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La Flat Tax

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di SAVINO ALBERTO RUCCI

Un disastro economico sociale per e classi medie e basse

Il Presidente della Repubblica Mattarella ha recentemente ricordato la necessità che la ventura campagna elettorale si basi su un confronto politico serio e non su vuota propaganda. In evidente contrasto con queste parole ecco porsi come cardine del programma elettorale della coalizione di centro destra la Flat Tax, l’imposta unica sui redditi che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe sostituire l’attuale sistema a scaglioni e risolvere entro il 2020 tutti i problemi dei conti pubblici italiani.

Ne parla da almeno un triennio il leader leghista Matteo Salvini; ora sembra poter diventare il cavallo di battaglia anche di Silvio Berlusconi.

L’idea di una flat-tax non è di certo nuova nel panorama accademico e politico. Negli anni ’80 in molti paesi anglosassoni fu attuato un estensivo taglio delle aliquote, mentre negli anni ’90 e nei primi anni 2000 vari Paesi dell’est Europa hanno implementato una forma di flat tax, allo scopo, come sostengono i promotori odierni, di rilanciare l’economia e combattere l’evasione.

Uno dei fondamenti teorici che fu cruciale per la promozione delle riforme fiscali di allora, e che ancora oggi viene citata in forma più o meno indiretta dai sostenitori della flat tax, è la cosiddetta “curva di Laffer”. La curva indica come l’aumento dell’aliquota fiscale comporti un aumento di gettito fiscale solo fino ad un certo livello, superato il quale si verifica invece l’effetto opposto: il disincentivo al lavoro e la maggiore convenienza dell’elusione fiscale finiscono per ridurre la base imponibile, tanto da rendere addirittura controproducente per l’erario l’innalzamento dell’aliquota.

Nonostante la sua semplicità, la curva di Laffer non ha mai avuto solidi riscontri empirici. Una pubblicazione del Fondo monetario internazionale del 2006 ha analizzato numerose applicazioni di flat tax nel mondo e sembra che in nessuno di questi casi si sia verificato un effetto “curva di Laffer”, ossia un aumento di gettito dovuto al taglio fiscale.

Il rischio maggiore è che, in un simile contesto, a pagare il taglio delle aliquote più alte siano i ceti meno abbienti, che usufruiscono di più dei servizi pubblici. Un timore condiviso da Picketty e Saez,, due noti economisti, i quali sostengono che sia sbagliato pensare di tagliare le tasse ai più ricchi per produrre una crescita di cui tutti beneficiano: per le fasce di reddito più alte entrano in gioco dei meccanismi di aggiustamento dei salari che risentono dei diversi rapporti di forza tra le parti in gioco e poco hanno a che fare con la ricchezza prodotta.

È bene sottolineare che tale proposta in realtà, non si limita all’introduzione di una aliquota unica al 25% per i redditi delle persone fisiche, ma tocca tutta la struttura del sistema fiscale italiano. L’aliquota del 25% verrebbe estesa anche all’IRES (oggi al 24%) e all’IVA (oggi al 22%, con contestuale aumento dell’aliquota agevolata dal 10% al 13%), per recuperare parte del mancato gettito dell’IRPEF. Contestualmente viene anche promossa l’abolizione dell’IMU, dell’IRAP, della TASI e introdotta la nuova Imposta per i Servizi Urbani (ISU), la cui base imponibile è legata all’effettivo consumo di servizi erogati a livello comunale.

Inoltre, verrebbero tagliate prestazioni socio-assistenziali per circa 60 miliardi (tra cui pensioni di invalidità e sussidi categoriali di vario tipo ), sostituite con un “minimo vitale”, di fatto un reddito minimo garantito. Tale misura andrebbe a colmare il divario tra il reddito dei contribuenti più poveri e una determinata soglia, differenziata in base alla regione di residenza e alla composizione del nucleo familiare. In questo modo si creerebbe anche una misura universale di contrasto alla povertà integrata nel sistema fiscale.

Inoltre il dibattito che c’è stato  sull’opportunità di introdurre in Italia la flat tax ha avuto una grave carenza: non ha tenuto conto adeguatamente dei principi costituzionali contenuti negli articoli 2 e 53 della Costituzione. C’è di più. Si è liquidato questi principi come una specie di fisima che affliggerebbe la mente di alcuni italiani.

L’obbiettivo sembra non la giustizia fiscale ma vuole essere l’eliminazione dello stato sociale voluto dall’art.2 della Costituzione. Difatti la proposta non tiene conto della sua pratica inesistenza se non in quei Paesi come il Caucaso dove, come ci ricorda acutamente Giulio Tremonti, la gente va in ospedale portandosi dietro coperte e medicinali. Si tratterebbe di un passo indietro rispetto ai Paesi europei dove progressività è codificato in Italia e in Spagna e accolto negli altri Paesi europei come specificazione della parità di trattamento in senso sostanziale come parità di sacrificio. Secondo l’art. 2 della Costituzione «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Il dovere di concorrere alle spese pubbliche (secondo dottrina e giurisprudenza costituzionale) è un dovere di solidarietà politica economica e sociale che richiede il criterio della progressività. Dai sociologi ci viene fatto rilevare che l’attuale momento politico è caratterizzato da un forte individualismo (cui si ispira la flat tax) sicchè sembra lontana quella “nuova stagione dei doveri” senza la quale, diceva Aldo Moro, questo Paese non si salverà. Difatti la solidarietà di cui parla l’art. 2 della Costituzione è proprio quella unità morale e politica del Paese senza la quale è difficile che una democrazia possa sopravvivere. Si afferma un nuovo modo di intendere la libertà dei singoli: le situazioni derivanti dai diritti di libertà trovano una naturale limitazione nei doveri pubblici ad essi collegati. Il concorso alle spese pubbliche deve essere commisurato alla capacità contributiva. L’utilizzazione dell’imposta a fini economici e sociali redistributivi in particolare realizza il principio della capacità contributiva.

Un vero disastro insomma – economico e sociale- per le fasce medie e basse, a solo ed esclusivo vantaggio per i ricchi che diverrebbero ancora più ricchi.