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Home Legalità Amazon, FCA e la tattica delle grandi aziende di trasferire la sede fiscale all’estero per pagare meno tasse

Amazon, FCA e la tattica delle grandi aziende di trasferire la sede fiscale all’estero per pagare meno tasse

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di SAVINO ALBERTO RUCCI

L’ultima grande azienda ad essere stata multata è Amazon:

 

come infatti ha annunciato Margrethe Vestager, il commissario dell’Unione Europea per la concorrenza, il colosso dell’e-commerce dovrà versare 250 milioni di euro a titolo di risarcimento per vantaggi fiscali illeciti dei quali ha goduto registrando in Lussemburgo la base delle proprie operazioni

Questo perché secondo la dirigente, che ha reso noto le conclusioni di un’indagine durata tre anni, i vantaggi ottenuti da Amazon attraverso il Granducato “costituiscono una violazione delle regole dell’Ue sugli aiuti di Stato”.

Ma anche in Italia la situazione non cambia.

Tra il 2009 e il 2014 Amazon ha evaso 130 milioni di euro di tasse in Italia. E’ quello che, stando a quanto riporta Repubblica, ha accertato la Guardia di Finanza, che ha consegnato al gruppo e trasmesso alla procura di Milano e all’Agenzia delle Entrate un processo verbale di constatazione.

Un anno fa i pm milanesi del dipartimento contro i reati societari, guidato da Francesco Greco, hanno iscritto nel registro degli indagati cinque manager europei della multinazionale di Seattle con l’accusa di omessa dichiarazione dei redditi. Le Fiamme Gialle hanno poi quantificato la presunta evasione, per una somma inferiore rispetto a quelle contestate in passato a Google ed Apple perché i margini del gruppo dell’e-commerce sono più bassi. Nel quinquennio, il giro d’affari del gruppo nella Penisola è stato di 2,5 miliardi.

Dal canto suo Amazon ha diffuso una nota in cui sostiene di “pagare tutte le imposte che sono dovute in ogni Paese in cui opera. Questo perché le imposte sulle società sono basate sugli utili, non sui ricavi, e i nostri utili sono rimasti bassi a seguito degli ingenti investimenti e del fatto che il business retail è altamente competitivo e offre margini bassi.”

Analoga situazione riguarda la Apple, che nel dicembre 2015 ha chiuso il contenzioso tributario con l’Agenzia delle Entrate versando al Fisco circa 318 milioni di euro a fronte di una contestazione iniziale che aveva quantificato i mancati versamenti Ires in 880 milioni di euro in cinque anni.

Nell’agosto 2016 l’Antitrust europeo ha stabilito che il gruppo dei Mac ha goduto in Irlanda di 13 miliardi di euro di benefici fiscali illegali che, in base alle regole Ue, rappresentano indebiti aiuti di Stato e devono essere restituiti.

Paradossalmente Dublino, che nel 1991 e 2007 ha firmato con il gruppo creato da Steve Jobs due accordi fiscali (“tax ruling”, di per sé legali), ha presentato ricorso sostenendo che si tratta di una interferenza nella sovranità nazionale. Lo scorso ottobre Michael O’Sullivan, legale rappresentante della Apple Sales International, con sede in Irlanda, ha patteggiato 6 mesi convertiti in 45mila euro di multa. Rispondeva di omessa dichiarazione dei redditi così come altri due manager italiani per i quali, però, i pm hanno avanzato un’istanza di archiviazione.

Per quanto riguarda il motore di ricerca di Mountain View, nel febbraio 2016 la Procura milanese ha tirato le fila dell’inchiesta sulla presunta sottrazione all’erario, tra il 2009 e il 2013, di redditi imponibili per circa 227 milioni di euro, grazie ad uno schema elusivo che coinvolge una serie di società dislocate tra Irlanda, Paesi Bassi e Bermuda. Il pm Isidoro Palma ha chiuso le indagini a carico di cinque manager (due irlandesi, un inglese, un americano e un cittadino di Taiwan) del gruppo, ai quali però ha potuto contestare, come penalmente rilevante, solo un mancato versamento dell’Ires relativa a un imponibile di 98,2 milioni di euro. Da tempo è aperto il contenzioso tributario tra Google e l’Agenzia delle Entrate che potrebbe chiudersi nei prossimi giorni con un maxi-versamento, come accaduto per Apple.

In Procura restano aperti anche altri fascicoli su Facebook e Western Digital.

La stessa Ferrari sta valutando la possibilità di trasferire la residenza fiscale all’estero per risparmiare sulle tasse, in vista della separazione da Fiat Chrysler. Secondo Bloomberg il Cavallino rampante potrebbe seguire l’esempio della casa madre, che dopo la fusione con Chrysler ha preso la sede legale in Olanda, residenza fiscale a Londra ed è quotata, oltre che a Piazza Affari, anche a New York.

Una situazione di illegalità diffusa quindi, che vede praticamente ogni grande azienda spostare la propria sede legale alla continua ricerca della tassazione di vantaggio. E per evitare tutto questo l’unica strada necessaria resta quella di armonizzare il più possibile le tassazioni sugli utili, quantomeno tra i vari Paesi dell’eurozona, riducendo quindi una tattica che tanto piace alle grandi aziende ma che danneggia pesantemente ed esclusivamente i lavoratori.