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Il documento politico su lavoro e previdenza di Convergenza Socialista

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di ROBERTO SPAGNUOLO*- MANUEL SANTORO*

Contesto storico

Tasso di disoccupazione in Italia è al 12,4%. In crescendo dal 2008 ad oggi. La percentuale di disoccupati fino ai 24 anni di età è al 40% pari a 644-mila giovani. Tra i 25 e i 34 anni di età ci sono in Italia 877-mila disoccupati; tra i 35 e i 49 anni siamo a più di un milione. Bisogna però considerare che queste percentuali non tengono conto di chi il lavoro non lo cerca più. E’, quindi, plausibile supporre che il numero dei disoccupati sia in effetti molto maggiore. Meglio i lavoratori anziani, solo 500 mila disoccupati, che in realtà con la legge Fornero hanno difficoltà ad andare in pensione precludendo di fatto un cambio generazionale nei posti di lavoro.


Dal lato retribuzioni, invece, gli ultimi dati Eurostat confermano che i livelli delle retribuzioni non solo non ricompensano gli sforzi dei lavoratori ma, allargando la cerchia sociale dei “poveri retribuiti”, sono sempre più insufficienti a garantire il minimo indispensabile alle famiglie. Qui va anche peggio. Essendo l’Italia sotto alla media Ue, quasi la metà dell’incremento degli ultimi anni è arrivato solo al 20% più ricco.

Un tema sul quale fare attenzione: le già presenti, e soprattutto future, trasformazioni delle attività economiche e produttive dovute alla tanto decantata industria 4.0, porteranno l’evoluzione tecnologica a una diminuzione del lavoro a disposizione. In tale contesto onde evitare una guerra tra poveri che tenderebbe ad un sempre maggiore ribasso della qualità del lavoro e delle tutele associate, saranno da trovare le soluzioni congrue per tutti e salvaguardata la retribuzione a livelli altrettanto congrui. In futuro non ci sarà alternativa al ‘lavorare tutti, lavorare meno’ ma potrà esserci per il lavoratore un personale miglioramento della qualità della sua vita.

Ambiti d’intervento

Nel nostro Paese occorre ridefinire le direttrici di una politica industriale sempre più ecologicamente compatibile.
Oggi l’Italia sembra arenata, senza un minimo di pianificazione per il futuro. Una mancanza che ci pone in ritardo rispetto ad alcuni importanti Paesi europei quali la Francia, la Gran Bretagna e la Germania.
Un Paese con un tessuto produttivo composto prevalentemente da piccole imprese, con piccoli investimenti, da troppo tempo convinta che bastassero milioni di partite Iva per una economia competitiva e sostenibile. Purtroppo non è stato così. In un mondo globalizzato, ad alta competitività industriale con enfasi sull’export, era prioritario attivare i grandi poli dell’economia italiana nei settori dell’informatica, della chimica, della farmaceutica, dell’elettronica e via discorrendo.

Le motivazioni di tale priorità sono riassumibili in tre punti:

1. una galassia di piccole-medie imprese puntellate da grandi centri dell’innovazione industriale e dell’avanzamento tecnologico, per sopravvivere a momenti di lunga crisi, in quanto continua ad attingere commesse da chi continua a competere globalmente in quegli stessi momenti difficili;
2. i grandi poli dell’economia, che contribuiscono alla crescita professionale di risorse umane altrimenti perdute;


3. un tessuto produttivo con grandi punti di riferimento in grado di risollevare un’economia di piccole-medie imprese, se impantanate nella crisi.

Occorreva rivedere anche gli interventi necessari per provvedere alla crescita dei bisogni sociali, trascurati e mal curati. Così non è stato. Peraltro, il tale settore si aprirà un nuovo fronte occupazionale, che può essere sostenuto anche dalla diffusione del welfare negoziato.

Sfruttiamo le indicazioni provenienti dall’Europa, quindi le direttive europee definite in “Europa 2020”, in cui la Commissione Europea ha riassunto alcuni aspetti importanti in materia di politica industriale e verso cui gli Stati membri sono “invitati” a convergere: investimenti nelle nuove tecnologie e nell’innovazione; miglioramento delle condizioni di mercato; sostegno all’accesso ai finanziamenti; sostegno agli investimenti in capitale umano e competenze.

