Il SudEst

Friday
Dec 15th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Legalità Ikea: il lavoro “smontato” al tempo di Renzi e Gentiloni

Ikea: il lavoro “smontato” al tempo di Renzi e Gentiloni

Email Stampa PDF

di NICO CATALANO

Sono bastati circa due decenni ad una classe politica senza alcuna visione strategica per smantellare un sistema di diritti e civiltà conquistato

 

tramite le lotte e i sacrifici delle generazioni precedenti, infatti  una  classe dirigenziale post democratica nel vero significato del termine coniato da Colin Crouch, interessata solo all’ essere protagonista al fine di rincorrere i propri interessi personali nel sistema di “porte girevoli” con le corporation multinazionali, assuefatta fino a diventare narcotizzata dalle ragioni della grande finanza e di quella globalizzazione senza regole ed etica, ha riportato il nostro Paese nel clima della rivoluzione industriale della Londra dei primi decenni del secolo diciannovesimo tramite le cosiddette “riforme” interventi politico istituzionali spesso  “profetizzati” grazie allo stucchevole soccorso di media e opinion leader organici o prezzolati come necessari e utili per la società ma che nella realtà hanno spostato anzi cancellato gli equilibri, regalando tutto il potere e la forza contrattuale ad una sola parte, quella imprenditoriale, oggi rappresentata dalle grandi multinazionali a discapito dei lavoratori e delle lavoratrici, tanto che si può essere licenziati, addirittura per un ritardo in pausa pranzo o se si manifesta una difficoltà nel ricoprire un turno o una mansione assegnata dalla dirigenza.

Una situazione degna di un romanzo di Charles Dickens e favorita anche dalla frammentazione del mondo del lavoro, grazie al progressivo smantellamento dei tanti contratti collettivi, al ridimensionamento dell’istituto rappresentato un tempo dal collocamento pubblico  e alla presenza di quella miriade di forme contrattuali per durata, tipologia e mansione che hanno di fatto debilitato, fiaccato, stremato il mondo del lavoro, rendendo il lavoratore più debole, precario e solo al cospetto del clima di paura artatamente instaurato spesso dalla parte datoriale,  con la politica che da anni ha assunto solo il ruolo di spettatrice.

Questo è quanto ha favorito quello che sta avvenendo in questi giorni negli stabilimenti della FCA di Marchionne, alla Amazon ma anche all’IKEA colosso svedese dell’arredamento e della “sostenibilità ipocrita” che ha licenziato in successione prima in provincia di Milano una lavoratrice di 39 anni, madre single di due bambini, laureata in scienze alimentari e da diciassette impiegata presso la stessa azienda, perché chiedeva turni differenti dall’entrare in azienda alle 7,00 del mattino per poter permettersi di accudire il suo figlio più piccolo, disabile e bisognoso di cure, motivo per il quale alla donna sono riconosciuti i benefici della legge  104,  così come  a Bari  un altro lavoratore, un padre di famiglia di 40 anni, congedato con facilità stavolta con “l’accusa”  di avere ritardato di qualche minuto, il rientro dopo una pausa pranzo in un giorno di agosto scorso, oltre tre mesi fa, in quelle settimane caratterizzate da temperature e caldo africano.

E’ la fotografia dell’Italia di oggi, quella del Jobs act  e del silenzio perpetuo rispetto a questi temi da parte di tante e tanti,  tra gli altri anche dei diversi intellettuali, scrittori, giornalisti e uomini di cultura che al tempo di Berlusconi riempivano con i girotondi  le piazze, scandalizzati dalle proposte e dalle gaffe del cavaliere di Arcore ed oggi riempiono invece gli studi televisivi, comodi sulle poltrone alla conduzione di un talkshow o di un programma qualunque, ormai avvezzi per necessità più che per virtù alla deregulation indotta dalla nuova rivoluzione industriale globale.