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La battaglia dei Sukh contro il caporalato

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di FABRIZIO RESTA

Giovedì 10 ottobre un imprenditore viene arrestato perché sorpreso a sparare con un fucile a pompa verso i lavoratori indiani per spronarli ad impegnarsi di più.

Siamo a Bogotá? No in Italia, più precisamente a Terracina (Latina), a circa 100 km da Roma. Stavolta nei panni delle vittime c’è la comunità sikh, indiani del Punjab, ormai arrivati alla seconda generazione ma guai a chiamarlo razzismo perché così daremmo un’immagine sbagliata della situazione. Certo, i migranti sono sicuramente i più deboli contrattualmente perché in mancanza di un collocamento agricolo solo il caporale che conosce il territorio, le aziende e i lavoratori è capace di mettere insieme in poche ore una squadra; quindi se vuoi lavorare nei campi devi accettare le sue condizioni ma se vuoi mantenere il permesso di soggiorno devi lavorare. È un regalo della Bossi-Fini che ti rende clandestino se non lavori e quindi costringe ad accettare qualunque condizione lavorativa. C’è una vera e propria organizzazione sulla tratta di sikh che arrivano come turisti in Italia, lavorano a nero finché il visto da turista scade, dopo di che il datore di lavoro fa una richiesta di nulla osta per lavoro stagionale, lo consegna al lavoratore e questi se ne torna India dove, in ambasciata, ottiene il visto grazie al quale torna in Italia da regolare. Ovviamente il costo di queste procedure viene pagato dal lavoratore in giornate lavorative.

Tuttavia qui il razzismo non c’entra nulla, quindi questa volta lo scontro tra i “buonisti” e i “non sono razzista ma…” è fuori luogo. Questo perché la comunità sikh non è l’unica vittima di un sistema che è carnefice contro tutti i lavoratori agricoli, stranieri ed italiani che siano e lo fa attraverso rapporti di tipo mafioso tra imprenditori e caporali che per l Eurispes, fattura un business che arriva a circa 25 miliardi di euro. Siamo d’accordo con Stefano Mantegazza, segretario generale della Uila Uil, quando dice che "non ci sono lavoratori indiani o italiani, ci sono solo lavoratori che si spaccano la schiena sui campi. E quello che è successo è un atto di delinquenza che colpisce tutta la categoria". Un sistema che genera violenza, sfruttamento della prostituzione, povertà e purtroppo spesso anche morti. Abdullah Muhamed qualche anno fa morì mentre raccoglieva i pomodorini in Salento, Paola Clemente, italianissima, lo seguì qualche giorno dopo nelle campagne di Andria, mentre lavorava nell’acinellatura dell’uva.  Dopo di loro ancora altri, troppi, sottoposti a ritmi sfiancanti di 10-12 ore al giorno, spesso in nero e letteralmente costretti a doparsi con sostanze stupefacenti e antidolorifici che inibiscono la sensazione di fatica e stanchezza (a fine di gennaio sono stati  sequestrati 10 chili di capsule d’oppio), in condizioni atmosferiche e climatiche usuranti, senza il riposo settimanale, senza il rispetto della normativa sulle pause, con paghe di gran lunga inferiori rispetto a quelli previsti dai contratti e spesso alloggiate in condizioni animalesche in ghetti maleodoranti e in rovina il più tristemente noto dei quali è quello di Rignano Garganico ma è solo il più famoso. Ce ne sono molti altri disseminati in tutta Italia. Chi si ribella viene licenziato e a volte anche aggredito. Non è un problema di razzismo, non è un problema del Sud e non è un fenomeno nuovo. Tanto per fare un esempio, lo sfruttamento dei braccianti sikh dura da più di 30 anni. No, non chiamateli nuovi schiavi. Non si tratta di dire “prima gli italiani” o “aiutiamoli a casa loro” è un problema di mafia che si è sviluppata anche in questo settore. Agromafia, per l’appunto, tutto qui. Bisogna semplicemente chiedersi se ci vogliamo convivere oppure no.

Chi dice no si è riunito lunedì 21 ottobre a Latina in occasione dello sciopero in piazza della Libertà per manifestare contro lo sfruttamento e le violenze del caporalato nell’Agro-Pontino. Tutti, italiani e sikh insieme. Un’ iniziativa organizzata dalla Comunità Indiana del Lazio insieme e per la prima volta ai tre sindacati confederali, ossia Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil. Non è però la prima volta che i sikh scendono in piazza; è già successo nel 2016, quando in tremila decisero lo sciopero. Proprio in questi giorni la comunità sikh ha ricevuto il Premio Diritti Umani 2019 dall’Associazione Stefano Cucchi Onlus per la loro battaglia per i diritti dei lavoratori.

Tutti in piazza a chiedere l’applicazione di una norma che già c’è ma che spesso non viene applicata fino in fondo. Servono più controlli nelle campagne ma non solo, come sottolinea Onofrio Rota, segretario generale della Fai Cisl. "Servono dei provvedimenti che tutelino i lavoratori che decidono di denunciare caporali e sfruttatori. Dobbiamo dare loro la forza per sconfiggere la paura".  Perché? L’esempio lo troviamo a casa nostra. Qualche anno fa la Flai Cgil ha organizzato dei banchetti destinati ai lavoratori stagionali, allo scopo di informarli circa i loro diritti. Pochi lavoratori hanno voluto far controllare il loro contratto, mentre gli “autoctoni” passavano con l’auto a parlare con i lavoratori tenendosi a distanza e guardando il banchetto con aria furtiva. Nel Sud-Est barese (ma non solo ovviamente) gli imprenditori agricoli si sono riuniti e hanno protestato contro questa legge, accusata di fare di tutta l’erba un fascio e di considerare tutti gli imprenditori caporali. Sappiamo tutti che non è così, che spesso gli imprenditori agricoli sono vittime del sistema della grande distribuzione che decide i prezzi del mercato. Peccato che queste riunioni si facciano solo per attaccare una legge che tutela i diritti dei lavoratori e non per ribellarsi contro il sistema, magari chiedendo di intervenire contro i privilegi e il potere che la grande distribuzione non si fa scrupoli ad utilizzare contro i produttori e un sostegno economico e politico alle imprese di qualità che producono senza sfruttare.

Fonte foto: Osservatorio Diritti