In questo contesto, l’Italia dovrebbe puntare su tre priorità di crescita economica, individuate e basate sulla conoscenza e sull’innovazione; nella promozione di un impianto economico più efficiente, più competitivo ed ecologicamente compatibile da un punto di vista delle risorse; nella valorizzazione di un’economia ad alto tasso di occupazione che favorisca una maggiore coesione sociale e territoriale.

Per il raggiungimento di questi obiettivi sono poste alcune iniziative, tra cui tre fondamentali, che il nostro Paese dovrebbe perseguire:

● una politica industriale mirata a sviluppare una base industriale solida e sostenibile in grado di competere globalmente;

● un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro modernizzando il mercato occupazionale e permettendo ai lavoratori di migliorare le proprie competenze;

● una piattaforma europea contro la miseria ridistribuendo in modo equo i benefici della crescita e i posti di lavoro.

Una volta che il lavoro c’è e il lavoratore è tutelato, anche come essere umano, nel suo lavoro e nel suo futuro, egli si trova inserito nell’ambiente e nel territorio di cui contribuisce direttamente a renderne migliore la vivibilità; se i bisogni soddisfatti sul territorio divengono misura economica (non più solo finanziaria) del proprio rendimento.

Lavoro disponibile e tempo di lavoro disponibile

Prima di tutto, occorre affrontare la mancanza di lavoro e, successivamente, la relativa stabilizzazione.
Pertanto, necessita distinguere i settori in perdita da quelli in crescita o con carenza di addetti, in particolare tra i professionali, i tecnici e i lavori sociali, per indirizzare istruzione, formazione e riqualificazione in modo personalizzato e non indifferenziato.

Creare una maggiore disponibilità del lavoro in modo trasversale a tutti i suoi comparti, significa poter offrire una maggiore possibilità di scelta al lavoratore all’inizio del ciclo lavorativo. Il lavoro potrebbe quindi partire non solo per necessità ma anche essere scelto, secondo le personali capacità, attitudini e preparazioni. Questo lo renderebbe strumento di crescita dell’uomo-lavoratore all’interno del luogo di lavoro, ma solo se abbinato a migliori tutele e retribuzioni veramente premiali.

Punto di partenza dell’approccio politico è sopperire, con una proposta organica e strutturata, alla mancanza di lavoro che tenderà a divenire cronica proprio grazie alla rivoluzione 4.0, specie in settori che patiscono un alto tasso di sostituzione tra lavoro e capitale. Fondamentale è pertanto il confronto tra la disponibilità totale potenziale di lavoro e quella attuata, su cui valutare ipotesi di redistribuzione del tempo di lavoro in base ad un orario settimanale più breve, con un range oscillante dalle 30 sino alle 20 ore. Attuare un orario più flessibile al suo interno, grazie alla combinazione e sostituzione della presenza fisica presso la sede di lavoro, con la disponibilità virtuale per via telematica (telework e smartwork), rendendo quest’ultima un’ordinaria modalità di lavoro in ogni settore compatibile, anche parzialmente. Solo un programma di istruzione, formazione e riqualificazione, adeguato e continuo, può compensare la sostituzione di lavoratori con forme automatizzate, specie laddove vi sia svolgimento di attività prevedibili. L’inserimento nel mondo del lavoro può passare anche mediante contratti che presumano sia la capacità che la necessità d’uso della telematica. Ciò si può prevedere in particolare proprio nella formazione dei giovani e nel loro iniziale inserimento nel lavoro, con retribuzioni inizialmente basate soprattutto sui risultati. Solo in seguito, con l’avanzare del processo regolamentato di stabilizzazione, potrà alzarsi la quota fissa stipendiale graduata sulla crescita di professionalità. Inserimento di cui è opportuno prevedere un monitoraggio a livello provinciale, effettuato da centri di qualificazione e inserimento professionale predisposti ad hoc e di cui si tratterà in seguito.

Il tempo di lavoro disponibile potrà così divenire, in ambito sociale, nucleo di valutazione del benessere distribuito, oltre che generatore di posti di lavoro specializzati nella cura dei bisogni della persona.

