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Quando Sanremo parla di lavoro e disagio sociale

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di FABRIZIO RESTA

Sul palco dell’Ariston si parla di bullismo, femminicidio e di Ilva

Il tema del disagio sociale e il rispetto dei diritti sono temi molto sentiti dagli italiani al giorno d’oggi, al punto che persino al Festival di Sanremo di quest’anno si è parlato molto di molti temi importanti, ovviamente tramite le canzoni. Da Tecla che con il suo brano “8 marzo”, canta contro i pregiudizi sulle donne, a Marco Sentieri che invece ha portato una riflessione profonda sul fenomeno del bullismo, scavando nel vissuto di Billy Blu. Nel mezzo Ruba Jebreal con il suo monologo contro il femminicidio che ha commosso e fatto riflettere.

Anche il tema del lavoro ha trovato spazio, a riprova che il Festival di Sanremo è diventato lo specchio del vissuto italiano. Gabriella Martinelli e Lula, tra le nuove proposte, hanno cantato il “Il gigante d’acciaio”, dedicata all’ex Ilva e le conseguenze che la fabbrica ha su Taranto e i suoi abitanti.

Una canzone che racconta molto bene la questione ricatto lavoro/salute e al tempo stesso la difficile decisione di molti ex dipendenti di dover lasciare la propria terra piuttosto di dover lavorare consapevole di doversi ammalare e mettere a rischio la salute dei propri figli e famigliari.  Il dover decidere se vivere o lavorare. Ma non solo. La questione Ilva è raccontata anche dal punto di vista dei bambini del quartiere Tamburi, il cosiddetto quartiere rosso, che decenni fa, quando non si sapeva nulla dell’effetto della polvere, spesso ci giocavano, inconsapevoli che quella stessa polvere li avrebbe poi fatti ammalare da grandi. Ora che le cose si sanno, le cose non vanno meglio. Quando il vento spira forte a Taranto, specialmente nel quartiere rosso, vicino all’ex Ilva, la città si chiude in casa, i bambini non vanno a scuola. Una vera e propria piaga sociale che il duo riesce ad esprimere senza metafore.

Di recente prende sempre più piede l’ipotesi che l’acciaieria tarantina non possa essere “ambientalizzata”. I tarantini verranno sacrificati in nome del Pil?  Questo sacrificio riguarderà anche gli altri “giganti d’acciaio”? In Italia ce ne sono molti e non riguardano solo il settore industriale. È una canzone che parla di Ilva ma al tempo stesso è rivolta a tutte le Ilva d’Italia, ovunque ci sia un datore di lavoro che non ha scrupoli a sacrificare la sicurezza e la salute dei dipendenti in nome dei profitti, situazioni che purtroppo fanno tendenza oggi.

Non è la prima volta che si dedica una canzone al “gigante d’acciaio”. Anche Marzia Stano, detta Una, con la sua “sotto il cielo dell’Ilva”, in origine ‘Amore ai tempi dell’Ilva’ dove si racconta la storia di una coppia di ragazzi, giovani e innamorati. La storia di un viaggio, ragazzi che presumibilmente vanno via, sapendo forse di tornare. Sullo sfondo la città di Taranto, i suoi fumi, il suo cielo che anche alle dieci del mattino – come dice il testo della canzone – sembra essere al tramonto; “il tramonto infermo di un’intera civiltà”. A testimonianza che l’argomento è sempre stato scomodo, Marzia ha anche ammesso di aver ricevuto proposte da radio importanti, a patto che togliesse ogni riferimento diretto all’Ilva.

Un altro gruppo che si è occupato del tema, un gruppo di musica popolare, i Terraross che hanno posto l’accento non solo sul disastroso impatto ambientale che l’Ilva ha avuto nei confronti di Taranto, terra che ha conosciuto i fasti della Magna Grecia.

In definitiva, la musica quando non si limita ad essere soltanto una forma di “intrattenimento” può fare moltissimo, può far crescere la consapevolezza nelle generazioni di mezzo, può stimolare una riflessione e creare connessioni tra persone. Peccato che questo non avvenga spesso in un periodo dove la musica italiana è basata sul trap dove i testi sono spesso un mix di sessismo sfrenato e incitamento all’ uso di stupefacenti ma soprattutto parlano di situazioni di degrado dai quali non provengono (al contrario della Martinelli che è di Taranto e all’Ilva ci lavorava il padre oltre ai cugini) e che ovviamente non riescono a raccontare in modo credibile.  È un peccato perché spetterebbe proprio ai trapper raccontare di certi problemi, dato il seguito che hanno, soprattutto tra i giovani. Certo, parlare di questi temi in una canzone è un po’ avventurarsi in un campo minato: c’è il rischio di cadere nella retorica o al contrario di banalizzare il tema ma la musica è un’arte ancora molto potente a livello comunicativo; è un peccato non utilizzarla per far cultura. Quando il gioco vale la candela è giusto prendersi anche qualche rischio e parlare dei problemi reali, che non sono solo quelli dei temi sentimentali. La canzone purtroppo non ha passato il turno, ma vale l’ascolto. Onore al coraggio di Martinelli e Lula. Loro il coraggio l’hanno avuto.

Fonte foto: Il Messaggero