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Home Inchiesta Inchiesta Cuba scopritrice e fautrice del sogno “nuestroamericano”

Cuba scopritrice e fautrice del sogno “nuestroamericano”

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di MADDALENA CELANO

Quando nel 1998 Hugo Chavez salì al potere in Venezuela e, soprattutto dal 2002,

 

a seguito del colpo di stato subito contro di lui in cui s’impose il carattere socialista del processo politico, sono nate molte voci che, sia da sinistra che da destra, hanno provato ad individuare  parallelismi tra la rivoluzione bolivariana venezuelana e la rivoluzione cubana. Dai movimenti che supportano entrambi i processi, l'identificazione è stata evidenziata dalla collaborazione e dalla solidarietà che unisce le relazioni tra Cuba e Venezuela.  La verità è che, nonostante costituiscano diversi processi storici, entrambe le rivoluzioni condividono punti di partenza del tutto assimilabili.  Dal primo gennaio 1959 i rivoluzionari cubani hanno rovesciato il regime del terrore di Fulgencio Batista, avviando un processo noto come “Rivoluzione Cubana”. All'isola dei Caraibi s’impose una politica estera in conformità con la sua nuova categoria di “stato rivoluzionario”.  Da questo momento, i pilastri della politica estera cubana saranno: “la difesa della pace con la sovranità, la pacifica convivenza, l’antimperialismo e il non allineamento”.[1] Il risultato logico è, dunque, che la “proiezione esterna” (intesa come politica estera) della rivoluzione cubana si basava sui precetti dell’internazionalismo proletario. Ma non solo dell’internazionalismo proletario: i guerriglieri “barbudos” hanno le proprie radici in José Martí, cioè in una visione internazionalista dove l'America meticcia è percepita come un intero popolo, un popolo dalle caratteristiche proprie ed “originali” (ossia diversificate dal vecchio continente), la Nuestra America sarà uno dei riferimenti che influenzano maggiormente l'azione esterna della politica cubana.[2] La rivoluzione è emersa come la possibilità di realizzare gli ideali storici che il popolo cubano aveva ospitato fin dal diciannovesimo secolo dai suoi leader indipendentisti: libertà, giustizia sociale e indipendenza nazionale.[3]

Cuba: tra romanticismo e americanismo

Cuba fu la prima terra avvistata da Cristoforo Colombo e occupata dagli spagnoli, ma fu anche l’ultimo territorio latino americano ad acquisire un’indipendenza, sia in campo politico che economico, dal “vecchio-mondo”:

La prima documentazione storica su Cuba risale al 27 ottobre 1492 quando Colombo avvistò l'isola durante il suo primo viaggio di esplorazione e ne rivendicò il dominio a nome della Spagna. Sebastián de Ocampo elaborò una dettagliata mappa delle coste dell'isola nel 1511 e, sempre in quell'anno, Diego Velázquez de Cuéllar fondò il primo insediamento spagnolo a Baracoa. Altri villaggi, compresa L'Avana (sorta nel 1515), sorsero poco dopo. Gli spagnoli, così come fecero nel resto delle colonie americane, oppressero e schiavizzarono i circa 100.000 indigeni dell'isola, che nell'arco di un secolo vennero quasi tutti sterminati dalle malattie, dal lavoro forzato e dai genocidi. In seguito gli occupanti introdussero nell'isola schiavi africani i quali arrivarono presto a essere una larga parte degli abitanti. La gerarchia sociale imposta dai colonizzatori vedeva al suo vertice i funzionari governativi spagnoli, incaricati di mantenere l'ordine con le armi, venivano poi i creoli (bianchi nati in America) che erano grossi proprietari terrieri, i meticci che ricoprivamo i ruoli di artigiani e poi i neri e gli indios impiegati come schiavi nelle piantagioni. [4]