Qualità del lavoro e retribuzione di qualità

Si è detto che, quando si parla di qualità del lavoro, non si può prescindere da istruzione, formazione e riqualificazione che vanno legate a quel mondo fin dall’origine; salario e bisogni vanno integrati nel formare la retribuzione, mentre la qualità deve comprendere il contributo all’ambiente esterno da parte di ogni lavoratore e imprenditore, in termini di impatto positivo ambientale e sociale.

Un secondo problema si ha una volta che il lavoro comincia a emergere su scala nazionale, riguarda la possibilità di renderlo mediamente migliore nella sua evoluzione-retribuzione. A tale scopo sono decisive le anticipate esigenze di istruzione e formazione abbinate a stage aziendali, incentivati con decontribuzioni iniziali (a scalare nel tempo) per i neodiplomati e neolaureati, anch’esse oggetto di monitoraggio da parte dei centri provinciali di formazione, qualificazione e inserimento professionale. In tale contesto, lo Stato si fa garante della copertura previdenziale, sin dall’inizio della vita lavorativa e senza soluzione di continuità, anche con la previsione di contributi figurativi che diventano effettivi con l’assunzione, finanziati attraverso la rimodulazione dei criteri attuali e da attuare, in funzione dell’ottica previdenziale da coprire, di breve, medio o lungo periodo.

Redistribuire il tempo di lavoro, e di vita come conseguenza, significa anche rileggere la retribuzione, non più tanto in funzione delle energie dedicate nell’unità di tempo ma soprattutto in base ai risultati raggiunti, nella condivisione degli obiettivi dell’impresa che comprenda maggiori rischi e profitti partecipati anche dalle rappresentanze sindacali; le quali, dovrebbero poter accedere all’iniziativa gestionale e, al contempo, assumerne anche una parte della responsabilità dei risultati. Merito e retribuzione vanno pertanto ricombinati con un maggior peso del primo all’interno della seconda, ma con un impatto più che proporzionale rispetto alla diminuzione della parte fissa legata solo al tempo di lavoro. Quest’ultimo rivisto in basso come obbligo della prestazione lavorativa.

In quest’ottica, la partecipazione alla vita dell’impresa non può prescindere da una nuova visione culturale dei compiti del sindacato, non più in veste autorizzatoria delle iniziative dei singoli lavoratori ma come loro consulente, garante ad ogni livello di contrattazione, territoriale, aziendale o individuale, della libera scelta contrattuale del singolo lavoratore, purché sia sempre migliorativa del livello precedente.

La qualità del lavoro qui intesa riguarda non solo il lavoratore in quanto tale, ma anche la sua vita, quella che egli conduce in famiglia e nella società. In tale ottica, parte della retribuzione dovrà comprendere la possibilità di ottenere il soddisfacimento dei suoi bisogni sociali importanti (economia dei bisogni). Invece di denaro in busta paga, attraverso l’applicazione del welfare negoziato ad ogni livello (nazionale, territoriale, aziendale, individuale) si devono poter coprire, attraverso la mediazione, le esigenze sia del territorio sia del singolo; da quelle assistenziali, alle sanitarie, sino a quelle previdenziali. Peraltro, tale modalità retributiva negoziata, ben si lega con la definizione della produttività sociale del lavoro d’impresa, che esce così dalle mura aziendali per contribuire alla crescita locale delle attività più vicine alla realizzazione dei bisogni reali dei cittadini-lavoratori. Così facendo, cresce dal basso il contributo per la costruzione dell’indicatore di benessere nazionale qualitativamente inteso. Per un tale progetto, punto di raccordo tra istruzione, mercato del lavoro e riqualificazione professionale, sono la creazione di centri provinciali di formazione e inserimento professionale, cui è demandato l’onere di raccordare le richieste di tutte le PMI sul territorio, con i lavoratori da riqualificare per i reinserimenti, con i neodiplomati e neolaureati per i nuovi inserimenti; il tutto attraverso una banca dati locale ma condivisa con gli altri centri provinciali in una rete nazionale di domande e offerte di lavoro non soddisfatte, per offrire su diversi livelli di territorio opportunità non esistenti in loco.

