjuana Martinez, anche lei giornalista: “Oggi non scriverò più. Vado via con questa immagine terrificante (in alto, ndr) del crimine contro la giornalista Anabel Flores, inchiodata nel mio cuore. Posso immaginare le sue ore di angoscia. Posso immaginare il gelido fiato della morte camminando al suo fianco, sapendo che sarebbe stata uccisa. Penso nel dolore fisico della tortura. Penso ai suoi due figli. E mi si spezza l’anima. Uccidere i giornalisti non significa uccidere la verità. Uccidere il messaggero non significa uccidere il messaggio. Quando lo capirete? Ogni volta che uccidono un giornalista in Messico, uccidono una parte essenziale della nostra debole democrazia. Il martirologio di giornalisti in Messico non deve incrementarsi. 16 giornalisti assassinati nello stato di Veracruz, Javier Duarte diventa così il grande depredatore della stampa. Qualcosa deve accadere per farla finita con questa impunità endemica che invita alla ripetizione del delitto. Oggi è toccato ad Anabel, chi segue? Rimarremo aspettando il boia? Abbiamo bisogno di appoggio. Chi difende il lavoro che facciamo, chi difende giornalisti, difende la libertà di espressione, difende la libertà di stampa, difende il nostro diritto ad essere informati, a conoscere la verità. Oggi mi dovete perdonare, non scriverò più. Ho il diritto di piangere.”

Fonte: Narcomafie

- See more at: http://www.narcomafie.it/2016/02/10/messico-continua-il-martirologio-dei-giornalisti-trovato-cadavere-di-anabel-flores-salazar/#sthash.VCfCdQFa.dpuf

L'ergastolo per i giornalisti anti-Erdogan

L'ergastolo per i giornalisti anti-Erdogan

di ROSSELLA PERA

Il procuratore capo di Istanbul, lo scorso mercoledì,ha chiesto  la pena dell'ergastolo per due giornalisti del quotidiano d'opposizione Cumhuriyet, già detenuti in carcere da un paio di mesi.


Le accuse a loro carico andrebbero dallo “spionaggio” alla “divulgazione di informazioni statali segrete”.

In breve tempo il capo redattore Dundar e Gul Erdem hanno visto moltiplicarsi i capi d'imputazione, a cui vanno a sommarsi le accuse di “sostegno a gruppi terroristici” e “tentato golpe”. Quando leggiamo l'accusa di sostegno al terrorismo, sappiamo che il riferimento è la fratellanza islamica dell'imam Fethullah Gulen, che da anni predica il rispetto per la scienza, il pacifismo e la necessità di un dialogo inter-religioso. Inutile dire che l'imam oggi rappresenta il più grande nemico del presidente Erdogan.

Vediamo i fatti.

Entrambi i giornalisti rischiano il carcere a vita per aver pubblicato fotografie e un video che dimostrerebbe l'effettiva consegna da parte del governo turco, di armi ai ribelli siriani, appartenenti al movimento salafita. E' bene ricordare che la maggior parte dei combattenti salafiti siriani lottano nelle fila del Movimento islamico Ahrar al Sham, il cui obiettivo è la creazione di uno stato islamico fondato sulla sharia.

Le immagini incriminate sarebbero state scattate il 19 gennaio del 2014, quando la polizia ha fermato il convoglio di camion diretti in Siria. Nel corso dell'indagine, la polizia avrebbe scoperto che erano proprio i servizi segreti (MIT) a scortare il carico. Sul posto erano numerosi i testimoni, molti dei quali avevano anche effettuato riprese video dell'accadimento. Riprese puntualmente sequestrate dagli agenti dei servizi segreti. La risposta all'imbarazzante questione fu la censura dei social network.

Il partito islamico-conservatore (AKP) del presidente Erdogan ha sempre negato di aver consegnato armi ai ribelli islamici, garantendo che i camion incriminati trasportavano semplici aiuti umanitari, destinati alla popolazione turkmena nel nord della Siria.

Quello che è certo è che un'inchiesta è stata aperta, portando all'arresto di una cinquantina di persone tra cui diversi agenti di polizia e pubblici ministeri responsabili dell'intercettazione dei camion. Corrono tutti il rischio di vedersi infliggere la pena dell'ergastolo, tutti accusati di lavorare per conto di Fethullah Gulen, determinato ad offuscare la presidenza di Erdogan.

Secondo la versione ufficiale l'imam, che vive in esilio negli Stati Uniti, ha intenzione di fomentare un colpo di stato, coadiuvato e supportato dai suoi seguaci, infiltrati nel sistema giudiziario e nella polizia.

La reale colpa dei due giornalisti sembrerebbe quella di aver divulgato le fotografie il 29 maggio 2015, pochissimi giorni prima delle elezioni. Nelle fotografie è possibile vedere armi nascoste sotto scatole di farmaci su un camion che presentava il logo dell'associazione umanitaria IHH.

La denuncia contro i due giornalisti è stata presentata dallo stesso Erdogan, il quale aveva dichiarato alla stampa che i due accusati avrebbero pagato un alto prezzo per il loro tradimento.

Inutile dire che la strumentalizzazione della giustizia da parte del potere, il muro di silenzio che investe il paese, il supporto a gruppi indipendenti, stanno portando la Turchia molto lontano rispetto al progetto di adesione all'Unione europea.

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