La cultura cubana dei secoli XVIII il XIX, fu originata dell’abilità della borghesia locale, considerata tra le più intraprendenti e capaci del mondo coloniale iberico. Pur avendo già sviluppato un’idea di nazione fin dai primissimi anni del secolo XIX, la Cuba di fine ottocento permane ancora legata al sistema coloniale dei secoli precedenti. Era una nazione da costruire, l’ultimo baluardo, insieme a Portorico, del dominio spagnolo, ormai debellato nel resto dell’America Latina. Troppo spesso sono stati trascurati gli stimoli culturali prodotti dalla letteratura del tempo; essi sono parametri fondamentali nell’affrontare un discorso critico sulla costruzione dell’identità sociale. Naturalmente, ciò comporta il ricorso all’originale pensiero romantico liberale, nella variante latino-americana.[5] La donna, come personaggio letterario e come creatrice, assume, pertanto, una notevole incidenza poiché la sua emancipazione coincide con la nascita dell’idea di nazione. Un percorso che assume valore di un rito d’iniziazione, come valenza di un nuovo significato dato dal cambiamento di status: con il raggiungimento della maturità, essa s’inserisce a pieno titolo nell’ambito culturale della società di appartenenza. La problematica concernente l’emarginazione della donna e quella dello schiavo nero, aldilà delle innumerevoli differenze, è simile. Entrambi subiscono una serie d’impedimenti attraverso i quali è precluso un libero accesso alla società, ciò porta una grande valenza simbolica nel processo di formazione dell’identità isolana. I difficili anni di formazione e di consolidamento nazionale passano attraverso il filtro della violenza e della violazione dei diritti umani, perpetrati nel lungo periodo coloniale, anche se per l’epoca è prematuro parlare di diritti umani. L’isola è inondata da una lunga serie di guerre cui gli effetti si spingono sino alla fase repubblicana, iniziata nel 1901. Il 1° gennaio 1899, a mezzogiorno, dopo quasi quattro secoli e un’estenuante lotta per l’indipendenza, finisce la dominazione coloniale spagnola e inizia l’occupazione militare statunitense, i cui protagonisti John R. Brooks e Leonard Wood  garantiscono, a lungo termine, la supremazia economica degli Stati Uniti e rinnovano la loro “licenza di pirateria”, per intervenire in tutti i casi ritenuti opportuni. Tutto ciò è consentito da un’appendice posta alla nuova Costituzione della Repubblica di Cuba, ossia dall’emendamento Platt, approvato dall’Assemblea Costituente il 13 giugno 1901: la nota base statunitense di Guantanamo, ne è tutt’oggi un retaggio. Nell’America Latina, il movimento romantico è strettamente collegato alla formazione delle nazioni, perciò esso coincide con la presa di coscienza che si concretizza, nella prima emancipazione coloniale, con il sorgere e con l’affermarsi della borghesia. Esso non è mai reazionario, proprio a causa delle condizioni specifiche e si costruisce quale elemento in grado di formare e arricchire la letteratura del continente e il suo pensiero di provenienza europea, più precisamente europea occidentale, e si trasforma radicalmente entrando in contatto con la sbalorditiva realtà storica e politica dei luoghi, in procinto di configurare la propria identità, in perfetta autonomia e originalità.  Appropriarsi dell’eredità europea, conservarla e nello stesso tempo trasformarla, è storicamente un meccanismo costante dell’evoluzione culturale dell’America Latina e punto fondamentale l’impegno dell’artista, la cui realizzazione è spesso una presa di coscienza politica, mai fuga straniante.[6] La produzione culturale, intellettuale, artistica e letteraria è, pertanto, segnata dal progetto rivoluzionario, dalla volontà di emancipazione che condiziona il fare sociale quotidiano, in cui ogni espressione è a servizio della diffusione polemica di nuove idee. Il carattere programmatico, presente nella letteratura concepita come espressione individuale e soggettiva, è chiarita anche dalla predilezione per le forme tradizionali del periodo neoclassico. A tal proposito, è interessante ricordare tra i numerosi casi, quelli di Andrés Bello diviso tra Venezuela e Cile, di Simón Rodríguez legato al Venezuela, al Cile, all’Ecuador, alla Bolivia, di Bartolomé Hidalgo appartenente sia all’Argentina che all’Uruguay, per citare alcuni esempi. Il secolo 19º, inoltre, segna la comparsa di diverse scrittrici, le quali, a volte, pur conservando nello stile il modello discorsivo dell’epoca, presentano un atteggiamento più audace dei loro colleghi, trattando argomenti problematici come la tradizione della schiavitù in Sab, romanzo del 1884, di Gertrudis Gómez de Avellaneda e lo sfruttamento dell’ indigeno in Aves sin nido (1889) di Clorinda Matto de Turner,  o la libertà della donna in Blanca Sol di Mercedes Cabello de Carbonera. Esse, infatti, osano di più per quanto riguarda i timi trattati, ma sono conformiste nell’ambito formale. Successivi argomenti incandescenti dell’epoca sono: la schiavitù, la violenza, il “caudillismo”, le lotte fra partiti avversari, la guerra come processo collettivo. Per quanto concerne Cuba, l’economia prodotta dalle piantagioni e la conseguente necessità di importare schiavi, quale forza lavoro, dall’Africa, origina l’unità culturale dei Caraibi nel momento in cui si forma l’identità.