L’intera rete dovrà essere raccordata a livello governativo con monitoraggi periodici dei risultati raggiunti in termini di assunzioni, riassunzioni, riqualificazioni, ecc, oltre che di costi sostenuti e contributi raccolti, al fine di valutare in modo congruo i pagamenti premiali, in ragione dei risultati raggiunti, grazie a contributi versati da imprese e lavoratori che beneficiano di tali strumenti. I valori premiali sono così valutati per l’integrazione dello stipendio base dei centri provinciali. Nasce in tal modo una rete di collocamento, formazione e riqualificazione che, partendo dal livello provinciale, arriva a coprire le PMI su tutto il territorio nazionale, sino a quello europeo, nell’ottica del rispetto del principio di interoperabilità UE dei sistemi informativi della pubblica amministrazione degli Stati membri. Per rendere più fruibili le opportunità lavorative dovranno essere incentivate quelle che comportano lunghi trasferimenti, almeno inizialmente, specie laddove sarà necessario raccordare la vita lavorativa con la famiglia.

Persona al lavoro e previdenza della persona

Per sostenere concretamente il mondo del lavoro occorre puntare su tutti gli strumenti che tutelano il ciclo lavorativo della persona (istruzione, formazione di base, inserimento, aggiornamento professionale, formazione continua, riqualificazione). Le diverse fasi del ciclo vanno incluse, ognuna per la propria parte di contributo, all’interno della copertura previdenziale che apre e chiude l’attività lavorativa, senza soluzione di continuità grazie anche all’intervento dello Stato nei periodi di perdita del lavoro; in tali momenti la persona entra in un ciclo attivo di riqualificazione e reinserimento assistito, non passivamente, in cui anche il voucher è uno strumento la cui validità deve essere fissata in ragione della sua natura incidentale e integrativa dei periodi iniziali, finali e accidentali del lavoro, non certo strutturali dello stesso.

A prescindere dalla ‘quantità’ di lavoro disponibile, nucleo portante di tale visione politica rimane la centralità della cura alla persona in qualità di lavoratore nel suo intero ciclo vita del lavoro. Per creare e mantenere il ciclo virtuoso occorre prima di tutto definire le basi su cui strutturare le fonti di finanziamento, previdenziale prima di tutto, in modo che lo Stato assicuri continuità contributiva nei periodi di vuoto lavorativo, sempre dietro una partecipazione attiva del lavoratore, finalizzata al suo rientro nel mondo del lavoro. A tal proposito è opportuna una tempestiva rimodulazione delle fonti di finanziamento previdenziale, in modo che ognuna sia abbinata alle politiche in funzione dell’orizzonte previdenziale cui sono destinate: breve, medio o lungo. Cosicché con l’uso della fiscalità generale come “tappa buchi”, non si possa distorcere l’obiettivo di bilancio di breve-medio termine o peggio i saldi dell’esercizio, per l’erogazione di nuove pensioni non coperte da contributi propri; né con la ripartizione si mantenga l’attuale distorsione, anche peggiore, a livello di economia reale, frenando in modo strutturale il rilancio del mercato del lavoro, oberato sempre più dallo squilibrio generazionale e dai danni creati dal sistema retributivo. È necessario quindi che si renda più agevole, con i tempi dovuti, l’uso della contribuzione a capitalizzazione definita di ogni singola copertura previdenziale, finanziandola gradualmente per renderla indipendente dalla ripartizione e per svincolarla definitivamente dagli andamenti congiunturali di PIL. Andamenti quest’ultimi basati su ottiche temporali agli antipodi rispetto a quelle previdenziali. Ulteriore punto politico su cui lavorare, è la creazione di agevolazioni e tutele speciali per il credito previdenziale, rispetto agli investimenti finanziari ordinari e, soprattutto, alla speculazione finanziaria, che hanno ben altri scopi.

