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Vertenza Ilva: mobilitazioni e occupazione

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di MARCO SPAGNUOLO

La vicenda Ilva non riesce a trovare soluzione e in questi giorni – anche per gli alti tassi di inquinamento rilevati qualche settimana fa a Taranto, città che è stata interamente coperta dalle polveri sottili nel giro di due giorni –

 

 

la lotta tra la società che ha preso in carico la gestione e i sindacati si fa sempre più aspra.

 

Già nel 2005, lo Stato ha organizzato un tavolo per assegnare la gestione della fabbrica, impegno affidato alla cordata indiana AmInvestCo, perché ritenuta più affidabile delle concorrenti – aveva, infatti, proposto la stabilità occupazionale e un rilancio dell’azienda, invece che un aumento di posti di lavoro come i concorrenti. Eppure, la stabilità occupazionale, promessa alla quale sindacati e lavoratori avevano tirato un respiro di sollievo, non c’è stata né negli anni precedenti né tutt’ora. Infatti, l’accordo di programma, siglato nel 2005, prevedeva un piano straordinario di bonifica ambientale e di continuità occupazionale e di reddito. Ma, oltre il mancato rispetto del primo punto, anche il secondo è stato sorvolato con noncuranza: 9.600 dipendenti e quattro mila esuberi sono i numeri, cioè in continuità con ciò che era stato previsto prima degli accordi. Dunque, i 9.600 dipendenti, a giugno, sono stati così distribuiti  nelle diverse sedi: 7.600 a Taranto, 900 a Genova, 160 a Milano e 940 in altri siti.

Accanto alla fase delicata che da anni si vive nella città di Taranto, divisa in una scelta mortale tra salute e lavoro, anche lo stabilimento storico di Cornigliano a Genova sta vivendo un momento drammatico. A fronte di 1650 impiegati, 600 sono previsti nei tagli e i sindacati hanno da subito protestato. Nella giornata di lunedì Fiom, Uilm e Fim hanno indetto una manifestazione, mentre Bruno Manganaro (segretario genovese della Fiom) ha annunciato, come poi ha fatto, che non sarebbe andato all’incontro di quella giornata a Roma in quanto sarebbe stato «come andare a un incontro con la pistola sul tavolo».

Al termine della suddetta manifestazione, i lavoratori sono entrati nello stabilimento genovese dell’Ilva occupandolo. Un forte segnale di protesta, perché forme di riappropriazione delle fabbriche e dei luoghi di lavoro sono diventate da anni solo un ricordo, rinnovato di tanto in tanto dagli studenti nelle scuole. Un gesto, dettato dalla protesta e dalla rabbia dei lavoratori, reso possibile poiché tutta la cittadinanza di Genova è vicina ai lavoratori, secondo le parole di Francesca Re David, segretaria generale della Fiom. Tuttavia, non basta la forte partecipazione all’azione e la vicinanza dei cittadini ad unire i sindacati. Infatti, Fim e Uilm non hanno tardato ad accusare la Fiom di “dittatura della minoranza”, anch’essa espressione di un’era che molti pensino non ritornerà più. Ma, sempre secondo le parole di Re David rilasciate mercoledì a Il manifesto, le divergenze tra le sigle si sono giocate «solo nella valutazione sul territorio delle forme di mobilitazione» e che se l’operazione Ilva «salta solo per uno sciopero significherebbe che era molto fragile in partenza».

Una partita, dunque, che resta aperta e che svela due dati importanti: la determinazione dei lavoratori e dei quadri di base dell’Ilva di Genova, e le differenze tra le sigle che ritornano sempre quando il gioco si fa duro e il terreno di scontro si fa aperto.