[7] Tale sistema economico crea una società con caratteri specifici e determina la storia cubana del sec. XIX: la piantagione, infatti, costituisce un ordine sociale e genera uno specifico sistema culturale di valori. Si tratta di una forma incipiente di capitalismo europeo e del tragico prodotto di nuove forme di sviluppo. Lo zucchero, materia prima più importante della zona, fonte principale di ricchezza, è, pertanto, all’origine di gran parte della formulazione economico-sociale della regione e dell’unità culturale dei Caraibi e di Cuba. La borghesia urbana ha scelto, fin dalla fine del secolo XVIII, in concomitanza con la sollevazione degli schiavi negri di Haiti e con il collasso economico di quel paese, una forma di sviluppo basata sulla produzione dello zucchero, originando una sacarocracia, vale a dire un’aristocrazia dello zucchero, la quale diviene in breve tempo il maggior produttore della zona. In pochi decenni, essa si trasforma nel gruppo sociale dominante, dotato di un livello di vita e di un orizzonte di attese superiori a quello di qualsiasi altra élite americana. Contemporaneamente, tale fattore è anche motivo d’impedimento per una chiara presa di posizione a favore dell’indipendenza contro la metropoli spagnola: un notevole squilibrio demografico, causato dalla schiavitù, avrebbe potuto trasformare l’isola dipendente in una “Repubblica di neri” come Haiti. Inoltre, l’approssimarsi della sospensione della tratta degli schiavi, pattuita con l’Inghilterra a seguito del trattato del 1817, provoca un forte incremento del commercio di carne umana. La quantità enorme di schiavi, porta i cubani, seppure a loro insaputa, a costruire le sbarre della propria prigione e predisporre le fondamenta di un difficile futuro politico, terminato solo alla fine del secolo, dopo una lunga e violenta guerra d’indipendenza.  La documentazione sulle rivolte anticoloniali cubane, inedita in Italia in parte ovunque in Europa, comincia col proclama di Carlos Manuel de Céspedes,[8]del 1868.  Qui ci troviamo ancora nell’ambito delle classiche lotte per l’indipendenza nazionale guidata dalla borghesia dirigente locale contro il potere straniero. È in primo luogo un effetto dell’eco della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti; altrettanto significativa è l’esistenza di motivi economici che rendono imprescindibile il distacco dalla Spagna, a testimonianza della precisa egemonia di classe di questa prima fase. Con José Martí, siamo già su un piano completamente diverso. Le masse popolari e di colore si sono integrate nelle file dei combattenti per l’indipendenza e la problematica antimperialistica si è fatta progressivamente più definita, fino a giungere all’identificazione degli Stati Uniti come nemico fondamentale di Cuba, anzi di tutta l’America Latina. Il pensiero politico di Martí, presenta inoltre le prime importanti formulazioni sul rapporto fra lotta di classe e lotta antimperialistica, in un paese soggetto al rapporto coloniale, anticipando così tutta una problematica che sarà alla base di alcuni fra gli avvenimenti più notevoli del nostro secolo. Dopo la fase di sbandamento che segue alla creazione del nuovo Stato Cubano soggetto agli Stati Uniti, il primo grande periodo di riscossa delle forze rivoluzionare è rappresentato dalle lotte contro la dittatura di Machado.  È intanto esplosa anche Cuba la rivolta studentesca; è comparsa una nuova intellettualità che contesta il sistema neocoloniale;[9] e le avanguardie rivoluzionarie studentesche e operaie sono confluite nella fondazione del Partito Comunista. Julio Antonio Mella e Rubén Martínez Villena, fondatori del Partito Comunista Cubano, sono i grandi protagonisti di questo periodo, anche se entrambi scompaiono troppo presto dalla scena politica. Con essi la battaglia antimperialista, per la prima volta, è fondata su una precisa analisi leninista, con essi sono impostati e risolti, nella prassi sociale, una serie di problemi di grande attualità, in primo luogo il superamento della logica del gruppo minoritario e il riconoscimento della necessità del partito rivoluzionario. La borghesia cubana, prigioniera della propria ricchezza, cercò le regole con cui poter partecipare maggiormente al paradiso economico e condurre la politica del paese, senza essere obbligata alla perdita degli schiavi, così fondò il proprio benessere finanziario. Per questo motivo, intellettuali e politici cubani sono soliti fare frequenti viaggi negli Stati Uniti d’America, spinti dall’idea di una potenziale annessione dell’isola al “poderoso vicino”. Si tratta di riformisti che si propongono di modernizzare l’isola, organizzarne l’educazione e l’economia su una base di pensiero liberista e liberale. Cuba subisce così con più forza l’influenza e l’ingerenza degli Stati Uniti d’America, che bloccherà definitivamente lo sviluppo della stessa borghesia autoctona cubana e il miglioramento delle classi disagiate, in particolare, dei contadini e dei braccianti agricoli costretti a vivere in condizioni igieniche, sanitarie, economiche e sociali degradanti e disumane:

