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La Resistenza del popolo Mapuche e di tutti i popoli indigeni

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di ECO MAPUCHE

www.ecomapuche.com

«Quando noi lottiamo per la difesa delle foreste,

per la difesa dei fiumi, per la difesa della Madre Terra,

è lotta vostra, ed è lotta nostra,

È la lotta di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino

che abbia uno spirito, uno spirito libero,

uno spirito che ama gli esseri viventi della natura…»

(sono parole di Rayen Kvyeh, poetessa mapuche)

 

 

Il popolo mapuche è un popolo indigeno originario della Patagonia; il nome è l’unione delle parole mapu che vuol dire “terra” e che che vuol dire “gente”, così mapuche significa “gente della terra” nella loro lingua, il mapudungun (che vuol dire appunto “lingua della terra”). Oggi celebriamo la Giornata della Terra e questo ci porta a parlare del popolo mapuche e di tutti i popoli indigeni, perché, come afferma il filosofo Noam Chomsky, essi sono per loro stessa natura difensori della Madre Terra, sono coloro che stanno salvando il pianeta dal disastro ambientale.

Per i popoli indigeni il rapporto con la Madre Terra si fonda su un interscambio, una reciprocità di rispetto e d’amore che si concretizza in una decisa difesa della Terra e dell’ambiente: è precisamente questo che fa di loro il più forte baluardo contro il modello economico neoliberista o neocapitalista e contro lo strapotere delle multinazionali – un ruolo che spesso questi popoli pagano con la vita. Oggi è giusto ricordare tutte le donne e tutti gli uomini difensori della terra e dell’ambiente che sono stati uccisi per difendere un territorio, un fiume, una montagna, un “luogo sacro naturale”; per difendere il diritto alla vita e il diritto di vivere in pace – come cantava il grande musicista e poeta cileno Víctor Jara.

Solo nel 2016, circa 282 Difensori dei Diritti Umani e della Terra, donne e uomini, sono stati minacciati, torturati, ammazzati! Si trattava in maggioranza di indigeni e latinoamericani, e molte erano le donne. Oggi, vogliamo rendere onore a TUTTI LORO, ricordiamo  a Macarena Valdés, del popolo mapuche del Cile, giovane madre che lascia quattro bambini, e a Berta Cáceres, del popolo Lenca dell’Honduras. Entrambe erano “difensore” di un fiume, rispettivamente il Tranguil e il Gualcarque, e lottavano contro la costruzione di una centrale idroelettrica. Denominatori comuni di questi delitti, come di innumerevoli altri, sono l’impunità e la collusione criminale tra governi, multinazionali e gruppi paramilitari. Quest’anno, fino alla fine di febbraio, sono stati uccisi 28 difensori dei diritti umani, e qualche giorno fa è toccato a una giornalista, Miroslava Breach del quotidiano messicano La Jornada, uccisa per aver denunciato gli sporchi affari della criminalità organizzata nel territorio del popolo Tarahumara del Messico.

Il popolo mapuche, e così pure gli altri popoli indigeni del continente, preesistevano alla costituzione degli Stati cileno e argentino e anche all’arrivo di Colombo e degli spagnoli: la cultura mapuche è plurimillenaria, come dimostrano gli studi condotti dall’antropologo Tom Dillahey e da un gruppo di ricercatori, cui si deve il ritrovamento, presso la città di Puerto Montt nel Cile meridionale, del sito archeologico di Monte Verde, il quale presenta resti che sono stati datati al carbonio 14 come risalenti a circa 30.000 anni fa.

Una resistenza plurisecolare

Della difesa del territorio mapuche si parla sin dal 1569, quando il poeta spagnolo Alonso de Ercilla y Zúñiga pubblicò un poema epico intitolato La Araucana, scritto durante le campagne del regno di Spagna in Cile (che all’epoca non era così lungo, arrivava solo fino al fiume Bio Bio nell’ottava regione).

Dopo due secoli di guerra e occupazione, la nazione mapuche viene riconosciuta dalla Corona spagnola con la firma dei Parlamentos (veri e propri trattati di pace). In seguito, i mapuche firmano altri trattati con la nascente repubblica del Cile, che il Cile non rispetterà, provocando, fra il 1860 e il 1883, ciò che, con vergognoso eufemismo, viene ancor oggi chiamato “Pacificazione” dell’Araucanía: un altro genocidio che significò la perdita di grandi estensioni di terra e l’assimilazione, evangelizzazione e scolarizzazione forzate, col divieto di parlare la loro lingua (mapudungun), situazione che si è protratta fino al 1970.

