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Home Inchiesta Inchiesta Aree di crisi nel mondo n.65 del 20-11-2020

Aree di crisi nel mondo n.65 del 20-11-2020

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di STEFANO ORSI

La situazione di crisi tra Etiopia, Eritrea e la regione del Tigray tra esse compresa.

Il difficile scenario etiope, affonda le sue radici indietro nei decenni e secoli, no credo sia questo il luogo per iniziare una lunga disamina della storia passata della regione, per cui mi limiterò a ricordare i recenti passaggi, dove per recenti si intende dalla fine della seconda guerra mondiale.

L'Italia lasciava Eritrea e Etiopia in mano alla Gran Bretagna, a partire dal 41, rimase sotto il loro controllo fino a che l'ONU non ne assegnò ad un governo federato, la loro esistenza.

La federazione di Etiopia ed Eritrea durò poco, a partire dal 1961, dopo soli 9 anni, scoppiò un conflitto tra i due paesi, l'Eritrea reclamava la propria indipendenza.

Il conflitto durò a tutto il '91.

Nel 93, con un referendum viene sancita la definitiva indipendenza dell'Eritrea dall'Etiopia.

L'Etiopia tentò fin da subito di accentrare tutti i poteri amministrativi eritrei e di prenderne il totale controllo, di fatto una annessione integrale, questo esacerbò i rapporti tra le popolazioni eritree, Nacque quindi presso Il Cairo in Egitto la prima cellula del Fronte di Liberazione Eritreo, 1960.

Nel '61 inizia la lotta armata.

L'Etiopia era governata allora, da un imperatore, Hailé Selassié, ritenuto addirittura dai rastafariani come il nuovo messia, il quale non perse tempo e sciolse ogni forma di autorità statale eritrea, decretando defunta la Federazione e proclamando l'Eritrea come la 14ma provincia dell'Impero Etiope.

Selassié resta imperatore fino al '74, anno in cui viene destituito da un colpo di stato militare, guidato da una giunta di ispirazione socialista il cui leader era l'ufficiale Tafari Bante, ed esponente di spicco Menghistu Hailé Mariam, il quale essendosi formato e specializzato come militare presso scuole in USA, negli anni '60, maturò forti sentimenti antiamericani, e come dargli torto.

Guidato da idee marxiste, divenne  la guida del DERG o Governo militare provvisorio dell'Etiopia socialista e alla morte del presidente Tafari Bante, divenne il nuovo Presidente, fu anche soprannominato il “Negus rosso”.

Colpito da una tremenda carestia tra l''83 e l'85, la regione entrò in una profonda crisi, con gli Eritrei che , nonostante i poveri mezzi a disposizione, ancora riuscivano a creare problemi all'Etiopia.

A causa del protrarsi della siccità, del collasso economico, delle rivolte, il governo di Menghistu terminò nel '91 con la sua fuga in Zimbawe.

Per mantenersi al potere in queste difficili situazioni, il governo etiope non si fece scrupoli a ricorrere a feroci repressioni delle proteste e dei potenziali avversari politici, dagli esponenti del precedente impero, ai potenziali oppositori politici.

Con il crollo del regime di terrore di Menghistu, termina anche la guerra con l'Eritrea che recupera quindi la sua indipendenza.

Il collasso del regime etiope è anche da ricondursi al crollo dell'URSS che sotto la sciagurata guida di Orbace, collassò su se stessa e dovette sospendere ogni aiuto ai suoi alleati, aiuti su cui si reggeva di fatto la persistenza del governo del “Negus rosso”.

In Eritrea nel 93, sale al potere il Presidente Isaia Afewerki, primo e finora unico, Presidente eritreo.

Dopo iniziali cordiali rapporti con gli USA, dal 2008 la tensione tra i due Paesi è cresciuta, accusato dagli USA di ospitare formazioni terroristiche legate ad Al Qaeda e all'ISIS come le milizie Al Shabaab, legate ora alla Turchia, i due paesi si sono allontanati molto. Come accade ormai da anni a tutti i Paesi che siano fuori dall'obbedienza agli USA, anche l'Eritrea è stata colpita da pesanti sanzioni economiche, con la risoluzione 1907, passata con l'astensione di Russia e Cina, sono state imposte contro l'Eritrea, con la scusa di fermare il traffico di armi. Come sempre ne fa le spese il popolo.

Interessante scoprire come, secondo i rapporti dell'ONU, sia l'Italia ad aiutare l'Eritrea ad aggirare l'embargo.

https://espresso.repubblica.it/googlenews/2013/07/18/news/dopo-ablyazov-il-caso-eritrea-1.56832

Sembra che l'Eritrea intrattenga ottimi rapporti anche con l'Iran, cui sono concesse anche basi operative, il che potrebbe offrirci una chiave di lettura per ricostruire le vie che permettono il rifornimento dello Yemen, e alle forze Houti di resistere all'occupazione saudita.

