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Home Legalità ArcelorMittal recede. L’Ilva di nuovo in amministrazione controllata

ArcelorMittal recede. L’Ilva di nuovo in amministrazione controllata

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di FABRIZIO RESTA

Lucia Morselli, a.d. di ArcelorMittal ha confermato la ferma volontà dell’azienda di recedere dal contratto che la vedeva in veste di acquirente dell’Ilva.

 

Questo l’amaro epilogo dell’incontro svoltosi il 5 novembre con i sindacati. Il vertice è durato oltre tre ore ma come si supponeva, senza alcun risultato. Già dal giorno dopo, l’Ilva sarà nuovamente in amministrazione controllata; proprio mentre l’ArcelorMittal sarà impegnata a discutere con il governo, più precisamente con il premier Conte e con il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, riguardo il provvedimento che il Parlamento ha preso il 3 novembre scorso, che toglie l’impunibilità all’azienda nel perseguire il suo piano industriale, causa scatenante il recesso. La società si fa forte del contratto che permetterebbe di recedere in caso improvvisa impossibilità di attuare il piano industriale dovuta ad un provvedimento legislativo. E così il destino dei 10.777 dipendenti (di cui 8.200 a Taranto) ritornano ad essere appesi ad un filo. Certo, L’AncelorMittal non ha mai nascosto che il suo progetto di rilancio prevedeva molti esuberi ma ora la situazione è ancora più drammatica.

Diciamo le cose come stanno: lo scudo penale è solo una scusa e ripristinarlo non servirebbe a risolvere la situazione. Inutile chiedere al governo di ritornare sui suoi passi come qualcuno ha chiesto. Certo, gli ultimi due governi hanno le loro responsabilità a mostrare il fianco all’azienda, cambiando le regole in corsa e dandole il pretesto di lasciare tutto. Tuttavia, la verità è un’altra: molto probabilmente l’azienda si è accorta da tempo che il gioco non valeva la candela: il siderurgico è in crisi e l’acciaio di Taranto non è in grado né qualitativamente né quantitativamente (se ne producono 4 milioni di tonnellate a fronte dei 6 previsti) in grado di competere sul mercato. L’ex Ilva ha 6 altoforni, ne sono attivi 2. Il 13 dicembre non è la data entro cui vanno fatti i lavori di messa a norma dell'altoforno 2 ma quella di presentazione della progettazione, poi bisognerà vedere i tempi di realizzazione. Nel frattempo i provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto obbligherebbero allo spegnimento anche degli altiforni 1 e 4. Come potrebbe l’azienda indiana rilanciare un’acciaieria che produce poco acciaio, con due milioni di perdite al giorno, con le materie prime che costano sempre di più e la battaglia di dazi che ormai è al culmine? Tradotto: per gli indiani il gruppo italiano rappresentava solo un peso ed è probabile che l’ArcelorMittal non abbia creduto ai propri occhi quando il governo gli ha offerto sul piatto d’argento la possibilità di svignarsela impunemente.

Matteo Renzi sarebbe al lavoro per una cordata alternativa ad ArcelorMittal per la gestione degli ex stabilimenti dell'Ilva di Taranto, che coinvolgerebbe Jindal (proprietario delle ex acciaierie Lucchini di Piombino) e Cdp. È quanto riporta il quotidiano "La Repubblica" secondo il quale il leader di Italia Viva "è già al lavoro per un'alternativa". Oggi come oggi, però, la ripresa dell’ex Ilva oggi sembra davvero solo un bellissimo sogno. Forse persino Taranto e gli stessi operai si sono rassegnati e forse hanno ragione: anche se si daranno vita a presidi e a tutti gli scioperi che le OO.SS. riterranno opportune, la verità è che per una folle campagna elettorale, questo governo ha condannato a morte la più grande acciaieria d’Europa e di conseguenza la città di Taranto. Non è nostro compito dare consigli al governo ma possiamo esprimere il nostro rammarico sulla vicenda, senz’altro, ma anche e soprattutto per la mancanza di idee per rilanciare la crisi del nostro paese e della tendenza di questo governo (ma non solo) di non coinvolgere le imprese e i sindacati per capire quali saranno gli asset strategici dell’Italia e di come gestirli. Abbiamo salvato le banche in passato; ci chiediamo a che serve salvarle se non si utilizzano (insieme alla Cassa Depositi e Prestiti) per rilanciare le aziende. Soprattutto, quei soldi per il reddito di cittadinanza che non hanno prodotto né ricchezza né lavoro, non potevano essere magari utilizzati per aumentare il Fondo salva imprese? In poche parole, cominciare ad avere una politica industriale, carenza cronica di tutti i governi di tutti i colori, compreso quello di Salvini, che oggi fa il baluardo dei lavoratori dell’Ilva (tra l’altro ridicolizzandoli in un imbarazzante paragone con Balottelli) ma che alla fine dei conti, a togliere lo scudo con il decreto Crescita è stato proprio il suo governo.

Concludiamo con una battuta (che non vuole divertire nessuno): il M5S in campagna elettorale aveva detto che avrebbe chiuso l’Ilva. Ce la sta facendo.

Fonte foto: Il Post