Durante il governo di unità popolare di Salvador Allende vengono restituiti più di 700mila ettari di terra, con la celebre riforma agraria che dava anche alle famiglie contadine una porzione di terra da lavorare. Con il golpe e la dittatura del terrore di Pinochet, vengono fatti “scomparire” e uccisi circa 200 mapuche, i terreni vengono di nuovo usurpati e concessi ai latifondisti e alle multinazionali, imponendo a sangue e fuoco il modello economico neoliberale degli Stati Uniti, e facendo del Cile il laboratorio dell’imperialismo nordamericano.

La resistenza oggi

I mapuche attualmente sono il popolo indigeno più numeroso del Cile: si stima che più del 10% della popolazione cilena e argentina sia mapuche, cioè complessivamente circa un milione e mezzo di persone, e quattro- o cinquecentomila nel lato argentino. Insieme a loro ci sono altri otto popoli indigeni in Cile e circa altri 40 in Argentina, tutti sopravvissuti alle diverse ondate genocide.

La resistenza mapuche, finora sempre nonviolenta, comprende un ampio raggio d’azione: significa difesa della vita e dei diritti, cioè difesa del territorio, dell’ambiente, della cultura spirituale, della memoria storica.

In primo luogo si tratta del recupero delle terre ancestrali usurpate, per il quale le comunità utilizzano diversi strumenti: far valere, se esistono, i documenti di proprietà (i cosiddetti títulos de merced), oppure rivendicare legalmente la proprietà o il possesso, oppure occupare direttamente un terreno lasciato incolto, sempre con modalità nonviolente, per intraprenderne il recupero produttivo; oppure ancora si tratta del recupero di spazi sacri dove da secoli si svolgevano le loro cerimonie.

Il recupero e la difesa del territorio implicano lo scontro con un triangolo criminale formato dalle aziende, nazionali e multinazionali, dai grandi proprietari terrieri e dai vari governi cileni. Ricordiamo che lo Stato cileno non ha ancora provveduto ad abrogare o emendare la Costituzione (che è del 1980) e le molte leggi ereditate da Pinochet, tra cui la legge antiterrorismo, spesso utilizzata per colpire il popolo mapuche e chi ne condivide la lotta. Ricordiamo infine la presenza di gruppi paramilitari come “los Trizanos”, gli “Escuadrones”, gli “Husares de la muerte” e altri – gruppi che agiscono in totale illegalità e totale impunità, anzi, con l’appoggio neppur troppo velato delle autorità. Collusione e corruzione sono il legame per continuare il saccheggio al quale i mapuche si oppongono insieme a una parte cosciente della società cilena.

Ma resistenza è anche tener viva la cultura tradizionale, a cominciare dalla lingua: ecco allora l’insegnamento del mapudungun in piccoli gruppi, tra famiglie, in incontri e corsi aperti; le esperienze di educazione primaria e universitaria alternativa all’istruzione statale; la battaglia per l’introduzione del mapudungun come lingua ufficiale in Cile, nella pubblica amministrazione e nelle scuole, dove le uniche lingue obbligatorie in programma sono lo spagnolo e l’inglese; ecco che negli ultimi anni si moltiplicano le iniziative di rivitalizzazione delle forme tradizionali dell’artigianato (soprattutto tessile) e dell’arte, dalla pittura alla poesia.

Nel popolo mapuche, donne e uomini, bambini e anziani, tutti si sentono parte di questo forte vincolo con la Terra, e non “proprietari” di essa: la Terra accoglie ogni essere vivente, Madre generatrice dei beni essenziali che preserva la vita, e che essi onorano con una difesa strenua, spiritualmente e anche politicamente consapevole, esercitata sempre e in ogni ciclo di rinnovamento della natura e della vita.

