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Decreto dignità

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di NICO CATALANO

 

Il Pd di Renzi oltre Renzi

 


Può succedere durante l’era di quella terza repubblica nata all’insegna della post democrazia e dei partiti post ideologici che un provvedimento legislativo, quel Decreto dignità, considerato da tutti gli osservatori politici il primo e vero banco di prova per il nuovo governo Conte, diventi invece un campo di battaglia con tanto di morti e feriti politici per il principale partito di opposizione;

il pomo della discordia, un emendamento presentato la scorsa settimana al vaglio delle commissioni Finanze e Lavoro da un gruppo di deputati Dem guidato dall’on. Debora Serracchiani, ex presidente della regione Friuli Venezia Giulia nonché anche ex vicesegretaria dello stesso partito democratico.

Entrando nel merito, la proposta Dem a firma tra gli altri, dei deputati Debora Serracchiani, dell’ex Vendoliano Alessandro Zan, del segretario del Pd pugliese Marco Lacarra, di Carla Cantone (ex segretario del sindacato dei pensionati Spi-Cgil) e Chiara Gribaudo, ovvero colei nella nuova segreteria Martina ricopre la delega di responsabile al lavoro, intendeva cancellare l’articolo contenuto nel decreto Dignità che propone l’aumento delle mensilità riguardo agli indennizzi a favore dei lavoratori che vengono licenziati ingiustamente, portando le mensilità minime di risarcimento da un numero di 4 a 6 e invece da 24 a 36 le mensilità massime di risarcimento, tutto questo  in relazione all’anzianità aziendale.

Questa proposta corrispondente più alle posizioni di Confindustria che a quelle di un partito che ancora oggi, si definisce di sinistra come spesso si dichiara lo stesso Pd ha fatto ricompattare la maggioranza, che sull’argomento palesava differenti visioni, infatti mentre da un alto la Lega, tramite i suoi rappresentanti annunciava modifiche al testo del provvedimento per andare incontro alle esigenze dei tanti piccoli e medi artigiani, da sempre una porzione significativa dell’elettorato del carroccio, dall’altra parte il M5S con il ministro del lavoro Luigi Di Maio,  faceva osservare all’intera coalizione che il testo del decreto poteva essere migliorato ma non snaturato.

L’area politica del governo ha fatto quadrato contro la proposta dei Dem, ma le proteste più vibranti contro l’emendamento presentato del gruppo capeggiato dalla Serracchiani, si sono sollevate da un settore della base del partito democratico ed hanno preso corpo attorno alla figura di Cesare Damiano, ex sindacalista della Cgil ed ex ministro del Lavoro nel governo Prodi;

Damiano, non rieletto in questa legislatura, ha affermato la sua totale contrarietà all’emendamento, tanto da arrivare a dichiarare di “non sentirsi rappresentato da questo gruppo parlamentare, evidentemente non sintonia con il nostro popolo, il quale invece chiede di essere tutelato nel lavoro e nella società” una posizione non isolata quella dell’ex ministro tanto che nelle scorse ore l’emendamento è stato ritirato.

Questa vicenda mette in evidenza in tutta la sua drammaticità, la crisi che sta vivendo il partito democratico, un’operazione nata male una decina di anni fa e crescita ancora peggio, un contenitore liquido, interclassista, dove si trova tutto il contrario di tutto, da un PD che vuole giustamente rimettere al centro della propria azione politica i temi della sinistra, purtroppo minoritario nei numeri, ad un altro PD, maggioritario nel suo interno, quello che risponde ancora alle coordinate dettate da Matteo Renzi per quanto riguarda il lavoro e lo stato sociale, che guarda alla Confindustria come punto di riferimento e paradossalmente difende le cause della sua sconfitta elettorale, dal Jobs act,  alla buona scuola, sino allo sblocca Italia, che tifa per il Ceta e addirittura annovera tra le sue fila chi si dichiara contraria all’agricoltura biologica auspicando un ritorno alla rivoluzione verde delle produzioni intensive ottenute con l’uso indiscriminato dei pesticidi, un partito democratico renziano che nei fatti ormai si avvia ad andare ben oltre lo stesso Renzi, ultimo stadio di quella involuzione iniziata da oltre venti anni e che nel tempo ha fatto perdere milioni di militanti ed elettori, evidentemente la lezione ricevuta dalle urne il 4 marzo scorso forse per qualcuno non è ancora bastata.

Fonte della foto Archivio ANSA 18.06.2018