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La donna cubana e l’epoca coloniale

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di MADDALENA CELANO

Le donne latinoamericane, come tutte le donne del mondo, sono state occultate o denigrate dalla storia ufficiale.

 

Tuttavia, ritroviamo documentazioni attraverso giudizi, i tribunali della “sacra inquisizione”, i distinti processi nei quali furono vittime e, attraverso di essi ci rendiamo conto delle gravi condizioni in cui vivevano, come tentarono di costruire una controcultura differente alla quale furono in principio predestinate.[1]A Cuba, dai tempi della colonia, la donna creola, spesso colta e benestante, aveva potere su schiave e schiavi e sulle sue tenute o proprietà. Queste donne che, per via della loro ricchezza, non erano destinate ai compiti domestici, trovarono il tempo di sviluppare interessi culturali; da lì sorsero le donne istruite che nei secoli XVIII e XIX condizionarono molto la storia dell’isola di Cuba. Una di esse sarà Gertrudis Gómez proprietaria delle Piantagioni di noccioli, romanziera romantica, che nacque in Cuba e visse nell’isola fino all’anno 1836. Sviluppò un’importante opera letteraria. In una delle sue prime memorie, sottolinea l’esperienza di arrivare ad una città come Coruña e sopportare che le dicessero di non sapeva fare niente, perché non sapeva cucire, né cucinare, giacché non sviluppò nessuno dai compiti destinati alle donne. D’altra parte molte schiave che facevano parte della servitù, fuggirono trasformandosi in così dette “donne selvagge”, si rifugiarono sui monti sole o accompagnate da uomini. Questi sono i due mondi nei quali si sviluppa la condizione femminile cubana, secondo gli studi di Luisa Campuzano. Nell’America Latina, il movimento romantico è strettamente collegato alla formazione delle nazioni, perciò esso coincide con la presa di coscienza che si concretizza, nella prima emancipazione coloniale, con il sorgere e con l’affermarsi della borghesia. Esso non è mai reazionario, proprio a causa delle condizioni specifiche e si costruisce quale elemento in grado di formare e arricchire la letteratura del continente e il suo pensiero di provenienza europea, più precisamente europea occidentale, e si trasforma radicalmente entrando in contatto con la sbalorditiva realtà storica e politica dei luoghi, in procinto di configurare la propria identità, in perfetta autonomia e originalità. Appropriarsi dell’eredità europea, conservarla e nello stesso tempo trasformarla, è storicamente un meccanismo costante dell’evoluzione culturale dell’America Latina e punto fondamentale l’impegno dell’artista, la cui realizzazione è spesso una presa di coscienza politica, mai fuga straniante.[2] La produzione culturale, intellettuale, artistica e letteraria è, pertanto, segnata dal progetto rivoluzionario, dalla volontà di emancipazione che condiziona il fare sociale quotidiano, in cui ogni espressione è a servizio della diffusione polemica di nuove idee. Il carattere programmatico, presente nella letteratura concepita come espressione individuale e soggettiva, è chiarita anche dalla predilezione per le forme tradizionali del periodo neoclassico. A tal proposito, è interessante ricordare tra i numerosi casi, quelli di Andrés Bello diviso tra Venezuela e Cile, di Simón Rodríguez legato al Venezuela, al Cile, all’Ecuador, alla Bolivia, di Bartolomé Hidalgo appartenente sia all’Argentina che all’Uruguay, per citare alcuni esempi. Il secolo 19º, inoltre, segna la comparsa di diverse scrittrici, le quali, a volte, pur conservando nello stile il modello discorsivo dell’epoca, presentano un atteggiamento più audace dei loro colleghi, trattando argomenti problematici come la tradizione della schiavitù in Sab, romanzo del 1884, di Gertrudis Gómez de Avellaneda e lo sfruttamento dell’ indigeno in Aves sin nido (1889) di Clorinda Matto de Turner, o la libertà della donna in Blanca Sol di Mercedes Cabello de Carbonera. Esse, infatti, osano di più per quanto riguarda i timi trattati, ma sono conformiste nell’ambito formale. Successivi argomenti incandescenti dell’epoca sono: la schiavitù, la violenza, il “caudillismo”, le lotte fra partiti avversari, la guerra come processo collettivo.



[1] Molte di queste affermazioni sono raccolte in El tango, Cuadernos Casa des las Américas, L. CampuzanoC. Vanderplaats Vallejo, Casa de las América, Avana, 2003, su internet: https://books.google.it/books/about/El_tango.html?id=lUdlAAAAMAAJ&redir_esc=y; ultimo accesso 05/07/2017

[2]Ivi, p. 23