Il SudEst

Sunday
Apr 30th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Inchiesta Inchiesta Dopo le elezioni in Turchia

Dopo le elezioni in Turchia

Email Stampa PDF

Comitato per la Democrazia Costituzionale

I risultati elettorali in Turchia sono di una gravità inaudita. Vi proponiamo qui il testo di un appello di cui i comitati si  fanno promotori

“Il 16 aprile si è svolto in Turchia il referendum sulla approvazione della “riforma” costituzionale approvata a gennaio dal Parlamento che modifica 18 articoli della Costituzione instaurando un regime personalistico e autoritario. Stando ai dati diffusi, avrebbe vinto il Si con il 51,2% dei voti, ma già le opposizioni hanno denunciato brogli che hanno coinvolto fra il 3 e il 4% dei votanti. Va inoltre sottolineato che il No ha vinto in tutte le maggiori città del Paese e ha comunque dimostrato che metà del popolo turco si oppone al tentativo autoritario in atto.
Il referendum si è svolto in condizioni non democratiche, contrassegnate dal prolungamento dello stato di emergenza instaurato dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016, che ha portato al licenziamento di circa 150.000 dipendenti pubblici, fra i quali quasi la metà dei giudici e dei pubblici ministeri e un alto numero di docenti universitari, alla chiusura di giornali, di radio e televisioni, di scuole e di associazioni, all’arresto di migliaia di persone con l’accusa di complicità con il terrorismo. Fra questi più di 80 giornalisti e molti esponenti – tra cui parlamentari compresi due co-presidenti­  della seconda forza di opposizione del Paese, il Partito democratico dei popoli.

Il nuovo testo della Costituzione vuole trasformare la forma di governo in un regime iperpresidenziale, nel quale il Capo dello Stato, già eletto dal popolo in base alla revisione costituzionale del 2007, diventerebbe il Capo del potere esecutivo, potrebbe essere rieletto per altri due mandati, nominerebbe i ministri, avrebbe il potere di sciogliere il Parlamento e di fare ricorso a decreti con forza di legge non sottoposti al controllo parlamentare, designerebbe 6 dei 13 membri del Consiglio dei giudici e dei procuratori (gli altri 7 sarebbero eletti dai 3/5 del Parlamento e quindi sarebbero tutti o in parte espressione della maggioranza), e 12 dei 15 componenti della Corte costituzionale. In pratica si tratta di un testo fatto su misura per il Presidente Erdogan, che potrebbe rimanere al potere fino al 2029, e del Partito islamista che è al governo dal 2002.

La vicenda turca si inserisce nel quadro della trasformazione in senso antidemocratico delle Costituzioni o della loro violazione aperta con leggi che limitano i diritti fondamentali e annullano i poteri degli organi di garanzia, come la magistratura e la Corte costituzionale, che si sta verificando in vari Paesi europei (come l’Ungheria e la Polonia). Ma non è estranea al tentativo in atto anche all’interno di democrazie mature di ridurre gli spazi di libertà e di ridimensionare la democrazia rappresentativa e partecipativa a vantaggio del predominio del potere esecutivo e del suo “capo”.

Per questa ragione il Comitato per il No nel referendum costituzionale e il Comitato contro l’Italicum denunciano l’involuzione in atto in Turchia e si schierano al fianco di quanti si oppongono alla deriva autoritaria in atto e a difesa delle persone sottoposte a odiose misure di repressione in spregio dei più elementari diritti sanciti a livello europeo e internazionale.