Dopo l'indipendenza dalla Spagna, riconosciuta nel 1902, seguì un periodo di instabilità politica durante la quale crebbe l'influenza degli Stati Uniti, anche grazie all'"emendamento Platt", inserito all'interno della Costituzione Cubana del 1901; per diversi anni le truppe statunitensi occuparono il paese, di fatto rendendo l'indipendenza del paese vera solo sulla carta. Diversi governi si succedettero, sempre segnati da uno scarso interesse per il sociale e sottomessi alle ingerenze statunitensi; nel 1924 s’insediò il governo del generale Gerardo Machado. Questi riuscì ad instaurare una vera e propria dittatura, creando malcontento tra gli studenti e i lavoratori; si distinse per la sua soggezione agli Stati Uniti e per la violenta repressione dei moti popolari. Lo sciopero generale e lo schierarsi delle forze armate contro Machado nel 1933, lo costrinsero a dimettersi. Il periodo successivo fu segnato da violente rappresaglie, linciaggi di massa, un'estrema corruzione e “gangsterismo” nell'isola. Il successore di Machado fu (in seguito alla cosiddetta “Rivoluzione dei sergenti”) il generale Fulgencio Batista, che prese il potere con un colpo di Stato nel 1934: divenne di fatto leader e Presidente per 26 anni, deteriorando ulteriormente, tramite la sua violenta dittatura, i diritti umani a Cuba. Secondo Jerry A. Sierra, vendette gran parte del patrimonio pubblico cubano a ditte statunitensi e Cuba divenne la capitale del gioco d'azzardo e della prostituzione, ospitando anche esponenti di spicco della mafia americana, i quali comprarono alberghi, case da gioco e bordelli, per il turismo statunitense. Secondo Jon Lee Anderson, la tortura e l'uccisione di civili, incluse due giovani sorelle all'Avana, indignarono fortemente il popolo, e le attività dell'Ufficio di Repressione delle Attività Comuniste (BRAC) della CIA divennero talmente note da far reclamare lo stesso Direttore Generale della CIA.[10]

