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Opinioni / La questione delle coperture necessarie per il reddito di cittadinanza

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di SAVINO ALBERTO RUCCI

Le elezioni del 4 Marzo hanno visto trionfare in maniera consistente il Movimento 5 stelle come primo partito in Italia, ma con percentuali ancora di molto maggiori nel meridione.


Confrontando una cartina dello stato occupazionale in Italia ed una dei voti dei pentastellati è possibile dunque verificare come combacino esattamente.

Ma cosa ha portato a questo risultato?

La promessa di concedere - come primo provvedimento in caso di vittoria - il reddito di cittadinanza, un sostegno economico riconosciuto a chi è a rischio di povertà, ovvero quegli oltre 9 milioni di italiani (3 milioni di famiglie) che non raggiungono i 9.360 euro l’anno.

I Cinque Stelle tengono sempre a sottolineare che il reddito di cittadinanza non è una misura assistenziale, ma «condizionata». Comporta cioè precisi obblighi per il destinatario, tra cui iscriversi presso i centri per l’impiego pubblici e offrire un cont ributo di massimo 8 ore settimanali ai progetti sociali del Comune di residenza. I controlli sono affidati agli stessi centri, collegati telematicamente con i ministeri e con l’Agenzia delle Entrate.

Ma sono in molti a dubitare che basterà.

Ebbene si pone dunque la questione dei costi di tale misura di sostegno al reddito, e soprattutto di dove reperire le somme necessarie a finanziarlo: le coperture individuate per il reddito di cittadinanza superano la soglia di 20 miliardi.

Secondo i grillini il grosso dei 20 miliardi arriverebbe dalle sempreverdi tax expenditures (le detrazioni fiscali) e dalla spending review, con incursioni nei settori contro i quali il M5S è più critico: banche e assicurazioni, multinazionali del gas e del petrolio, giochi. Ma tornano anche i tagli ai ««privilegi della casta» su cui il Movimento ha costruito la sua fortuna politica: vitalizi, auto blu, indennità parlamentari, fondi ai partiti e all’editoria. Nonché l’addio al Cnel, salvato dal referendum.

Ma vediamo nel dettaglio: la voce in assoluto più pesante – pari a oltre un terzo dell’intero fabbisogno – è quella relativa all’eliminazione delle “tax expenditures”, che i grillini distinguono tra aumento delle imposte su banche e assicurazioni (stimate in 2 miliardi attraverso la riduzione della deducibilità degli interessi passivi) e agevolazioni relative all’Irpef, divise tra “riduzione delle detrazioni dei redditi più alti” ( 5 miliardi) e “revoca delle detrazioni dei redditi superiori a 90.000 euro” (300 milioni), che a rigor di logica appare un sottoinsieme della voce precedente. Per quanto riguarda, specificamente, banche e assicurazioni, è abbastanza singolare voler appesantire in modo ingente il carico fiscale su questi soggetti in un momento di estrema difficoltà. Eliminare la deducibilità degli interessi passivi equivale a spingere oltre l’orlo del baratro gli istituti meno patrimonializzati. Appare davvero singolare una strategia che, fermi restando i dubbi sulla reale entità dell’agevolazione, andrebbe a sbattere contro l’inevitabile nazionalizzazione di banche grandi e piccole. Quello delle spese fiscali in generale è comunque un tema cruciale, sul quale il governo, che ne ha recentemente pubblicato un censimento (444 voci), avanza con estrema prudenza.

Al contrario, il riferimento dei grillini è troppo generico per essere giudicato: intervenendo sulle tax expenditures si può ricavare molto di più o molto di meno, a seconda di quanta pressione politica da parte dei soggetti colpiti si intenda sostenere. Quindi, in assenza di informazioni più specifiche, cioè quali spese si intende tagliare e per chi, questa stima non vale la carta su cui è scritta: detta così, infatti, si potrebbe argomentare con uguale serietà che il potenziale gettito è compreso tra zero e più infinito.

inque miliardi dovrebbero arrivare da interventi, diciamo, peculiari. Uno sono i dividendi di Bankitalia (che nel 2016 ha versato 2,2 miliardi di euro allo stato e solo 340 milioni ad altri, che dunque potrebbero essere tagliati). Non è invece chiaro cosa si intenda con la proposta di tagli agli organi costituzionali: non solo essi godono dell’autodichia e sono già impegnati in un percorso autonomo di spending review, ma in ogni caso il risparmio sarebbe di 500 milioni per il Senato, un miliardo per la Camera, 56 milioni per la Corte costituzionale e 224 milioni per il Quirinale.

Assumendo che non vogliano spingersi a tanto, e che si accontentino di dimezzare la spesa, la distanza per arrivare a 5 miliardi appare incolmabile.

A dire il vero, il pacchetto prevede vari interventi sul fronte pensionistico, peraltro contati due volte perché un’altra voce punta a mettere le mani su 300 milioni di euro dalle pensioni d’oro. In nessun caso, però, si potrebbe arrivare alla scala reale da 5 miliardi: per confronto, il “piano Boeri” di ricalcolo delle pensioni superiori ai 3.500 euro lordi avrebbe determinato una minore spesa inferiore al miliardo di euro.

Un’altra voce rilevante è il taglio alla spesa della Pubblica amministrazione (2,5 miliardi). Anche qui, non è possibile dire se in astratto sia una valutazione credibile oppure no. Vogliamo dare però ai grillini il beneficio del dubbio, accogliendoli con piacere nel club dell’austerity.

Anche gli interventi di media stazza appaiono discutibili. Dalla riduzione delle indennità dei parlamentari il M5s si aspetta di ottenere circa 600 milioni di euro: considerando che i parlamentari sono in tutto 950, farebbero 631 mila euro a testa, molto più di quanto essi guadagnino in un anno. In effetti, nel 2016 il monte salari dei senatori era di 42 milioni, quello dei deputati 115, per un totale di circa 157 milioni di euro se i nostri politici accettassero di lavorare gratis. Non poteva mancare l’evergreen soppressione degli enti inutili, ma l’unico citato è il Cnel (dal quale si potrebbero risparmiare al massimo 15 milioni euro) per la cui conservazione i grillini si sono mobilitati in massa il 4 dicembre 2016. Altre misure buone per tutte le stagioni sono le auto blu, le concessioni autostradali. Per concludere ci sono voci stimate accuratamente ma di modesta entità (i finanziamenti all’editoria per 23 milioni, il finanziamento pubblico ai partiti per una ventina).

In conclusione, le coperture del Reddito di Cittadinanza appaiono credibili solo in maniera parziale. Da un lato, le misure più simboliche sono probabilmente realizzabili, ma rappresentano una parte poco significativa dei 20 miliardi necessari. Dall’altro le voci più consistenti appaiono spesso sovrastimate, e non tengono conto dell’impatto economico generale che potrebbero determinare.