La firma dell'accordo di pace con l'Etiopia, firmato nel 2018, pone fine alle dispute territoriali tra i due stati, ma allo stesso tempo crea una divisione con l'etnia Tigrina che vive oltre confine e che non si sente rappresentata dall'attuale uomo forte di Addis Abeba, Abiy Ahmed Ali.

Oppositore dell'allora presidente Menghistu, liberista economico convinto e politico vicino agli USA, Ali viene nsignito del premio Nobel per la Pace nel 2019, solo lui, non l'altro firmatario, il malvisto dagli ambienti che contano, Afewerki, eppure la pace come le guerre, in genere si fanno in due.

Perché si è trovata spiazzata la minoranza tigrina in Etiopia.

La salita al potere di Ali, coincide con il culmine di violente proteste di piazza, che spingono il governo ad una dura repressione, in cui periscono almeno 300 persone, il Primo ministro Hailé Mariam Desalegn viene costretto alle dimissioni e al suo posto insediato, senza elezioni, Ali.

Tutto bene se non ci trovassimo di fronte ad un possibile caso di rivoluzione arancione in salsa etiope.

Il presidente insediato è, nemmeno a dirlo liberista convinto, filo UE, filo USA, avvia liberalizzazioni nel paese, privatizza le industrie statali, e la stampa mondiale lo acclama per il premio Nobel, osannando le sue riforme che presto vedremo se davvero porteranno benessere o in breve ad una nuova emigrazione di massa.

L'Etiopia è un paese fortemente instabile con più di 100.000.000 di abitanti.

Una bomba demografica.

Il Primo ministro deposto, Desalegn, era di etnia tigrina, etnia, di minoranza, ma che nel gioco del trono, ha sempre ricoperto un ruolo di primaria importanza nel governo del Paese, ed ora si vede emarginata.

Lo stesso piano di pace vede danneggiata proprio la regione del Tigray in quanto i territori ceduti all'Eritrea erano rivendicati dalla prima.

Le azioni del governo centrale però no si fermano qui.

Come scritto poco sopra, Ali non è stato eletto, ma votato dal vecchio Parlamento in scadenza, le elezioni si sarebbero dovute tenere almeno un mese prima della scadenza del mandato legislativo , che scadeva il 6 di ottobre.

Sfruttando l'emergenza COVID, Ali ha annullato la scadenza elettorale e posticipato il tutto, senza alcun potere di fare ciò ed in aperta violazione della Costituzione del suo Paese, art. 58 (caspita che Premio Nobel per la pace). L'Etiopia è uno stato federale.

https://www.senato.it/3182?newsletter_item=1727&newsletter_numero=162#3

https://www.servat.unibe.ch/icl/et00000_.html

In pratica al momento il Parlamento etiope è decaduto e con esso il primo Ministro.

In questi anni è inoltre stato portato avanti un progetto ciclopico, la grande diga sul fiume  Nilo Azzurro di Hidase, ufficialmente denominata  Grand Ethiopian Renaissance Dam, diga da 6,45 Gigawatt, questo progetto nato nel 2011 è in dirittura d'arrivo, e l'Egitto sta avanzando pesanti proteste preoccupato da ciò che accadrà durante la fase di riempimento che durerà anni. Opera progettata e costruita dalla Salini Impregilo. Un conflitto, sebbene diplomatico, con l'Egitto può portare a tensioni interne all'Etiopia, perchè una sua destabilizzazione potrebbe garantire il rallentamento di un avvio ormai imminente del bacino idrico.

Il calo di flusso idrico verso nord, avrebbe effetti potenzialmente devastanti sull'Egitto.

Come il Tigray entra in conflitto con l'Etiopia.

Da dove quindi esplodono le odierne tensioni?

I partiti della rappresentanza tigrina, hanno rifiutato l'annullamento del voto deciso contro la Costituzione del Paese dal Primo Ministro Ali, e hanno proclamato il voto nella loro regione per il 9 settembre.

Queste elezioni hanno visto prevalere nettamente il Tigray Peoples Liberation Front, partito di ispirazione marxista e socialista, il partito del  PM Ali è stato nettamente sconfitto e tutti i 190 rappresentanti di questa regione sono stati assegnati al TPLF del Tigray.

Ali ha dichiarato nullo il voto dei cittadini tigrini e proclamato un suo rappresentante al potere nella regione.

Tutte azioni in netto contrasto con la carta costituzionale e nel silenzio della Comunità Internazionale come della stampa tutta.

Già in precedenza, 2018, la componente tigrina aveva rifiutato di entrare nella compagine governativa, con il risultato che nessun ministro tigrino era stato inserito nel governo.