L’accantonamento previdenziale non deve essere più soggetto alle variazioni di PIL dovute alla produttività del futuro, in quanto, una volta capitalizzato, l’accantonamento è espressione di una produttività maturata in passato ed acquisita per la previdenza futura. L’attuale sistema promiscuo delle fonti di finanziamento previdenziale, porta infatti all’aberrante rischio di perdere la propria previdenza accantonata “ieri”, perché deve essere pagata e rivalutata dalla produttività del lavoro di “oggi” (ripartizione e andamento PIL) di cui quindi subisce gli andamenti, anche negativi, senza alcuna tutela. Unica tutela attuale rimane quella di lavorare sempre di più (quale lavoro? E le famiglie?) sia per il salario disponibile oggi, sia per il contributo previdenziale di ieri (che ha subìto la perdita di valore), di oggi (che integra la perdita di valore di quello di ieri e deve mantenere un livello adeguato all’obiettivo stimato di pensione) e di domani (per compensare ulteriori rischi di perdite di valore); di fatto, finché non matura il diritto di quiescenza e diviene disponibile il reddito pensionistico, esso rimane soggetto al rischio di perdite di valore.

Tuttavia, il ciclo qui presentato come garante del profilo previdenziale di ogni lavoratore, si fonda su alcuni principi necessari a sostenere la nuova impalcatura delle fonti, attraverso cui far prosperare il benessere sociale del paese ma partendo sempre dai bisogni come unità di misura della cura. Tali mattoni sono la definizione e condivisione di 3 obiettivi sociali garantiti dallo Stato per il lavoro e la previdenza: la pensione minima (legata al livello di povertà) ne rappresenta il pavimento; il salario minimo (quota maggiorata di una percentuale definita della pensione minima); la pensione massima (multiplo definito della pensione minima) è il tetto. L’aggiornamento del livello di povertà determinerà l’aggiornamento automatico dei 3 livelli. La definizione di una pensione massima, e della relativa contribuzione, rappresenta il principale strumento di attuazione della solidarietà costituzionale, oltre che fonte per programmare le prime politiche attive per il lavoro (salario minimo) e la previdenza (pensione minima). Infatti, una volta raggiunto il livello di pensione massima con versamenti contributivi congrui ad ottenerla, da quel momento i contributi extra potranno essere indirizzati o alla fiscalità generale (tramite una tassazione ad hoc) o alla contribuzione finalizzata alla previdenza minima, ma comunque per garantire le necessità sociali minime ancora scoperte. Le erogazioni obbligatorie pertanto garantiranno una fascia di reddito pensionistico compresa da un minimo ad un massimo, una quota maggiore potrà essere ottenuta solo mediante versamenti alla previdenza complementare e integrativa privata, sino alla maturazione del diritto di quiescenza.

Investimenti, capitale umano e previdenza

Chiaramente, tutto il contesto descritto non può prescindere dalle risorse investite in strutture, infrastrutture e formazione tecnica ed informatica adeguata alle finalità, sia per i docenti che per i discenti. Materie che dovranno essere il pane quotidiano dei centri di formazione provinciale ma che, in loro assenza, già possono essere seguite dalle stesse, come mediatori, con opportuni monitoraggi e pianificazioni informatizzati, tra gli enti territoriali, e non, che forniscono corsi e le segnalazioni delle PMI, dei lavoratori, e da parte di coloro che sono in cerca di lavoro e intendono impegnarsi nella propria formazione.

Ulteriore necessità per la buona riuscita della assistenza al ciclo di vita della persona, è legata all’attribuzione di un privilegio speciale al credito previdenziale che matura dal lavoro e che, pertanto, dovrà essere tutelato e garantito meglio di quanto lo sia oggi, in ogni sua manifestazione e forma di circolazione, sia nel pilastro primario obbligatorio (slegandolo dalla media del PIL quinquennale ma offrendo una guarentigia di rivalutazione minima positiva e, a seguito della nascita dell’indipendenza della contribuzione definita, magari dando le risorse in gestione attiva alla Cassa Depositi e Prestiti), sia in quello complementare e integrativo dei fondi (negoziati ed aperti) e dei piani previdenziali individuali. Il tutto condito con una regolamentazione più stringente sui costi fissi caricabili dai gestori (meglio se azzerati) ma più flessibile sulle percentuali dei rendimenti ritrasferibili agli stessi gestori. In tal modo si premiano le migliori gestioni attive e si crea una concorrenza positiva per gli utenti, eliminando interessi speculatori su risorse destinate alla previdenza, quest’ultima garantita in basso su un minimo ma aperta in alto sino ad una percentuale del rendimento massimo realizzato nel periodo.