Oggi lo stato cileno che si dice “democratico” continua contro i mapuche la persecuzione giudiziaria, poliziesca, militare e paramilitare; continua la criminalizzazione, il linciaggio mediatico, i processi fondati su accuse senza prove e testimoni senza volto, l’uso arbitrario e strumentale del carcere preventivo (anche inflitto a minori) e della legge antiterrorismo, la tortura; continua la militarizzazione e le incursioni violente nelle comunità, che non risparmiano donne né anziani né minori.

Da qualche anno assistiamo poi a un’escalation della persecuzione, che ora punta a spezzare lo spirito mapuche prendendo di mira le autorità tradizionali, lonko (autorità politiche) e machi (autorità spirituali), e in particolare le donne mapuche: ricordiamo ancora Macarena Valdés, poi Lorenza Cayuan costretta a partorire la sua bimba in carcere, ammanettata; le minacce di morte dirette a Julia Quillempan della comunità di Tranguil, e a Grisel Ñancul della Comunidad Autónoma Likancurra; le violenze contro la Lonko Juana Calfunao… L’elenco sarebbe molto più lungo, ma concludiamo ricordando la Machi Francisca Linconao Huircapan, cui ieri è stata dedicata una Giornata, che da un anno incarcerata, accusata senza prove.

Vorrei ora presentare l’Associazione “Sesto Sole” che ha effettuato una generosa raccolta di fondi a favore della famiglia della Machi Francisca Linconao Huircapan.

L’Associazione “Sesto Sole” nasce il 12 ottobre 2005 con lo scopo, tra le altre cose, di promuovere le iniziative intese a difendere e rafforzare il punto di vista dei popoli nativi e dare sostegno alle loro lotte. Non è una data casuale: le popolazione native dell’America Latina celebrano questa ricorrenza come una data tragica, perché il 12 ottobre del 1492 ha avuto inizio la conquista del Nuovo Mondo, che per loro ha rappresentato l’inizio di secoli di schiavitù.

Abbiamo scelto questo nome perché, secondo un antico mito Maya, questi ultimi secoli sono coincisi con il Quinto Sole del loro calendario, che ha rappresentato “l’oscurità e lo sfruttamento” per gran parte dell’umanità, mentre il nuovo periodo che ci si prospetta, rappresentato appunto dal Sesto Sole, sarà invece “l’alba dell’unità dei popoli indigeni” e, ci auguriamo, di tutta l’umanità.

Nel 2005 abbiamo organizzato un gemellaggio tra 12 comuni della provincia di Ragusa e due municipi ribelli zapatisti, durante il quale sono state organizzate una serie di riunioni con i rappresentanti di queste comunità. In questi incontri è emersa la loro necessità di avere un sostegno concreto soprattutto nel campo della salute, e così è nato il progetto di appoggio al loro “sistema sanitario autonomo zapatista”. Nei sette anni successivi siamo riusciti a concludere il progetto realizzando otto “case di salute” (così vengono chiamate dagli zapatisti) con funzione sia di prevenzione che di primo intervento, ognuna completa di farmacia essenziale. Per assicurare una corretta gestione della farmacia e per gli interventi di prima assistenza e più in generale di prevenzione, sono stati predisposti, di concerto con le comunità indigene e con la collaborazione di SADEC, un’organizzazione non-profit di medici messicani che opera in Chiapas, una serie di corsi di formazione per la preparazione dei giovani che dovranno poi concretamente gestire le case di salute.

Come Associazione “Sesto Sole” abbiamo deciso, nell’ottica di sostenere concretamente le lotte dei popoli nativi, di dare un nostro contributo alla lotta del popolo Mapuche e in particolare alla Machi Francisca Linconao Huircapan, guida spirituale mapuche, condannata al carcere preventivo per ben quattro volte in dieci mesi, attraverso una piccola donazione che possa essere di sostegno per le spese legali e tutto quanto necessario.

NOI TUTTI/E ESIGIAMO LA LIBERAZIONE DELLA MACHI FRANCISCA LINCONAO HUIRCAPAN

E DI TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI MAPUCHE, che oggi sono circa 35.

Come dichiarava a febbraio Ingrid Conejeros, portavoce della Machi Francisca Linconao, «questo processo è un attacco diretto allo spirito e all’essenza mapuche»: ma quest’attacco è destinato a fallire, poiché “dove uno cade, dieci si alzeranno”, cioè, in lingua mapuche: MARRICHIWEU!

AMULEPE TAIN  WEICHAN!   La nostra lotta continua!