La vicina Eritrea, stretta dalle sanzioni, appoggia le risoluzioni del governo centrale etiope, per mantenere buoni rapporti con il Paese a cui si è riavvicinato e ha firmato il trattato di pace.

Le proteste non sono solo nel Tigray, anche altre regioni e lo stesso gruppo etnico del premier gli Oromo, hanno riempito le strade di Addis Abeba, a queste il PM ha risposto bloccando internet per 3 settimane, e bloccando ogni libertà di stampa, sono stati arrestati giornalisti e proprietari di testate, impose anche il silenzio stampa sulle elezioni tenutesi secondo la Costituzione nel Tigray. Cose che mai si è sognato di fare il Presidente Lukashenko, e nemmeno la Cina a Hong Kong, eppure lui viene additato come un dittatore, la Cina come un regime, e Ali osannato e premiato con il Nobel...

https://www.africanews.com/2020/07/23/normalcy-returning-to-ethiopia-capital-au-speaks-net-still-blocked/

https://www.nytimes.com/2020/09/10/world/africa/ethiopia-tigray-elections-abiy-crisis.html

Ali sta avviando una forza centrifuga nel Paese, tentando di accentrare il potere e stringendo sempre più la corda della repressione, causa l'aumento della velocità di rotazione fino a che o si giunge al blocco del movimento o alla rottura della corda.

Ora ha inviato l'esercito a sedare le rivolte, ha addirittura richiamato le forze dalla Somalia, dove combattevano le milizie Al Shabaab, quelle che comprarono Silvia Romano dai suoi rapitori per capirsi, che sono a loro volta appoggiate dalla Turchia, e quindi mi domando, chi tra Turchia ed Egitto stia sabotando i progetti di UE e USA nel Corno d'Africa?

Lo scopriremo presto, di certo l'Etiopia rischia di esplodere in una nuova guerra, dove il novello despota Ali sembra incarnare il perfetto uomo burattino delle potenze occidentali che lo dirigono dietro le quinte.

Se quindi la stampa ignorerà presto questi fatti o dipingerà il Tigray come un covo di feroci terroristi sapremo subito chi stiano appoggiando e perchè.

Sud America e cambiamenti in atto

Ho affrontato l'argomento chiedendo un parere alla giornalista e scrittrice Geraldina Colotti, esperta di sudamerica, in modo da poter fare il quadro della situazione in diversi stati, tra cui Bolivia, Ecuador, Cile, Venezuela e Perù.

https://www.youtube.com/watch?v=s0lctB6VRbo&t=1771s

Il video dura circa un'ora, buona visione.

Azerbaigian, Armenia e Artsakh

Il piano di pace sta procedendo molto bene.

Le forze russe si sono posizionate lungo tutti i perimetri e crocevia che dovranno presidiare.

Pattugliano i settori di loro competenza vigilando sul rispetto del cessate il fuoco.

La prima provincia che avrebbe dovuto essere resa all'Azerbaigian entro il 15 di novembre, è stata posticipata di un mese, mentre oggi dovrebbe toccare al Agdam, infatti da ieri è presente nel settore e all'interno della cittadina, l'esercito azero.

Le milizie e l'esercito dell'Artsakh hanno iniziato il ritiro, mentre la popolazione armena opta in maggioranza per l'abbandono delle proprie case, caricano mobili, libri, vestiti e tutto ciò che riescono a smontare e portare via, compresi in alcuni casi, gli infissi, il resto, spesso, viene dato alle fiamme.

Nel contempo assistiamo al ritorno alle loro terre dei profughi azeri che erano fuggiti nel '94. Una donna, allora ragazzina, ha fatto ritorno alla propria casa, ma ad attenderla ha trovato solo un cumulo di rovine.

Nell'Artsakh e a Stepanakert in particolare, stanno rientrando anche i circa 100.000 armeni fuggiti quando sembrava ormai che anche la capitale e tutto il fronte collassasse, ora invece, protetti dal contingente russo , rientrano a casa.

La Russia sta affrontando anche questo gravoso impegno per la pace, con la solita cura, ormai sono 170 i voli di cargo giunti a Erevan, stavolta i cieli dell'Azerbaigian e pure quelli georgiani sono aperti e le rotte di volo più rapide.

La tardiva proposta di alcuni deputati francesi che hanno proposto il riconoscimento dell'Artsakh suona come una iniziativa farsesca e ridicola fatta soprattutto ora e dopo tanti anni. Vedremo come reagirà anche la Turchia che ha fatto buon viso a cattivo gioco ma che ha lunga esperienza nel sabotare gli accordi altrui.

Le milizie mercenarie jihadiste sono ancora nelle zone dei passati combattimenti.