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Home Legalità Crescita tra i vecchi e vuoto tra i giovani

Crescita tra i vecchi e vuoto tra i giovani

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di MARCO SPAGNUOLO

Sono stati pubblicati i nuovi dati Istat, nella data del 31 ottobre, sullo stato dell’occupazione in Italia nel raggio del mese dell’ultimo settembre.

 

 

 

 

Terrificanti non solo per i numeri, ma per i risultati qualitativi delle ultime riforme sul lavoro. Infatti, all’inizio del comunicato dell’istituto di  ricerca, vi  subito la sottolineatura  dei più: più occupazione, più contratti. Ma oltre i più, i numeri. E questi sono tanto banali quanto esilaranti se confrontati con la realtà. Si parla di aumento dell’occupazione esaltando un esile +0,5%, che tradotto in termini reali risulta un semplice aumento di 120mila occupati rispetto ai tre mesi precedenti. Peccato che, sempre secondo le stesse statistiche, l’aumento escluda la fascia 35-49 anni e che, dato più importante, si tratti quasi esclusivamente di contratti a termine. Insomma, una folata di fumo negli occhi degna re Mida: tanta occupazione in aumento che svanirà nel giro di qualche mese, facendo risalire la disoccupazione.

Sempre sui dati qualitativi che le quantità statistiche forniscono, vi sono le differenze di sesso e di età: la disoccupazione cala per i cittadini maschi, prevalentemente con età superiore ai 35 anni, mentre continua a salire per under 35 e donne. Infatti, fiore all’occhiello della retorica del PD e, in generale, di governo è l’attacco ai “giovani fannulloni” e, allo stesso tempo, il “dato di fatto” che le richieste di lavoro diminuiscano. Cosa vuol dire? Da agosto a settembre vi è stata una diminuzione di persone in cerca di lavoro dello 0,2% (cioè circa 5mila persone in meno). Questo non vuol dire certo che 5mila persone abbiano effettivamente trovato lavoro e che, di conseguenza, abbiano smesso di richiederlo. Sennò, dati alla mano, il calo di richieste di lavoro sarebbe stato equivalente all’aumento dei contratti a termine: più 120mila occupati meno 120mila richieste. E infatti non è così. Perché? Ci sono due risposte, una economica, l’altra politica. La prima dice che, con un regime di lavoro basato essenzialmente su contratti a termine, un lavoratore sia in perenne ricerca di nuovi contratti per due motivi: insicurezza nei confronti di un rinnovo del contratto in vigore e ricerca di un contratto con più tutele e a più lunga durata. La risposta politica, in continuità con quella economica, può prendere facilmente spunto da un fatto successo quest’estate e conclusosi melodrammaticamente in questi giorni. Un datore di lavoro cercava personale e si lamentava in tv divenendo caso nazionale perché non aveva ricevuto nessun curriculum: ebbene, qualche giorno fa una ragazza gli ha fatto causa perché, oltre a non ricevere alcuna risposta alle sue richieste, ha dovuto anche sopportare per mesi le lamentele di questo datore di lavoro.

In tutto ciò, l’alternanza scuola-lavoro che impetuosamente sta costruendo muri di classe in base a uno schema basato sulla provenienza culturale, sociale ed economica dello studente chiamata dal PD “meritocrazia”. Un collasso che va oltre le statistiche e che riguarda le modalità in cui giovani vivono e studiano, tra sfruttamento liberalizzato e legalizzato e disoccupazione. E nel frattempo, la crescita dell’occupazione – sempre e rigorosamente attraverso contratti a termine – negli over 35 fornisce le tinte di un quadro di sfruttamento etico nella gioventù e sfruttamento muscolare fino alla vecchiaia, sempre in preda all’instabilità economica e psicologica della precarietà.