Una nuova modalità di finanziamento delle pensioni

Tra le importanti riforme strutturali ritiene urgenti, occorre farsi carico, con responsabilità e lungimiranza, anche della graduale sostituzione del sistema a ripartizione come fonte di finanziamento delle pensioni in essere, reale strozzatura strutturale alla ripresa e al mantenimento futuro del lavoro per i giovani e delle nuove pensioni, nonché collo di bottiglia al sostenimento del cosiddetto “debito implicito” pensionistico. Infatti, anche se i contributi calcolati (ma non versati per sé stessi in modo definito) saranno congrui, lo sbilanciamento generazionale tra attivi al lavoro e anziani non potrà che riversarsi sulla fiscalità generale e su ulteriori tagli dei servizi previdenziali / assistenziali erogati dallo Stato. Passare dalla ripartizione alla contribuzione definita, ovviamente, non potrà avvenire in breve tempo ma dovrà seguire un graduale percorso pianificato.

Partendo dai nuovi lavoratori che inizieranno a versare contributi per sé, da subito messi in un fondo a maturare interessi, si dovrà gestire la loro esclusione come fonte ripartita, ad esempio, grazie all’emissione di BTP pluriennali “previdenziali”, tarati come scadenza sui decenni necessari a coprire le pensioni non più finanziate tramite la ripartizione, ma beneficiando della garanzia del privilegio speciale statale. L’emissione di tali BTP tenderebbe inizialmente ad aumentare sino a tornare a zero una volta passati tutti i lavoratori alla contribuzione definita, creando così, in parallelo al giovane lavoratore, anche la fonte del ‘pensionando’.

In tale quadro, tutte le necessità contingenti, ad integrazione delle fonti di finanziamento delle pensioni in essere, potrebbero essere gestite tramite fiscalità generale (se inerenti l’esercizio in corso) o con l’emissione di BTP previdenziali a scadenza triennale (periodo di pianificazione finanziaria della Legge di Bilancio); in tal modo sarebbe possibile anche coprire eventuali anticipazioni poste a valere sulle contribuzioni definite già versate ed erogate a beneficio della finanza previdenziale. Peraltro, tale strumento finanziario privilegiato (BTP), potrebbe entrare anche nei bilanci dei gestori di fondi pensione, proprio a garanzia di dette anticipazioni prese dai contributi versati, o addirittura essere incorporati in Titoli di Credito Previdenziali garantiti dallo Stato, per favorirne una ulteriore circolazione ma senza mutare la destinazione ex lege cui sono preposti, liquidabili solo a favore di chi ha maturato il diritto di quiescenza.

Ambiente e benessere sociale

Nel descrivere l’ambito di intervento delle politiche, i primi punti sono serviti a incanalare il discorso sulla qualità della vita del lavoratore all’interno del mondo del lavoro. Abbiamo discusso come aumentare e migliorare il lavoro (che sia il più possibile scelto e non subìto). In questo punto, invece, indirizziamo la nostra attenzione sul ‘dopolavoro’, vale a dire chiuderemo il cerchio con la parte di vita del lavoratore fuori dal mondo del lavoro. Ricordandoci che il lavoro è solo parte dell’esistenza umana, certo importante, come lo è la qualità della vita del lavoratore fuori dal lavoro.

I punti politici sono stati anticipati e possono essere riassunti in: lavorare tutti, lavorare meno grazie alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro (30 ore/settimana o ancora meno) per permettere la piena ‘realizzazione’ dell’uomo; rendere ordinario quanto più possibile l’uso della telematica per migliorare tale integrazione, (telework e smartwork), con la formazione adeguata per l’uso, laddove occorra.
Generando un circuito virtuoso di servizi sociali e lavoro con essi retribuito, si porta anche alla cura dell’ambiente e del territorio circostante, con una nuova domanda di prestazioni sociali, di formazione e qualificazione professionale, concreto potenziale lavorativo del domani.

*Dipartimento del lavoro e previdenza

* Segretario nazionale