Così si costituisce, come fattore di unità nazionale, l’affermazione di una coscienza coloniale diffusa nell’isola. Tuttavia, essa presenta un forte ritardo del progetto rivoluzionario, pur avendo un’importante classe intellettuale che da qualche tempo formula un’idea di nazione. Il linguista e filologo cubano Roberto Fernández Retamar, a proposito d’identità nazionale cubana o, più in generale, latino-americana scrive:

Un giornalista europeo, per di più di sinistra, qualche giorno fa mi ha chiesto: “Esiste una cultura latino-americana?” Stavamo parlando, chiaramente, della recente polemica su Cuba, che ha visto scontrarsi, da una parte, alcuni intellettuali borghesi europei (o aspiranti tali), con una evidente nostalgia colonialista e, dall’altra, lo stato maggiore degli scrittori e degli artisti latinoamericani che rifiutano qualsiasi forma, aperta o velata, di colonialismo culturale politico. La domanda mi è sembrata di velare una delle ragioni della polemica, e si potrebbe formulare anche così: “Esistete, voi?” Perché mettere in dubbio la nostra cultura equivale a mettere in dubbio la nostra esistenza, la nostra stessa realtà umana, e pertanto a essere disposti a prendere posizione in favore della nostra irrimediabile condizione coloniale, visto che si sospetta che non potremmo essere che l’ eco  deformata  di ciò che accade altrove. Questo altrove è rappresentato, naturalmente, dalle metropoli, dei centri colonizzatori, le cui destre ci hanno sfruttato e le cui presunte “sinistre” hanno preteso e pretendono di orientarci con pietosa sollecitudine. Entrambe le cose, con l’ausilio di intermediari  locali di vario genere. Nonostante questo fatto, bene o male, venga subìto da tutti paesi che emergono dal colonialismo, questi paesi che prodi intellettuali metropolitani hanno chiamato goffamente e di volta in volta “barbarie”, “gente di colore”, “paesi sottosviluppati”, “terzo mondo”, ritengo che fenomeno acquisti una crudezza singolare quando si parla di quella che Martì definì “la nostra America meticcia”. Per quanto si possa facilmente difendere la tesi indiscutibile che ogni uomo è un meticcio, come del resto ogni cultura; per quanto ciò possa apparire valido specialmente nel caso delle colonie, tuttavia, tanto nell’aspetto etnico, quanto in quello culturale, è evidente che paesi capitalisti hanno raggiunto da tempo una relativa omogeneità in questo senso. Quasi davanti a nostri occhi sono stati realizzati alcuni assestamenti; la popolazione bianca degli Stati Uniti (diversa, ma con una comune origine europea), sterminò la popolazione aborigena e relegò da una parte la popolazione negra, per ottenere, al di sopra  delle differenze, quella omogeneità, offrendo così il modello coerente che i nazisti suoi discepoli pretesero di applicare anche ad altri gruppi elettrici europei, peccato imperdonabile che condusse alcuni borghesi a biasimare in Hitler ciò che applaudivano come sano divertimento nei western e nei film di Tarzan.[11]

Retamar sostiene che nel mondo coloniale, la mescolanza etnica non costituisce l’accidente, bensì l’essenza, la pagina centrale: il noi, “la nostra America meticcia”. Martì, che conosceva così meravigliosamente bene la lingua, impiegò questo preciso aggettivo come segno distintivo della cultura latino-americana, una cultura di discendenti da aborigeni, sudafricani, europei, etnicamente e culturalmente parlando.[12]



[1] Tirado Sánchez, Aránzuzu; La utopía nuestramericana y bolivariana: una aproximación a las proyecciones externas de la Revolución cubana y de la Revolución bolivariana de Venezuela; Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales,  CLACSO, Buenos Aires, 2011, su internet:  http://biblioteca.clacso.edu.ar/clacso/posgrados/20120420012714/Sanchez.pdf, consultato il 16/09/2017

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] A. V., L'indipendenza dalla Spagna dal 1902 al 1959; AICEC Agenzia di Interscambio Culturale ed Economico con Cuba, Avana, 2015, p. 1, su internet: www.agenziainterscambiocuba.it/wp-content/uploads/2015/07/Diritti-umani-a-Cuba1.pdf, consultato il 16/09/2017

[5] S. Regazzoni, Storie di fondazione storie di formazione, La donna e lo schiavo nella Cuba dell’Ottocento,

Bulzoni, Roma, 2005, pp. 19-20

[6] Ivi, p. 23.

[7] Ivi, p. 24.

[8] Céspedes fu un proprietario terriero e avvocato della Cuba orientale, vicino a Bayamo, che acquistò nel 1844 La Demajagua, una tenuta con piantagione di zucchero , dopo essere tornata dalla Spagna.  Céspedes liberò i suoi schiavi nel 1868, annunciò che erano tutti uomini liberi e li invitò a unirsi a lui e ai suoi compagni cospiratori, in guerra contro il Governo spagnolo di Cuba. È chiamato Padre de la Patria, nell'aprile del 1869 fu eletto presidente della Repubblica di Cuba in armi. CFR:

Carlos Manuel Perfecto del Carmen Céspedes y del Castillo, The Editors of Encyclopædia Britannica, Enciclopedia Britannica,  su internet: https://www.britannica.com/biography/Carlos-Manuel-de-Cespedes, consultata il 11/09/2017.

[9] M. Sabbatini e F. Rossi-Landi, Le radici storiche della rivoluzione cubana, in Ideologie, quaderni di storia contemporanea, nn. 5-6, Firenze, 1968, pp. 4-5

[10] A. V., L'indipendenza dalla Spagna dal 1902 al 1959; AICEC Agenzia di Interscambio Culturale ed Economico con Cuba, Avana, 2015, p. 1, su internet: www.agenziainterscambiocuba.it/wp-content/uploads/2015/07/Diritti-umani-a-Cuba1.pdf, consultato il 16/09/2017

[11] R. F. Retamar, Calibano saggi sull’identità culturale dell’America latina, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2002, pp. 2-4

[12] Ivi, p.5